Chi progetta la crescita deve progettare, allo stesso tempo, il contrasto alle diseguaglianze

 

La Civetta di Minerva, 1 giugno 2019

Su Sole 24 Ore è stata pubblicata una stimolante riflessione di Mario Calderinie Stefano Micelli, rispettivamente del politecnico di Milano e dell’università Ca’ Foscari di Venezia, opportunamente titolata “Serve un riformismo radicale per rendere inclusiva la crescita”, che vorrei segnalare riportandone una sintesi a beneficio di quella parte dei nostri lettori a cui sta a cuore il futuro della politica progressista ed è interessato ad una riflessione che non affondi nel grigiore offerto dal dibattito politico in corso nel paese. L’interesse è suscitato dall’originalità nell’approccio ad una problematica, a mio giudizio, centrale per riprogettare una politica riformatrice. È infatti necessario, in un mondo in rapida trasformazione, l’aggiornamento delle proposte politiche di chi auspica una crescita complessiva del paese.

La nota prende le mosse da quanto scritto da Guido Tabellini sulle pagine del Foglio all’inizio del mese di maggio, secondo cui il nuovo conflitto sociale, sostanzialmente, mette a confronto chi dispone dei mezzi economici e le competenze per affrontare la globalizzazione e chi dalla globalizzazione è sopraffatto. Opportunamente si rileva che se si continua a guardare la politica e la società con gli occhi del Novecento non si andrà lontano. Infatti “la contrapposizione fra capitale e lavoro spiega poco le tensioni sociali ed economiche di questi anni e fa ancora più fatica a spiegare i fenomeni politici che da queste tensioni derivano. Per contro, ragionando sull’opposizione fra sommersi e salvati dalla globalizzazione si coglie il senso della protesta dei gilet gialli nel centro di Parigi, la logica che ha spinto i Brexiteer a votare contro l’Europa e, con buona approssimazione, le ragioni del successo del sovranismo in versione italiana”.

La riflessione di Tabellini ha avuto spunto dai ragionamenti di Tyler Cowen, sull’evoluzione delle caratteristiche del mercato del lavoro. Secondo l’economista della George Mason University, l’accelerazione impressa dall’innovazione tecnologica in un mercato globale avrebbe privilegiato un 10% della popolazione capace di sfruttare strumenti e conoscenze per gestire contesti sempre più competitivi. Agli altri sarebbero toccate occupazioni marginali, poco stabili e poco pagate.

“Oggi sappiamo che le previsioni formulate da Cowen erano corrette solo in parte. La classe media declina in modo visibile mentre il conflitto sociale aumenta. Questo perché qualcuno ha capito di poter trarre enormi benefici, almeno sul piano strettamente politico, dal connettere grazie ai social network soggetti altrimenti isolati facendo leva su paure diffuse (anche giustificate) e su altre pulsioni elementari. È la storia che si racconta sul Guardian e l’Observer a proposito del ruolo di Facebook e dei social network sul voto di Brexit e su molte altre vicende della politica europea.”

“Come disinnescare un conflitto che ha origini strutturali? La proposta di Tabellini e di altri economisti italiani è quella di continuare a scommettere sulla parte di Italia che funziona facendo in modo che ciò che cresce, anche se faticosamente, continui a trovare la sua strada. Questa linea è stata la cifra distintiva del governo fino a un anno fa.

Il voto popolare del marzo 2018 ha dato altre indicazioni. Oggi il pensiero riformista non può limitarsi a evocare il progresso sperando che il welfare che abbiamo ereditato dal Novecento possa mettere ordine nei complicati processi di distribuzione delle opportunità e della ricchezza. “Quello che accade nel nostro Paese (analogamente a quanto accade in altri Paesi sviluppati) è la prova che la crescita guidata da quella parte del paese più evoluta ha in sé elementi naturalmente degenerativi. È una crescita che esclude e che toglie senso e passione alla vita dei più.

“Una riflessione riformista ha bisogno oggi di un surplus di radicalità. Deve porre in maniera esplicita l’obiettivo di saldare innovazione, crescita e inclusione sociale. Insieme e intenzionalmente. Non ex post. Ma ex ante. La storia di questi ultimi vent’anni ci insegna che non basta una qualunque ricetta di crescita genericamente basata su tecnologia, innovazione ed eccellenza per definire traiettorie di sviluppo sostenibili.”

Chi progetta la crescita deve progettare, allo stesso tempo, il contrasto alle diseguaglianze facendo leva proprio su conoscenza, ricerca e tecnologia.

Negli ultimi anni il pensiero riformista ha guardato alla formazione come lo strumento principale per garantire una crescita inclusiva. “Pensare in termini radicali significa promuovere un progetto che ripensi la scuola e l’università grazie a una leva di startup e di progetti tecnologicamente all’avanguardia che si pongano l’obiettivo esplicito di favorire i percorsi di apprendimento dei cittadini fino ai settanta anni. È necessario investire su strumenti e processi innovativi che aiutino i giovani a orientarsi verso il primo impego e che offrano una chance a chi vuole rinnovarsi lungo il corso della propria vita professionale.”

“Per quanto importante, la formazione non può esaurire l’agenda di un riformismo radicale. Pensiamo al lavoro. Se l’automazione più aggressiva esclude il contributo dell’uomo, incentiviamo una robotica collaborativa capace di dare valore alla tradizione manifatturiera italiana. Se quel che rimane di imprenditoriale in molti territori sono solo le grandi reti del saper fare e del sociale, immaginiamo una terza missione degli Atenei e dei centri di innovazione per far crescere una nuova generazione di imprese locali capaci di crescere e competere su queste premesse. Se la fuga dei cervelli tende a ridurre la provincia a semplice periferia immaginiamo un servizio civile che incentivi a ritornare coloro che se ne sono andati, almeno per periodi temporanei”.

Il riformismo dei prossimi dieci anni non si potrà limitare a proporre qualche aggiustamento. È urgente esplorare con immaginazione e determinazione l’intersezione tra innovazione e inclusione sociale per promuovere un futuro effettivamente sostenibile. È questa la radicalità di cui abbiamo bisogno.

Quello che accade oggi nel paese ci deve portare a ragionare in modo diverso. L'eccellenza di alcuni non basta. Non saranno pochi campioni a risollevare un paese che fa fatica a credere nel valore del lavoro e della formazione. Per questo è giusto ragionare su una crescita che include, che apre opportunità anche a chi non ha coltivato il proprio curriculum, che rilancia la parte del paese in difficoltà di fronte ai successi che si registrano nella sua parte avanzata. Non saranno piccoli aggiustamenti a farci uscire dall'impasse,una politica basata sull’assistenzialismo tout court.

Non credo sia un passaggio facile. Di certo, però, non saranno vaghi appelli alla meritocrazia a farci uscire dal vicolo cieco che abbiamo imboccato. Il governo precedente, sia pure con contraddizioni e inopportune accelerazioni, ci ha provato ed ha fallito, questo hanno sancito i risultati elettorali; ma adesso sembra si voglia tornare nella palude dell’assistenzialismo e, in alcuni settori, al medioevo.

È compito di tutti non farsi sopraffare dalla superficialità e dall’incultura, negando l’evidenza o alimentando la politica del rancore, l’alternativa sarà quello di diventare una periferia desolatamente marginale del mondo evoluto.