Il pallone calciato da Balotelli verso la curva veronese s’è impennato al cielo ha superato le mura del Bentegodi e ora rimbalza fragorosamente nelle piazze di tutta Italia

 

La Civetta di Minerva, 9 novembre 2019

All’epoca degli antichi Greci, le Olimpiadi avevano addirittura il potere di fermare una guerra tra Sparta e Atene. Col tempo, lo sport è diventato sempre più un elemento cardine della cultura delle varie società. Sono numerosi infatti i Paesi nei quali si investe parecchio nello sport e si valorizzano i talenti. Tuttavia, nonostante sia un fenomeno abbastanza omogeneo nel mondo, è constatato che la pratica sportiva sia più diffusa negli Stati più avvantaggiati dal punto di vista economico. Da qui è facile che gran parte delle manifestazioni sportive possano venire strumentalizzate con lo scopo di gestire ingenti movimenti di denaro, e se lo sport finisce per rientrare in quei vortici finalizzati al guadagno facile e frenetico, inevitabilmente i valori primari per i quali lo stesso è nato e dei quali lo stesso è sempre stato grande divulgatore, vadano a farsi friggere.

Così in sostanza la pratica sportiva non la si considera più come una scuola di vita e come promotrice della lealtà, della condivisione, dell’onestà, della sana competizione e del rispetto, bensì come un coacervo di numerosi batteri, come possono essere la corruzione, i giochi di potere e l’esibizionismo a scopo propagandistico, ed è inevitabile che in un contesto del genere a prevalere siano soprattutto le discriminazioni sociali, specie quelle di carattere etnico e razzista. E se da Olimpia al Barone De Coubertin, fino alle paralimpiadi per disabili, molte persone hanno guardato allo sport per migliorare almeno un po’ il nostro mondo e diffondere principi come tolleranza e integrazione, e molti atleti, famosi e meno famosi, grazie all’impegno agonistico hanno vinto vere e proprie battaglie personali, da contraltare c’è sempre stato qualche movimento che al contrario ha cercato di ostacolare questi fenomeni di integrazione sociale.

Il razzismo nello sport ha origini lontane, ma se si vuole proprio dare uno start al fenomeno specifico, potremmo risalire al XIX secolo, quando regnava la supremazia britannica: la consapevolezza dei loro grandi mezzi portò l’Inghilterra a organizzare un piano di civilizzazione delle proprie colonie - tra cui India, Sud-Africa e Nuova Zelanda - attraverso lo sport, il cricket prima e il rugby poi. Questa tendenza dilagò ed ebbe il suo periodo di massima espansione nel 1936 a Berlino. Quale migliore occasione – pensò Hitler - delle Olimpiadi da disputare in casa per propagandare l’egemonia tedesca sulla razza ariana? E per far ciò, non lasciò nulla di intentato.

Per il Fuhrer l’evento doveva infatti diventare un’enorme cassa di risonanza per propagandare la potenza della grande Germania e la superiorità della loro razza. L’organizzazione fu cupa e grandiosa, impregnata di un fascino sinistro, ma non aveva previsto che il serpente da lui stesso creato potesse rivoltarsi al pifferaio: ci pensò infatti Jesse Owens, atleta afro-americano di pelle nera, a far saltare il banco. Owens divenne infatti l’uomo più veloce del mondo, giacché si permise sfrontatamente di vincere addirittura ben quattro medaglie d’oro, sotto il naso del Fuhrer presente in tribuna col braccio teso, e diventò così un simbolo dell’antirazzismo, dimostrando altresì il contrario delle teorie naziste. Praticamente fu la dimostrazione vivente della demenzialità di quelle teorie. E pazienza se in quegli anni, anche nel profondo sud degli Stati Uniti, non tutto era così facile per un atleta di colore…

Questa è una storia vecchia, del resto anche il razzismo lo è. Purtroppo ancora oggi continuiamo ad essere testimoni di episodi legati al razzismo anche e soprattutto nello sport. Non c’è probabilmente da stupirsi: la piaga del razzismo non è ancora stata debellata dalla nostra vita quotidiana, e lo sport, che rappresenta lo specchio della società, non fa dunque eccezione. In qualche modo lo sport ha da sempre catalizzato su di sé il meglio e il peggio di questo scontro culturale. Non esageriamo se riteniamo che le competizioni agonistiche hanno avuto, per la piena integrazione degli afroamericani, un’importanza paragonabile a quella delle predicazioni di Martin Luther King e Malcolm X.

Oggi un personaggio come Michael Jordan negli USA è un autentico totem dell’unità nazionale, e il suo ritorno sui campi di gioco è stato vissuto dagli americani come uno dei primi momenti di rinascita dopo la tragedia delle Twin Towers. Un altro nero come Tiger Woods è diventato il più amato campione di golf, la disciplina forse più elitaria e per certi versi snobistica della scena statunitense. Anche in altri Paesi ci sono esempi luminosi. In Sudafrica il tramonto dell’apartheid è passato anche dallo sport: se un tempo il calcio era riservato ai neri e il rugby ai bianchi, ora le rispettive nazionali sono decisamente “miste”. Nei pacchetti di mischia dei gloriosi Springboks sono entrati i primi colossi d’ebano, mentre la Coppa d’Africa di calcio, vinta davanti al tifoso speciale Nelson Mandela, è stata una festa popolare indimenticabile di riconciliazione nazionale. Un’altra bella pagina è stata scritta alle Olimpiadi di Sydney da Cathy Freeman, l’atleta australiana di origine aborigena. Dopo un'infanzia non facile e qualche annata storta seguita ai primi successi, l’oro olimpico sui 400 metri ha finalmente premiato l’orgoglio suo e di un’intera popolazione.

Eppure il lato oscuro di questo pianeta mette ancora paura: proprio qui in Europa, lo sport (e il calcio in particolare) sembra essere uno dei palcoscenici preferiti dai violenti, dagli xenofobi e razzisti. Il fenomeno degli ultrà è stato ormai studiato e descritto sotto ogni angolazione. L’estrema destra xenofoba ha nelle curve degli stadi le sue roccaforti. L’esposizione di svastiche e croci celtiche, gli ululati di scherno verso gli atleti di colore (l’ormai tristemente famoso "verso della scimmia") sono la pessima cornice di tante partite. Sport e razzismo, purtroppo, non hanno ancora smesso di incrociarsi. E sono quasi sempre incroci pericolosi.

Oggi molte grandi città europee rischiano infatti di vivere un pomeriggio di guerriglia urbana in occasione di una partita di calcio. Lo sport da oppio dei popoli è diventato quasi coetaneo della società in cui viviamo, e inevitabilmente ne rispecchia vizi e virtù. E la cronaca dei TG di questi giorni è sfociata nell’ultima domenica pallonara del nostro massimo campionato di serie A, dove tra gli applausi e gli sfottò più o meno leciti della curva dello stadio Bentegodi di Verona, in occasione della gara casalinga contro il Brescia – la squadra dove quest’anno milita il figliol prodigo Mario Balotelli, ghanese di origini naturali ma adottato e cresciuto in una famiglia bresciana doc – quest’ultimo non ce l’ha fatta più a sopportare in silenzio i cori razzisti nei suoi confronti, ed è sbottato contro questi pseudo tifosi scagliando il pallone di forza verso la stessa curva e minacciando di abbandonare il campo.

L’atleta bresciano non è nuovo per questi episodi. E ne ha sempre fatto una battaglia personale. Ora bisogna premettere che il ragazzo in questione, ormai si sa, non la tocca mai piano. Mai. Nel bene come nel male spicca per un comportamento sovente sopra le righe. Così, il pallone calciato da Balotelli verso la curva veronese, s’è impennato al cielo, ha superato le mura del Bentegodi e ora rimbalza fragorosamente nelle piazze di tutta Italia. Da domenica quindi il razzismo nel calcio ha cessato di essere una triste vergogna da stadio e si presenta per ciò che in essenza è: una questione politica, una questione nazionale.

Da che parte stiamo noi è ovviamente sin troppo chiaro: noi stiamo con tutti i Mario Balotelli del mondo. Allo stesso modo - crediamo - la pensano tutte le persone di buona volontà e di buon senso. Che sono tantissime. Ma quanti, apertamente o sottotraccia, stanno nell’altra trincea? E quanti, magari approfittando della conclamata "divisività" del Balo nazionale, occupano quella confortevole terra di mezzo fatta di se e di ma, di giustificazioni e di silenzi che assomigliano terribilmente alla connivenza? La domanda è legittima perché sulla vicenda si sono dette e sentite cose francamente enormi dal punto di vista del minimo denominatore civile che dovrebbe tenerci insieme come popolo. Parole che vanno soppesate con attenzione perché sono pietre. «Ha la cittadinanza italiana ma non sarà mai completamente italiano», dice l’ultrà filonazista Luca Castellini, che è anche un alto esponente di Forza Nuova. Non pago, per confermare di quale tempra sia il filo che lega molte curve all’estremismo politico e in particolare alla mistica della destra eversiva, ha aggiunto: «Ci sono problemi a dire la parola negro? Mi viene a prendere la Commissione Segre, perché lo chiamo negro? Mi vengono a suonare il campanello?».

Assaporando questo pasticcio di Ku Kux Klan in salsa veneta, uno si aspetta che le autorità della civilissima Verona - città di San Zeno, il Vescovo Moro che veniva dalla Mauritania - prendano le distanze, se non altro per prudenza. Invece il sindaco leghista Federico Sboarina, nonché avvocato, già promotore della mitica giornata della famiglia in cui furono distribuiti piccoli feti di plastica come gadget, nega che sia accaduto alcunché. Anzi, dichiara che la parte lesa è la sua città e, per difenderne l’onore, minaccia una causa per diffamazione contro lo stesso Balotelli. Pure chi si attende dal suo capo, l’ex ministro dell’Interno Salvini, una correzione di rotta, ovviamente si illude: Balotelli è l’ultima delle mie preoccupazioni: vale più un operaio dell’Ilva di dieci Balotelli… Non abbiamo bisogno di fenomeni", ha dichiarato. Come se la piaga del razzismo e il dramma di Taranto si ponessero in antitesi.

Ci rendiamo conto che di fronte alle sbandate da ultimo stadio, il potere di persuasione di un giornale, e per di più a tiratura locale, si esaurisce. Semplicemente ci premeva evidenziare che per noi, ogni volta che partono i buu delle curve - siano dieci o mille gli urlatori - perde lo sport con la sua grande bellezza e i valori di civiltà che sottende. Il resto appartiene al campo della politica, dove chi di competenza dovrebbe soffermarsi un po’ di più e soprattutto in maniera più fruttuosa, non limitandosi ai soliti proclama da bar. Ognuno, in materia di immigrazione, la pensa come vuole. Si pone domande e risponde in coscienza. Noi, a chi ci legge, vorremmo solo porre una semplice domanda, come fosse un piccolo test di controllo: Ma davvero non può esistere un “negro italiano”?