La Morte è arrivata anche da noi. Finora l’avevamo vista in tv, nei dati che ogni giorno i telegiornali ci fornivano. Ogni giorno di più, ma sempre lontani. È strano, stupido e vero nello stesso tempo, come la morte ti faccia sempre un altro effetto quando invece di percepirla dai media la senti vicina. Quando ti tocca direttamente perché la vittima la conoscevi. E pensi: quanta verità c’è nel detto … se non tocchi per mano, se non ti capita direttamente … non puoi capire, non è la stessa cosa.

Senti le sirene che hanno un suono diverso, più angosciante, l’ambulanza prima la vedevi sfrecciare per strada e non ti faceva impressione. Adesso ti affacci dal balcone e cerchi di capire dove si dirige, dove si ferma. Ti viene un groppo in gola. E allora ne vuoi parlare, senti il bisogno di scrivere e ti senti un deficiente, un ipocrita perché quando a morire sono a decine, a centinaia, a migliaia ma non nella tua regione, o provincia o comune, quando non sono vicino a te o a maggior ragione quando non li conosci, la percezione, la reazione, la riflessione è, purtroppo e amaramente, diversa. Ti dispiace, sì, ma tu ti senti sempre distante e protetto. Forse anche per la paura, che il rischio sia sempre più concretamente accanto a te, si avverte più del solito il pericolo, ti senti minacciato e cominci a costruire le difese. Poi si ammala un amico, altri colleghi, muore il primo e allora ti chiedi come è possibile, come è potuto succedere, cerchi di capire, ti informi, studi l’accaduto. E scopri che il tuo posto di lavoro (ex) è un focolaio del virus. Un tuo collega (ex) è morto, altri sono in ospedale, altri li stanno ricoverando oggi, forse qualcuno è in coma. Molti colleghi (ex) sono potenziali contagiati e sono (immagino) in quarantena ma da quanto si apprende nessun tampone è stato loro praticato, nessuna terapia preventiva, nessuna individuazione di possibili altre persone contattate. Unica disposizione: state a casa, se avete febbre prendete tachipirina, se non riuscite a respirare chiamate il 118. Ma è normale?

Possibile che questa sia la prassi adottata per protocollo? Possibile che non ci sia nessuna altra via se non aspettare che i malati o guariscano da soli o, se si aggravano, rischino che sia troppo tardi? Come mai non si adottano provvedimenti più drastici nel trattamento dei possibili contagiati? Come mai non si mappano tutti gli eventuali contatti? Come mai non si sottopongono i sospetti a monitoraggi seri? In altre Regioni si cominciano a praticare i tamponi a tutti, ad usare gli alberghi per collocarli e seguirli adeguatamente.

Le modalità della morte del povero Calogero Rizzuto - Direttore del Parco Archeologico, prima vittima sacrificale di questa sciagura - sembrano tratte da un film dell’horror, spero che in tempi migliori ci siano le indagini consequenziali.

La diatriba tra i medici di base (sprovvisti dei dispositivi necessari) e il Direttore Generale dell’Asp – nelle cronache quotidiane - ha dell’incredibile, ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere. La conseguente risposta del Direttore Sanitario, che è anche presidente dell’Ordine dei Medici e che da anni galleggia impunemente su giganteschi conflitti di interesse (è anche Direttore di Distretto da cui non si è ancora dimesso, è stato anche contemporaneamente Direttore Generale prima di Ficarra) sembra un gag di Totò (lui si chiede e lui si risponde). Ma in che tunnel stiamo finendo? Ma in che mani siamo? Possibile che si debba sprofondare nella tragedia senza che nessuno faccia qualcosa?

È lecito sapere quali strategie, preventive e di gestione, stia approntando l’ASP? È accettabile che il call center approntato non risponda alla chiamate? È legittimo pretendere trasparenza e corretta informazione circa le procedure che le istituzioni preposte mettono in campo? Il numero dei contagiati sta aumentando giornalmente, così come i ricoverati. Quanti morti dobbiamo aspettare prima che alla Comunità siano assicurate procedure, strumenti, mezzi e personale adeguato?

Ciao Calogero, collega e amico della Civetta. Speriamo che il tuo sacrificio non sia vano.