Zito (M5S): “Per stabilire il valore delle concessioni è indispensabile definire il tipo di contratto con il privato”

 

Nella gestione dei siti culturali della città l’amministrazione comunale apre una nuova stagione dopo l’esperienza con la società Erga (su cui abbiamo sollevato alcune perplessità) che comunque, anche grazie all’esperienza acquisita sul campo, non uscirà certo di scena.

Ma già si pongono alcune questioni giuridiche non di secondaria importanza perché tali da poter recare pregiudizio al corretto svolgimento della procedura ad evidenza pubblica delle nuove gare.

Il tema verte sulla natura del rapporto che l’Amministrazione intende instaurare con il privato cui verrà concesso il bene da valorizzare, perché questa è, deve essere, in ogni caso, la finalità dell’affidamento.

“In particolare per l’Artemision la discussione è se l’amministrazione abbia inteso concederne l’uso a fronte del pagamento di un canone o se venga in rilievo, piuttosto, una concessione di servizi specificamente disciplinata dal codice dei contratti”. Così il deputato regionale del M5S Stefano Zito che su tutta la complessa vicenda, con particolare riferimento alla passata gestione, ha presentato un’interrogazione all’ARS.

“La determina dirigenziale n. 55 del 28 giugno scorso – chiarisce Zito - afferma espressamente che l’oggetto della concessione per due anni (ma è prevista la possibilità che alla scadenza ce ne sia il rinnovo per un ulteriore anno previo l’accordo tra le parti, ndr) è “l’uso di immobili di proprietà pubblica a fronte del pagamento di un canone” fissato ad una cifra non inferiore a 15mila euro annuali.

Eppure, dalla lettura dell’avviso di gara, sembra che non si tratti di una procedura volta semplicemente a concedere in uso l’immobile quanto piuttosto,in primo luogo, di individuare un operatore cui affidare l’espletamento di tutta una serie di servizi necessari alla fruizione del sito da parte della collettività. In un caso analogo l’AVCP (oggi ANAC), in contrastocon quanto ritenuto dalla stazione appaltante, ha qualificato un contratto simile proprio come concessione di servizi.

D’altra parte alla stessa conclusione potrebbe indurre il rinvio (contenuto nell’articolo 1 del capitolato, ndr) all’articolo 117 del D.Lgs. n. 42/2004, e dunque a quei “servizi per il pubblico”, aggiuntivi e strumentali, che possono essere istituiti negli istituti e nei luoghi della cultura - indicati all’articolo 101 del codice dei Beni Culturali - e di cui è prevista la gestione, oltre che in forma diretta, anche tramite concessione a terzi”.

Rilievi non di poco conto quelli del portavoce 5 stelle perché definire la tipologia dell’affidamento è essenziale per stabilire quale sia il valore della concessione.

Se il contratto dovesse infatti essere qualificato proprio come concessione di servizi, dovrebbe trovare applicazione l’articolo 167 del codice degli appalti secondo cui il valore di una concessione va determinato sulla base del fatturato totale che l'amministrazione aggiudicatrice ritiene possa derivare dalla gestione del servizio per tutta la durata del contratto.

E in tal caso non si potrebbe fare a meno di considerare gli incassi registrati durante la gestione dell’Artemision da parte della Erga srl - che sappiamo essere stati pari a 64.270 euro nel 2017 e a 47.238 nel 2018 – così come la possibilità di proroga di cui si è detto.

“Mi chiedo se davvero non sussistano le condizioni per il Comune di procedere con una gestione diretta del sito, anche tramite eventuali accordi con altre amministrazioni, così da aumentare significativamente i proventi da destinare alla valorizzazione del patrimonio culturale – osserva

Zito -. Ma in ogni caso, essendo in gioco la corretta instaurazione del confronto concorrenziale fra tutti i soggetti potenzialmente interessati a partecipare alla gara, è opportuno che l’amministrazione chiarisca le modalità con cui ha determinato il valore della concessione in esame, e in particolare se ha tenuto conto del fatturato presumibilmente realizzabile dall’aggiudicatario o, invece, del solo canone che questi dovrà versare al Comune.

Peraltro, se le cose stanno come abbiamo inteso, occorrerebbe forse anche riflettere sulla possibilità stessa di bandire una gara fondata esclusivamente sul confronto fra le offerte economiche, alla luce di quanto prescritto dal codice dei beni culturali. Ci chiediamo quanto sia compatibile con le disposizioni dell’articolo 117, richiamato prima, una gara, come quella di specie, il cui criterio di aggiudicazione è individuato nel “prezzo più alto” e che non prevede la presentazione di offerte tecniche da parte dei concorrenti”.

Osservazioni più che legittime dal momento che questo articolo, nel rinviare all’articolo 115, sembra riconoscere un ruolo centrale alla “valutazione comparativa di specifici progetti”, come fase delle procedure di evidenza pubblica che necessariamente precedono l’affidamento in concessione dei “servizi per il pubblico”.

Infine, oltre all’ovvia incertezza connessa alla possibilità del rinnovo della concessione per il terzo anno concordando ad hoc, come previsto, il “canone annuale ed eventuali nuove condizioni”, resterebbe da capire quale debba essere in quest’ambito il ruolo della Soprintendenza che crediamo anche noi debba avere parte attiva nelle decisioni dell’Amministrazione in merito ai beni culturali, quelli che appartengono al patrimonio comune di tutti i cittadini, e non essere esclusa, com’è, da tali processi decisionali.