(C’è forse solo un modo per capire realmente, profondamente, quali siano stati i veri motivi che hanno portato gli istituti penitenziari a vivere la loro specifica emergenza: le rivolte dei detenuti. Parlare con chi vive quell’esperienza direttamente con compiti di responsabilità. E così Antonio Gelardi dirigente penitenziario oggi a Piazza Armerina, ci regala queste brevi note, la cronaca del carcere al tempo della pandemia. 

“Sospese ormai da quasi un mese tutte le attività - scuole, corsi, etc. – e poi a seguire i colloqui con i familiari: la miccia che ha fatto esplodere le proteste. I motivi   oggettivi   di necessità sono indiscutibili, ma l'effetto delle misure è che vengono applicate, ripeto per necessità, forti restrizioni a chi è già ristretto. Tutti i direttori ci siamo sforzati di spiegare ai detenuti le ragioni di tutela (se si contagia un detenuto in breve si contagiano tutti gli altri) ma nonostante questo sono scoppiate rivolte, peraltro caratterizzate da modalità tali che anche uno anziano di servizio come me aveva solo sentito raccontare; dagli anni settanta non succedeva niente di simile. Ci sono stati dei morti. Ci sono state devastazioni. Possibile che ci sia stata una regia; è certo il fatto che l'emergenza è intervenuta in un sistema già di suo in difficoltà. Le violenze ed i danni prodotti sono inusitati, e quelli compiuti sono atti criminali punto e basta. Detto questo, e riferendoci alle difficoltà che si incontrano nell'affrontare questa pandemia, pensate all'angoscia del cittadino normale, ed immaginate quella di chi può sentirsi un topo in gabbia. Quasi nessuno dei direttori è riuscito a trovare sul mercato l'ombra di una mascherina e così per i detenuti è facile rilevare l’incongruenza tra i familiari che non possono entrare per evitare un eventuale contagio e noi che lo facciamo pur senza adeguate protezioni. Per ora vengono usate quelle poche che c'erano nelle infermerie o che servivano per il prelievo del DNA agli scarcerandi. 

La protezione civile ha mandato delle tende per il pretriage per i nuovi giunti. Sono tende, se non addirittura da campeggio, pensate per altri eventi quali terremoti. Le ho viste: non mi sembrano né asettiche né idonee. Spero che in qualche modo riusciremo ad attrezzarle. Sono stato sospesi i permessi premio e le semilibertà. È stato anche questo necessario, ma si introduce altra tensione nel sistema.

Secondo le disposizioni dovremmo dare a tutto il personale amministrativo o quasi l'autorizzazione allo Smart working. Giusto applicare anche agli uffici le norme sulla rarefazione, ma se emergenza è, e lo è, affrontarla a ranghi ridotti vuol dire moltiplicare le difficoltà, posto che il carcere non chiude. 

Se partono di nuovo le proteste, spero non rivolte, è possibile che nell'arco di poco tempo si estendano a tutta Italia. Il tam tam carcerario, che in qualche modo c'è sempre stato, oggi è più diffuso. Si pensi ai gruppi di parenti radunati fuori dalle carceri, le cui immagini sono state subito riprese da tutte le televisioni. Non voglio nemmeno pensare all'ipotesi che i detenuti possano comunicare direttamente di carcere in carcere. 

Presto per dire cosa fare. Gli addetti ai lavori per ora teniamo botta, facciamo la nostra parte aspettando che passi la nottata. Ho detto che è presto per proporre soluzioni, in realtà, secondo la mia opinione i rimedi c'erano già tutti negli Stati generali dell'esecuzione penale promossi dal Ministro Orlando, anni orsono. Toccherà, temo - da un lato, dall'altro spero - agire nell'emergenza con qualcuno dei provvedimenti che in gergo vengono chiamati "deflattivi”, per diminuire il sovraffollamento.