Ritenuti diffamatori gli articoli del direttore della Civetta su: rapporti del magistrato con l’avv. Amara, la liaison con la cognata dell’avvocato, la sua Panama srl, il caso dell’ingegner Borgione. Il testo integrale della sentenza del Tribunale di Messina

 

La relazione del pm con la cognata dell’avv. Amara

… “E’ da premettere che il reato di diffamazione è commesso da chiunque, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione. La pena è aumentata se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, sia se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità ovvero in atto pubblico. In tema di diffamazione a mezzo stampa la condotta è scriminata però dall’esercizio del diritto di critica che incontra i limiti della veridicità del fatto, della rilevanza sociale dell’argomento e della correttezza delle espressioni usate. La veridicità interessa ovviamente il nucleo centrale degli eventi riportati, rimanendo irrilevanti circostanze di contorno, marginali, la cui inesattezza non rileva penalmente.

Passando ai fatti riportati negli articoli pubblicati sul giornale “La Civetta di Minerva” il 2, il 16 ed il 30.12.2011, occorre contestualizzare le frasi usate dal giornalista, asseritamente lesive dell’onore e della reputazione del magistrato e leggerle nel contesto di tutto l’articolo, ove viene sottoposta al vaglio la condotta complessiva del Musco ed in particolare le relazioni esistenti fra lo stesso e l’avv. Piero Amara, legale di persone a vario titolo coinvolte in procedimenti penali gestiti dal Musco.

Quindi il riferimento fatto negli articoli del 2.12 e del 30.12.11 a pretesi rapporti sentimentali fra il Musco e congiunti dell’avv. Amara si inserisce in una notizia il cui fulcro è costituito dall’esistenza di legami diretti ed indiretti di tipo economico intercorrenti fra l’avv. Piero Amara e i suoi prossimi congiunti e taluni magistrati come il Musco, rapporti suscettibili di dar adito al dubbio che la condotta del P.M. non fosse imparziale.

Già nel titolo dell’articolo del 2 dicembre se ne anticipa il contenuto, allorché si scrive: “documentati i rapporti di amicizia di Piero Amara con Musco, Rossi, Toscano, Campisi, Canonico, Calafiore…”. Nell’articolo il giornalista, oltre a dire – per inciso – che il Musco aveva o aveva intrattenuto una relazione con la sorella della moglie dell’avv. Amara, aggiungeva che – come emerso dalle indagini svoltesi a Messina a carico del Musco – l’Amara era molto amico del magistrato tanto da fare viaggi con lo stesso e che il predetto legale si vantava di quel rapporto così come di quello intrattenuto con altri p.m. di Siracusa, quale il dott. Campisi.

Il rapporto de quo trova pieno riscontro negli atti del presente procedimento ed in particolare nelle pronunce di primo e secondo grado emesse rispettivamente dal Tribunale e dalla Corte d’Appello di Messina nell’ambito del procedimento iscritto, fra l’altro, a carico del Musco e del procuratore Ugo Rossi.

Si riportano alcuni passi della sentenza di secondo grado che richiamano – quanto ai rapporti de quibus – l’esistenza di tale amicizia che avrebbe dovuto portare il Musco ad astenersi dalla trattazione dei procedimenti in cui legale di una delle parti era l’Amara.

A pag. 5 della sentenza di secondo grado si legge: “il giudice di primo grado riteneva pienamente sussistenti in capo al Musco sia la violazione di legge che la violazione del dovere di astensione. Dava atto innanzitutto che il rapporto fra il Musco e l’Amara fosse stretto, noto a tutti nell’ambiente giudiziario e ledesse pertanto l’immagine di imparzialità dell’ufficio”. Nella sentenza di secondo grado (pag. 16) si legge ancora che il Musco il 18.04.11 costituiva una società di capitali, la “Panama”, operante nel settore delle energie rinnovabili e della quale aveva il 95% del capitale mentre il residuo era sottoscritto dalla sorella Pasqua poi sostituita nell’incarico di amministratrice da tale Sebastiano Miano, soggetto inserito nello studio dell’Amara. Tale società, subito dopo la costituzione, in data 30.05.2011, stipulava con la Geostudi srl (società in cui partecipava l’Amara e a lui di fatto riconducibile) un contratto di locazione per un terreno sul quale installare un impianto fotovoltaico per la somma di euro 6.000,00 annui.

Le notizie emergenti sugli affari di magistrati della Procura di Siracusa determinavano, fra ottobre e novembre 2011, prima la risoluzione del contratto e poi la messa in liquidazione della società. Evidenziava la Corte d’Appello ancora che lo scioglimento del contratto e la messa in liquidazione della società erano temporalmente correlate all’emergere di notizie di stampa sugli affari dei magistrati della Procura di Siracusa (ed era lo stesso Musco a dire che i primi anonimi a suo carico si erano diffusi nell’agosto del 2011), sicché il Musco si era visto costretto solo da cause di forza maggiore ad arrestare la sua impresa ed il rapporto economico con l’Amara.

Ancora la sentenza proseguiva nei seguenti termini: “la vicenda anzidetta unita ai plurimi elementi raccolti sullo spessore personale del rapporto fra i due cementa l’esistenza di un coacervo di relazioni fra Amara e Musco a tutti note nell’ambiente giudiziario siracusano che andavano ben al di là di una generica amicizia e imponevano l’astensione. Né può dimenticarsi che l’avv. Piero Amara era anche soggetto condannato con sentenza passata in giudicato presso il Tribunale di Catania per concorso in rivelazione di segreto d’ufficio ed accesso abusivo a un sistema informatico, determinando a ciò un cancelliere della Repubblica di Catania”.

Sulla scorta dei superiori elementi la Corte concludeva che l’Amara aveva un interesse sostanziale - nelle vicende di cui ai capi di imputazione – ad una distorta gestione dei procedimenti. La Corte riformava quindi la sentenza di 1° grado e dichiarava Musco responsabile del reato di cui al capo b) dell’imputazione condannandolo ad anni 1 e mesi 6 di reclusione, ritenendo esistente, oltre alle violazioni di legge e alla violazione dell’obbligo di astensione – già evidenziati nella sentenza di primo grado – gli altri elementi costitutivi del reato di abuso d’ufficio. Ciò che in questa sede rileva non è che il Musco sia stato o meno ritenuto responsabile del reato di abuso d’ufficio, ma che fra questi e l’Amara vi fossero rapporti - economici e non – che gli imponessero l’astensione. E – si ribadisce – tale rapporto è stato acclarato dal Tribunale e dalla Corte d’Appello di Messina, sulla scorta del materiale sottoposto al loro vaglio.

Anche le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione, che il 19.04.16 hanno cassato la sentenza della sezione disciplinare del CSM del 22.09.15 (con cui il Musco veniva assolto per alcuni illeciti disciplinari ascrittigli), hanno evidenziato che il CSM avrebbe dovuto procedere ad una valutazione rigorosa dell’esistenza o meno di un obbligo di astensione, quanto meno per le vicende successive alla stipula del contratto fra la Panama e la Geostudi srl (società cui partecipava l’Amara e a lui di fatto riconducibile).

Concludendo sul punto è evidente che correttamente il giornalista ha dato atto nel corpo dei suoi articoli dell’esistenza di relazioni equivoche fra il magistrato e l’avvocato, che minavano la credibilità del Musco, il quale aveva istruito procedimenti in cui erano interessati i clienti dell’Amara assumendo posizioni favorevoli a quest’ultimo.

Ora, nel contesto di un articolo di siffatto contenuto, l’inciso relativo al rapporto sentimentale fra un congiunto dell’Amara e il Musco appare assolutamente irrilevante, potendo al più poco palesarsi come poco opportuno. Trattasi di un fugace riferimento che costituisce un dato di poco momento, la cui offensività non si percepisce, nel corpo di un articolo che evidenzia tutt’altre problematiche e che riporta fatti veri, esposti in maniera continente e di indubbio interesse pubblico riguardando l’amministrazione della giustizia e la condotta – peraltro non solo del Musco – di magistrati che avevano rapporti con l’avvocato Amara.

A prescindere dalla superiore considerazione, nell’informativa della Regione dei Carabinieri Sicilia - Comando Provinciale di Siracusa del 7.05.09 avente ad oggetto il procedimento penale 14166/08 – esito legale indagini (…) gli operanti davano atto di un possibile rapporto sentimentale fra il dottor Musco e la sorella della moglie dell’Amara, affiorante nell’ambito del procedimento penale 5042/07 RGNR mod 21 della Procura della Repubblica di di Catania DDA. Quindi, se anche il dato (neutro e inoffensivo, come detto) fosse falso, nessun rimprovero potrebbe muoversi al giornalista che ha attinto da una fonte attendibile.

La costituzione della Panama srl

Il Musco lamenta ancora, nella querela sporta, che il giornalista avrebbe, contrariamente al vero, scritto che nell’atto costitutivo della società Panama srl con sede a Priolo nella stessa abitazione del magistrato “stranamente non era riportato il cognome dello stesso”. Ancora una volta bisogna considerare il contesto in cui la notizia è data, le relazioni ambigue tra magistrati e avvocati. Come detto, la Panama ha intrattenuto relazioni economiche con una società riconducibile all’Amara, il che poteva far sorgere dubbi sulla imparzialità del Musco. Il fulcro della notizia data dal giornalista era proprio questo dato che è stato fedelmente riportato. La falsità inerirebbe, secondo l’accusa, quella parte dell’articolo in cui si legge che mancherebbe nell’atto costitutivo il riferimento al cognome del magistrato. Si ribadisce che il cuore della notizia era tutt’altro: l’esistenza delle cointeressenze; il dato riportato per inciso nell’articolo appare di contorno e non giustifica, quand’anche errato, l’accusa per diffamazione.

Ma c’è di più; è agli atti la visura camerale relativa alla società Panama che Oddo ha acquisito prima di riportare il dato in contestazione e che ha prodotto in atti. Effettivamente nella visura non è riportato il nome e il cognome del Musco, ma solo il codice fiscale. Ora non è dato sapere se sia stato fatto dal conservatore un errore nel rilasciare il certificato che non riporterebbe un dato presente invece nell’atto costitutivo e nella visura prodotta in udienza dal difensore di parte civile, ma se la visura è stata chiesta non può negarsi che il giornalista ha adempiuto agli obblighi di verifica su di lui gravanti. L’errore semmai sarebbe dato dalla circostanza che il giornalista non ha menzionato la visura bensì l’atto costitutivo da cui avrebbe tratto il dato dell’omessa menzione del nome e cognome del Musco. Ma tale imprecisione appare di poco conto e non può certo giustificare una imputazione per diffamazione alla luce di tutte le circostanze sopra illustrate.

Caso ing. Borgione

Passando alla condotta ascritta al Musco al capo D nel titolo dell’articolo in contestazione si legge “tenere ferme le indagini su Bono e Borgione non aiuta a diradare i dubbi dell’inchiesta” e nel corpo dell’articolo “altra chiarezza va fatta sulla posizione processuale dell’ing. Borgione posto ancora tra color che son sospesi… tenere in stand by procedimenti che si prestano ad essere chiacchierati per le situazioni oggetto della nostra inchiesta…”. Nella risposta data all’interrogazione parlamentare del senatore Ferrante, in data 2.02.2012, il procuratore Rossi, in ordine alla vicenda relativa al procedimento a carico dell’ing. Natale Borgione, dirigente dell’ufficio Urbanistica del Comune, dava atto che il geometra Frontino Giuseppe, amministratore unico della Open Land, aveva sporto denuncia nei confronti del Borgione che lo avrebbe minacciato per ottenere la nomina di un professionista da lui indicato che – se non fosse stato accontentato – non avrebbe rilasciato la concessione. Tale procedimento veniva assegnato al Musco che, dopo aver dato incarico a due progettisti, avanzava richiesta di adozione di misura cautelare fra l’altro per concussione nei confronti del Borgione.

Il Gip accoglieva la richiesta il 7.10.10 ma il Tribunale del Riesame annullava l’ordinanza. Quindi il PM formulava richiesta di rinvio a giudizio il 23.09.11, secondo quanto riportato nella risposta del Rossi (in realtà tanto nella querela del Musco quanto nelle note a difesa di Oddo si legge che la data di emissione della richiesta era del 25 luglio 2011 trasmessa all’ufficio Gip nel mese di settembre) ed il Gup fissava l’udienza preliminare il 20.04.12. Come consta dalla sentenza prodotta dalla difesa, gli atti relativi al procedimento a carico del Borgione pervenivano all’ufficio Gip solo il 18.01.12 e l’udienza preliminare veniva fissata il 20.04.12. Al momento della pubblicazione dell’articolo in contestazione, quindi, effettivamente la posizione del Borgione sembrava quella di “color che stan sospesi”, a prescindere dalla causa di ciò.

Tanto premesso, il riferimento al procedimento a carico del Borgione fatto dal giornalista si inserisce comunque nel contesto di una valutazione complessiva sulla gestione di alcuni procedimenti citati nell’articolo che vedevano quale P.M. il Musco e coinvolti a vario titolo gli assistiti dall’Amara, circostanza questa – come visto – assodata. Alla luce di ciò non può negarsi che la riflessione del giornalista avesse un suo fondamento. Peraltro nell’articolo in contestazione del 16.12.11, il giornalista non ha accusato il Musco di aver voluto intenzionalmente danneggiare il Borgione perché querelato dal Frontino difeso dall’Amara, ma ha espresso l’opinione che in procedimenti “chiacchierati” per le ragioni già esposte, è opportuno che vengano prese decisioni tempestive. Il procedimento de quo era stato “chiacchierato” proprio perché – come visto – il Musco aveva sostenuto l’accusa e l’Amara la difesa della persona offesa. Ancora la vicenda aveva suscitato interesse in quanto la tesi dell’accusa, pur recepita dall’ufficio Gip, non era stata condivisa dal Riesame che aveva annullato il provvedimento applicativo della misura.

La critica contenuta nell’articolo è relativa all’atteggiamento asseritamente lassista della Procura che ancora non aveva assunto determinazioni dopo l’annullamento del Riesame, il che poteva suscitare perplessità stante la risonanza che la vicenda aveva avuto.

Ora a prescindere dalla circostanza che le determinazioni del Musco in ordine alla richiesta di rinvio a giudizio siano state assunte in tempi ragionevoli o meno (è passato un anno fra l’annullamento del riesame e la formulazione della richiesta di rinvio a giudizio da parte del P.M.) ed ancora a prescindere dalla circostanza che possano esservi stati favoritismi nella gestione del fascicolo de quo, l’Oddo non ha detto il falso in ordine alla tempistica della trattazione del procedimento de quo. Costui ha espresso una critica, cioè una valutazione soggettiva per nulla peregrina ed ha sostanzialmente rivolto alla Procura un invito alla sollecitudine proprio per non far sorgere dubbi sulla credibilità della magistratura la cui trasparenza doveva essere massima in presenza di vicende delicate. La vicenda oggetto di critica era poi di indubbio interesse e comunque i toni usati dal giornalista non sono stati incontinenti.

Per le superiori ragioni si ritiene debba pronunziarsi una sentenza di non luogo a procedere, apparendo evidente l’insussistenza dei fatti o comunque scriminati all’esercizio del diritto di cronaca/critica e inutile un vaglio dibattimentale. Il procedimento è completo sul piano istruttorio; tutti gli elementi per decidere, soprattutto di carattere documentale, sono presenti in atti e non si vede quale altra attività possa espletare il giudice dibattimentale idonea a sconfessare la presente conclusione. Non apparendo sostenibile cioè l’azione in giudizio, non può procedersi all’emissione del decreto come invocato dall’ufficio di Procura e dalla parte civile. Per questi motivi, dichiara non luogo a procedere nei confronti di Oddo Franco in ordine ai reati ascrittigli perché i fatti non sussistono”. Firmato, il GUP dott.ssa Monica Marino.