Risale al 1897, quando l’assoluzione di alcuni malfattori dall’accusa di omicidio (accertato, provato e confessato) impose nuove indagini e il rinvio a giudizio del legale

 

La Civetta di Minerva, 1 giugno 2019

La storia giudiziaria di Siracusa annovera sul finire dell'800 una clamorosa vicenda di corruzione che, per la gravità delle conseguenze e la rinomanza dei protagonisti, impressionò fortemente la pubblica opinione.

Nel luglio del 1896 furono processati, avanti la Corte di Assise di Siracusa, vari malfattori da Castellammare del Golfo impu­tati dell'omicidio dei coniugi Alfano; un delitto accertato, prova­to, confessato, che, per l'efferatezza delle modalità esecutive e la disumana ferocia, postulava, secondo le comuni previsioni, la condanna all'ergastolo. Invece, si verificò l'incredibile. Contro le evidenze processua­li la giuria dichiarò la non colpevolezza degli imputati, che furo­no assolti e rimessi in libertà.

Mai come in quella circostanza le ragioni essenziali della giu­stizia furono lacerate con incredibile sfrontatezza. Lo scandaloso verdetto impose alle autorità inquirenti l'obbli­go di approfondite indagini, all'esito delle quali emerse una veri­tà desolante: i giurati avevano venduto, per denaro, il loro voto. Fu coinvolto anche il notissimo avvocato Luciano De Benedictis, difensore degli imputati, come il vero autore della orditu­ra delittuosa. Fu arrestato.

Concluse le indagini, la Camera di Consiglio, secondo il rito procedurale del tempo, chiese il rinvio a giudizio dei giurati per corruzione, e di altri — fra i quali il De Benedictis — per induzione alla corruzione. L'ordinanza di rinvio a giudizio fu un docu­mento di esemplare cospicuità giuridica, ricostruì i fatti di cor­ruzione e le modalità relative a ciascun giurato, con particolare riferimento alla pesante posizione del De Benedictis sul quale "malgrado la sua abilità e la sua astuzia non comune" gravitava­no prove inconfutabili.

Unico caso nella storia forense di Siracusa di un avvocato ar­restato per reati commessi nell'esercizio professionale in quanto — come disse al Tribunale l'avvocato Michele Grassi — gli avvoca­ti siracusani sono stati sempre fedeli alla splendida tradizione di rettitudine del Foro siracusano.

Il processo fu celebrato nel novembre del 1897. Vivissima fu l'attenzione del pubblico, che accorse numeroso a seguire il di­battimento. "Fu anche un avvenimento mondano — notava un cronista — nell'emiciclo in posti riservati sedevano signore e signorine curiose e attente".

Il Tribunale fu presieduto dal dottor Domenico Porchio, che diresse il dibattito con esemplare competenza e imparzialità. Am­pio lo sviluppo del contraddittorio, innumerevoli i testi, fra i quali i più eminenti avvocati siracusani. Particolarmente lucida e severa la deposizione dell'avvocato Francesco Corpaci, che riaf­fermò la ferma convinzione dell'opera di corruzione dei giurati ed il convincimento che il De Benedictis fosse capace di dirigere un lavoro di corruzione anche per i pessimi precedenti. Furono anche rilevati non corretti comportamenti del De Benedictis sul piano politico.

Il PM. presentò una formidabile requisitoria che inchiodava gli imputati alla loro responsabilità. Alla discussione parteciparono eminenti difensori: l'onorevo­le Rosano, l'avvocato Monterosso, l'avvocato Gozzo, l'avvocato Rizza ed altri.

Il Tribunale condannò i maggiori responsabili alla pena di cinque anni di reclusione e alla interdizione dai pubblici uffici. Qualche assoluzione per non provata reità. Fu anche condan­nato l'avvocato De Benedictis, che rimase in carcere. La vicenda giudiziaria fu correttamente conclusa. Ma rimase­ro profonde le lacerazioni nella coscienza morale del cittadino comune.