Il digitale non deve sostituire le tradizionali forme di cultura bensì affiancarsi a esse e con esse integrarsi

 

La Civetta di Minerva, novembre 2019

A vent’anni dalla riforma dell’autonomia scolastica è necessario fare un primo bilancio partendo dai dati e dallo stato di fatto, per capire se quello strumento è stato efficace alla scuola italiana per adeguarsi alle mutate condizioni in cui opera la società nel suo complesso.

Luigi Berlinguer supportò l’idea di garantire alle istituzioni scolastiche una larga autonomia non solo nel gestire le risorse economiche e umane, ma anche nel definire i percorsi di studio, la formazione dei docenti e i progetti extra-curricolari modellandoli al contesto in cui operava ciascuna scuola all’interno di una cornice generale stabilita dal ministero e dal parlamento.

Un ruolo decisivo era affidato ai dirigenti scolastici per proporre e cogestire con il corpo docente la migliore organizzazione, nelle condizioni date, nell’uso delle strutture e delle risorse umane assegnate in un contesto di efficacia formativa. Oggi, possiamo dire che l’autonomia non ha funzionato. Non ha funzionato per la ritrosia di molti dirigenti ad assumersi responsabilità, per la caduta del ruolo sociale riconosciuta ai docenti, per la disattenzione degli Enti Locali che, sempre più, considerano la scuola un settore dove fosse difficile ottenere consenso politico, ma anche e soprattutto per la scarsa disponibilità di mettere in atto una politica di verifica e controllo sui processi in corso, limitandosi a gestire, con disattenzione, i livelli meramente burocratici e sottraendosi alla necessità di governo dei processi formativi che nelle scuole erano stati messi in campo.

Così la riforma è rimasta a metà del guado: i governi, di centro-sinistra come di centro-destra e le resistenze sindacali, non hanno consentito di portare il cambiamento alla sua logica conclusione, dando ai presidi facoltà, sia pure dentro logiche di garanzia e di rigore, di promuovere i docenti più adatti in coerenza con le linee formative della propria scuola, nel timore di creare differenze inaccettabili fra scuole di serie A e di serie B (che comunque esistono lo stesso); dall’altro, hanno portato l’autonomia scolastica a una situazione di stallo, mantenendo nella scuola una didattica tradizionale, fondata su una trasmissione passiva dei saperi anziché sul coinvolgimento attivo degli studenti. La lezione frontale non sempre è da buttare ma non può essere l’unico strumento a disposizione dei docenti.

Non si è voluto riconoscere che per rinnovare la didattica servono docenti formati e assunti con criteri diversi, come pure i Dirigenti. Per i docenti i meccanismi di selezione continuano a insistere sulle sole conoscenze disciplinari, trascurando del tutto l’efficacia dell’insegnamento, mentre, dopo l’assunzione, l’aggiornamento è, sostanzialmente, lasciato alla buona volontà di ciascuno; analogamente, per i dirigenti si prescinde da una reale verifica sulla capacità organizzativa dei soggetti, sulla loro capacità di saper fare sistema o di attivare governances in grado di far funzionare con reale efficacia la macchina dell’istruzione.

Purtroppo, specie nel mezzogiorno, dove è più necessaria l’azione della scuola, i risultati di questa disattenzione sono verificabili osservando come, in larga parte, le istituzioni scolastiche non riescano ad essere punto di riferimento di un qualsivoglia fermento culturale o socialmente aggregativo e i risultati delle prove Invalsi del 2019 evidenziano enormi problemi negli apprendimenti degli studenti.

I dati confermano l’alta percentuale di studenti delle regioni meridionali che non raggiunge la soglia di competenza ritenuta minima per quell’età: al quinto anno delle superiori, circa il 60% dei ragazzi di Campania, Calabria, Sardegna e Sicilia è del tutto carente in matematica e inglese (al nord sono il 25%); il 50% in italiano e il fatto che il Sud abbia il primato dei 100 e lode alla maturità ci dice solo quanto poco affidabile sia l’esame di Stato e il suo metodo di valutazione. Continuando così, una quota sempre più ampia dei giovani italiani saranno esclusi dai processi produttivi per i quali si richiedono conoscenze e competenze più elevate.

Sull’emergenza formativa si sono organizzate conferenze, tavole rotonde e confronti anche serrati ottenendo dagli esperti e dal mondo scolastico molteplici proposte, alcune pregevoli, altre meno, però nessuna di queste soluzioni sarebbe efficace senza un rinnovamento di come si insegna.

In questo contesto assume particolare rilievo l’importanza introdotta nella vita quotidiana dall'avvento di Internet che, ancora, non è pienamente assorbito e strumentalizzato nell’azione educativa quotidiana. Fatto che dovrebbe indurre le istituzioni a prendere atto di quella che, di fatto, si rivela come una vera e propria rivoluzione antropologica, fatta di opportunità, ma anche, allo stesso tempo, di possibili rischi e potenziali derive. Infatti, una serie di studi ha mostrato che, sul piano cognitivo, i libri digitali sono meno efficaci per l'apprendimento rispetto agli strumenti cartacei e che l'immediata accessibilità e ricercabilità di uno sterminato patrimonio di dati e informazioni è sicuramente uno strumento formidabile ma espone alla tentazione di cercare "scorciatoie" che, prescindendo dall’analisi critica, possono risultare manipolabili o comunque fuorvianti. Non è da escludere che tutto ciò abbia un ruolo non solo sul blocco dell’ascensore sociale ma anche sull’imbarbarimento dei rapporti sociali e civili che troppo spesso la cronaca ci segnala.

Sono opportunità e rischi che si possono individuare in ogni ambito e a qualsiasi livello della vita associata, fino al tema della democrazia diretta come possibile alternativa a quella rappresentativa. Questo non significa opporre il sapere tradizionale alla cultura digitale. Il punto è che il digitale non deve sostituire le tradizionali forme di cultura, bensì affiancarsi a esse e con esse integrarsi, offrendo agli utenti anche quegli indispensabili strumenti di orientamento che consentono loro di confrontarsi in modo critico e consapevole conia nuova realtà. "Costruire cultura" significa continuare a costruire quelle strutture del sapere e della conoscenza che incanalano il flusso degli stimoli e delle informazioni offerto dalla realtà globalizzata, mettendo le persone in grado di affrontare i problemi del nostro tempo, a cominciare da quello del confronto tra culture

È proprio sul piano culturale che emerge la più importante criticità strutturale della Rete. La disponibilità sul web di un'incalcolabile quantità di informazioni genera l'illusione di una "ubiquità della conoscenza", quasi a voler dimenticare che, accanto alla libera fruizione dei contenuti, si colloca un'altrettanto libera produzione degli stessi: il web offre contenuti affidabili, ma anche interpretazioni e ricostruzioni della storia e dell'attualità estemporanee, fantasiose teorie complottistiche e descrizioni di cure e rimedi miracolosi. Ciò pone un problema di qualità della conoscenza nel senso che la cosiddetta "democratizzazione dell'informazione", paradossalmente va diffondendo la tentazione di fabbricarsi da soli la propria conoscenza attingendo in modo acritico alla Rete.

Lo scenario attuale è quello di una cultura tradizionale messa in discussione, da una parte, dall'illusione di autosufficienza prodotta dalla Rete, dall'altra, da una concezione utilitaristica dei saperi. La prima afferma, 'implicitamente, che non serve "sapere", perché basta informarsi; la seconda, più esplicitamente, che non serve "sapere", perché basta saper fare.

Oggi è sempre più necessario “costruire cultura”, contrapponendo alla trasmissione orizzontale delle informazioni una conoscenza organizzata e strutturata costruendo l’argine rappresentato dalla funzione di filtro e certificazione affidata alla comunità scientifica. In assenza di questa funzione non sarebbe più possibile distinguere, nel caos liquido del web, il vero dall'immaginato, i fatti dalle opinioni, ciò che è attendibile da ciò che è frutto inconsapevole di ingenue e spesso pericolose fantasticherie anche per evitare che l'inarrestabile flusso di stimoli e informazioni sempre nuovi finisca per travolgere, senza controllo, la conoscenza del passato e la consapevolezza della storia: quel passato e quella storia sono il primo fondamento dell'identità dei membri di una comunità.