Le amare riflessioni del dirigente di due scuole di frontiera siracusane, allocate presso la Martoglio

La Civetta di Minerva, 24 novembre 2018

Anni fa ho letto un romanzo che mi piacque molto, “Il senso di Smilla per la neve” di Peter Høeg. Mi colpì la figura della protagonista che, sfidando ogni evidenza, grazie alla sua profonda conoscenza della neve, riesce ad argomentare che un bambino a cui è profondamente legata e che viene trovato morto, non può avere perso la vita per un incidente: sfidando la polizia, la donna comincia la sua indagine personale, ricorrendo a ogni mezzo pur di comporre il puzzle di una verità che si dimostrerà, pezzo dopo pezzo, sempre più inquietante. 

Quello che non mi ostino a perdere, come Smilla per la neve, è il senso della comunità, ritenuta deceduta per un incidente dovuto allo scivolamento nell’emergenza, che non si riesce a fronteggiare. Così dicono i beninformati. Sono giorni difficili per me: come Smilla mi trovo a vagare in solitudine nel tentativo di fronteggiare continue emergenze. Sono dirigente scolastico di due scuole di frontiera, allocate presso gli edifici dell’I.C. “N. Martoglio” di Siracusa, che notoriamente si trova in un quartiere altamente a rischio: dall’emergenza economico-socio-culturale, che non trova la risposta adeguata causa carenza di personale volto ad atttuare un’azione sistemica, concertata e soprattutto efficace di politica sociale, all’emergenza sicurezza, causata dalla mancata possibilità di fronteggiare allagamenti, cedimenti strutturali e quant’altro tramite interventi di natura ordinaria e straordinaria volti a mettere in sicurezza l’edificio scolastico, dalla mancata attivazione della mensa scolastica, che costringe la comunità educante a approntare regolamenti volti a consentire a famiglie sempre più arrabbiate e disorientate ad attivarsi con il pasto da casa, sino alle reiterate richieste di attivazione dell’impianto di riscaldamento, disattese dall’Ente Locale competente per mancanza di fondi, che lascia l’Istituto a sperare di non dovere affrontare un inverno troppo freddo, proprio quello che piacerebbe a Smilla e che a noi invece fa paura.

Ma non finisce qui: continui furti, infrazioni dei locali e atti di vandalismo da una parte e l’impossibilità di attivare un sistema di allarme efficace che ne impedisca il reiterarsi dall’altra, a rendere davvero complessa la vita quotidiana anche e soprattutto di una scuola ai margini, un luogo che dovrebbe essere sempre e comunque la patria della serenità, della sicurezza, della legalità, della cultura, dei diritti, vissuto da centinaia di bambini, ragazzi, docenti, impiegati e famiglie. Perché? Perché né l’Ente Locale competente né la scuola hanno i fondi per affrontare i costi dovuti e necessari che possano consentire alla scuola una proficua e serena attività didattica e amministrativa.

Mi sento sola, ci sentiamo soli: e mi chiedo quale corto circuito sociale ha portato negli anni le Istituzioni, i cittadini, le famiglie, le amministrazioni centrali e periferiche che dovrebbero rappresentarci a perdere il senso per la comunità, a disattendere il primato socio-educativo.

Come Smilla credo di avere la risposta, perché voglio avere il senso che Smilla ha per la neve, per la comunità: ne conosco fragilità e necessità, so quanto è importante per la salvaguardia e la cura del bene comune, che non è solo materiale, ma è soprattutto un’idea di vita concertata e valoriale.

Siamo scivolati, è vero, nell’emergenza, ma la crisi della comunità sociale, il suo impoverimento e imbarbarimento è dovuto alla perdita del bene comune, dell’azione condivisa volta al miglioramento dell’essere umano nella sua essenza di animale sociale e dotato di intelligenza, al marcato sopravvento dell’autoreferenzialità priva di visione sistemica e volontà di crescita concertata, alla mancanza di lungimiranza e di obiettivi comuni proiettati in un futuro di cui non riusciamo a vedere nulla, all’egoismo imperante, alla mancanza di cultura consapevole, privata di autonomia critica e importanza valoriale, al fatto che amministrare da e per troppo tempo ormai non è più stato un servizio reso alla comunità, ma un traguardo di potere non sempre limpido e spesso conflittuale e clientelare, al fatto che essere sistema, funzionare come una rete interistituzionale è sempre più una pratica disattesa nel nome dell’estemporaneità, dell’emergenza e della mancata programmazione, dell’incompetenza coltivata come fosse un privilegio piuttosto che una rovina dell’organizzazione sociale e della pratica politica.

E oggi? Del senso delle Istituzioni per la comunità sono rimasti solo i cocci del bene sociale, la frantumaglia aguzza dentro cui restiamo a vagare privati della vista della consapevolezza, come fossimo parte dell’umanità perduta di “Cecità” di Saramago.

Ho solo una speranza: che senza occhi per guardare impareremo a vedere, per ricostruire ciò che siamo riusciti a disperdere del senso perduto per la comunità. Ci vorrà tempo, ma lo dobbiamo anche e soprattutto a tutti quei ragazzi che, nonostante tutto, varcano ogni giorno il portone della scuola, rimasto in piedi nonostante sia stato e continui ad essere violato, e che esortano la mia solitudine a sentirsi meno sola.