Per lunghi anni la classe operaia e i suoi movimenti sono stati succubi alla logica del capitale. Anche il sindacato ne ha subìto il fascino legandosi a istituzioni e partiti anziché cercare di essere uno strumento di base per l'emancipazione della classe operaia

 

La Civetta di Minerva, 28 agosto 2019

La classe operaia nella zona non è mai stata totalmente corporativa, ma è gradualmente maturata la coscienza di voler cambiare condizione. Chiaramente ha cercato di rendere più aperta la realtà sociale circostante sperimentando nelle lotte forme di autorganizzazione dal basso. Questi lavoratori, spesso isolati dal resto del territorio e da altre componenti sociali (disoccupati, studenti), intrapresero il cammino come se iniziassero da zero una storia del movimento operaio.

Localmente la subordinazione ai partiti e alla "cattedrale" era predominante; ed anche il sindacato diveniva parte di un sistema fortemente condizionato. Pertanto esso si consolidò essenzialmente attraverso medi e grandi centri di manodopera esistenti nella provincia; la categoria industriale era molto incisiva, accompagnata da quella del commercio, dell'edilizia e dell'agricoltura.

Ciò significò che, al di fuori di questi ambiti, il sindacato rimase scarsamente presente e rappresentativo. Nel suo insieme era visto dalla gente come l'organizzazione dei più protetti anche quando venne la crisi dei privilegi degli occupati chimici e petroliferi in contrasto con i disoccupati, gli emarginati, gli occupati saltuari e del lavoro in nero; oppure incapace di comprendere i ceti emergenti.

Per i problemi irrisolti e l'esasperazione di temi contrattuali e categoriali, per la mancanza di risultati concreti sulla riforma della scuola, sulla questione della casa, dell'occupazione e sul Mezzogiorno, si mostravano i grossi limiti d'impostazione e di direzione del Movimento, soprattutto al Sud ed in Sicilia. È esistito fin troppo un atteggiamento di fare politica attendendo che il padronato facesse la prima mossa, cosicché rimanevano protagoniste le multinazionali nell’iniziare e scegliere i terreni di lotta per attirare l'attenzione, per loro interessi e finalità. Queste forme contraddittorie di presenza rendevano particolarmente difficile la credibilità sindacale nei termini di autonomia politica, confermando l'immagine di distacco dalla popolazione.

Anche di fronte ad importanti vertenze il capitale in questa situazione rimaneva arrogante, perché gli era permesso l'uso e l'abuso del territorio, in termini fisici e socio-economici. Già il polo aveva schiacciato molto del legame che univa il vecchio al nuovo, cosicché il sindacato, costruito in una prima fase per contrastare certi poteri, non riusciva ad incidere molto e positivamente.

Tutto questo portava ad un discorso centrale: si potevano superare certi ostacoli per andare ad una diversa società meno succube alla logica del capitale?

Ed il sindacato a volte ha vissuto questa realtà in modo ambiguo, segnato da pressioni politico-sociali dei partiti e delle istituzioni, anziché cercare di essere uno strumento di base per l'emancipazione della classe operaia. Non va dimenticato che lo Stato nel Meridione ha un'immagine negativa, essendo rimasto agli occhi della gente il primo oppositore, quello che ha offerto solo le vie dell'emigrazione, di nuove tasse, ecc. Perciò si dovevano aprire nuove vertenze davanti a ricorrenti problemi di disoccupazione, mantenersi avanguardia delle lotte anche dure (blocchi stradali, ferroviari, occupazione d'uffici e pontili) ed essere nel contempo strumento di mediazione quotidiana e centri carichi di tensione e di cogestione istituzionale (Inps, Uffici di Collocamento, Asi, ecc.).

In determinati momenti di lotta sorti dalla rabbia spontanea tra le classi subalterne (operai, popolazione, disoccupati), si pervenne a livelli di coscientizzazione e di unità esemplari per una realtà meridionale. Anche qui, come in altri petrolchimici italiani, si ripeté per qualche anno l'esperienza di militanza dei gruppi extraparlamentari di sinistra come i marxisti-leninisti e soprattutto Lotta Continua. Questi si evidenziarono nei vari momenti politico-sindacali con iniziative e forme di pressioni stimolatrici, mobilitando aderenti provenienti dal Nord ed altri formatisi localmente (particolarmente a Siracusa e nella zona Montedison), nei diversi settori (metalmeccanici, precari, Collettivo Edili di Augusta).

Nella prima metà degli anni '80 l'indotto veniva drasticamente ridimensionato nel polo chimico, le sue problematiche si facevano sempre più drammatiche di fronte ai "colossi" quanto mai disimpegnati e con la politica degli "investimenti competitivi". Gli amministratori pubblici, pur nella sollecitazione sindacale per trovare soluzioni più concrete e durature, apparivano alquanto scettici ed avulsi, svuotati di effetti validi. La logica del "si salvi chi può", del baratto e della spartizione tra "poveri" risultava ancora una volta la "spiaggia" su cui far rifiorire "novelli sottoboschi parassitari". Basti ricordare le vicende per la costruzione delle piattaforme di ricerca petrolifera, l'espulsione con incentivi assistenziali, la società dei servizi che stentava a decollare per la creazione stabile di un indotto qualificato.

Ma contemporaneamente l'Organizzazione, anche quando si è proiettata nel territorio, ha rilevato le sue carenze e la sua fragilità, ancora permeata di logiche ed interessi contrastanti tra i partiti responsabili delle scelte sul polo, con gli interventi di falsa cultura e di divisione sui valori esistenti. Oppure ha cercato il contatto col sociale quando la situazione e le tensioni in fabbrica si presentavano in condizioni difficili per l'attacco padronale all'occupazione ed al salario, con la ristrutturazione sconvolgente e l'inflazione galoppante, le lacerazioni sindacali recenti.