Santalucia: “La miopia degli imprenditori deve trovare una barriera nel pubblico e per anni abbiamo fatto in modo che il pubblico scomparisse in modo tale da eliminare il fastidio della cattiva coscienza”

 

La dottoressa Rosalba Panvini assegnata alla Soprintendenza di Catania, l’interim di Calogero Rizzuto per alcuni mesi a Siracusa: tutto sullo sfondo confuso, ma che si va chiarendo man mano che gli atti del procedimento di assegnazione/concessione dell’area e di autorizzazione escono dagli uffici, dell’affaire Castel Maniace.

Una fase di “passaggio” che prelude (questo l’auspicio di molti) a una diversa stagione, più serena e di condivisione valoriale delle decisioni che si assumeranno, a partire dalla nomina di un nuovo reggente per la Soprintendenza di Siracusa, così come di un nuovo dirigente per il Polo regionale di Catania per i Siti culturali e Parchi. L’avviso interno per accedere agli incarichi è già stato emanato dall’assessorato regionale e si preparano i curricula da presentare entro il 20 p.v.

Ne parliamo ancora una volta, dopo le precedenti interviste, con l’architetto Francesco Santalucia.

Dirigenti competenti, autonomi rispetto a qualsiasi potere o pressione, dotati di una visione strategica, di insieme, per un’efficace azione di tutela e salvaguardia del nostro patrimonio culturale. Quali dovrebbero essere i requisiti per chi viene chiamato a dirigere istituzioni così prestigiose e complesse? Quali i problemi da affrontare prioritariamente?

“Una questione delicata – risponde Santalucia -. Premetto che mi sento un osservatore estero che guarda un paese diventato straniero in tutti questi anni, ma l’impressione non riguarda solo Siracusa.

Ci chiediamo se sia possibile fare un salto di qualità, cambiare modelli di comportamento e riferimento, ma in tanto, in tutti questi anni, ci siamo affannati a far sì che tutto degradasse il più velocemente possibile. Non parlo delle cose ma delle persone e delle strutture associative che le uniscono.

Lo abbiamo detto tante volte: le strutture che amministrano e governano la cosa pubblica non si sono rinnovate soprattutto nel senso che non hanno creato le condizioni perché crescessero nuove generazioni di “burocrati” liberi da certi condizionamenti, informati del nuovo ma anche coscienti delle responsabilità, ciascuno nel proprio settore.

Certo nuovi chirurghi, nuovi patologi, nuovi specialisti ci sono ma soprattutto per merito proprio e delle poche strutture che ancora formano, ma finiscono con l’inserirsi in una macchina obsoleta, stanca, che logora le professionalità e annulla le competenze. E questo vale nell’ambito dei Beni Culturali dove da anni non si è nemmeno tentato un aggiornamento del personale subalterno.

I numeri sembrano dare ragione a chi dice che non ci sono gravi deficienze: sono sempre circa 5 mila gli addetti del settore, ma purtroppo a poco a poco, come per il passato, il personale è quello che proviene da sacche di clientelismo antico, non professionalizzato.

Restano gruppi come i vecchi catalogatori provenienti dalle società concessionarie dei “Giacimenti Culturali” ma appunto formati in società esterne alla Amministrazione.

E i Soprintendenti sopravvissuti e in servizio, ma sempre più vicini alla pensione - si tratta spesso di pochi mesi che restano -, sono quelli di generazioni passate, legati ad un mondo dove l’autorità dell’istituzione non era messa in dubbio dalle ripetute sanatorie che hanno dimostrato che tutto è possibile, e sfigurato il paese e annullato il suo futuro.

Recuperare non costa quanto fare la prima volta: ci sono costi economici e costi umani insopportabili.

Ma in realtà la credibilità delle istituzioni - di fronte agli occhi di chi poi? - è stata minata da piccoli continui scandali, omissioni, distrazioni impunite che nascono dal sapere di essere impotenti o dall’assenza di reali legami con una cultura e una storia che dovremmo rappresentare e difendere.

Un dirigente formato in un ambiente professionalmente scarso e ai margini della legalità, perché dovrebbe avere un atteggiamento diverso nell’ambito dei beni culturali da quello omissivo o consenziente di Comuni in cui la speculazione edilizia l’ha fatta da padrona a scapito di territorio, storia, monumenti, comunità?

Questo mi sembra sia realismo e comunque il patrimonio storico, nonostante noi, sopravvive, i documenti della storia parlano ancora, il paesaggio mantiene una sua unità e una sua forza.

Per rinnovare il quadro dirigente continuo a pensare che ci voglia del tempo: inventarsi un progetto generale sul patrimonio che dia ad esso un ruolo e non lo metta al margine come uno scomodo ma utile specchietto per le allodole.

Oltre i ‘vecchi’ non è stata formata una generazione di nuovi dirigenti e quindi pian piano cominceremo a sentire i vuoti nelle file del personale, già messi in evidenza dalla nomina di persone assolutamente estranee al mondo: potremmo avere degli ottimi appassionati o studiosi ma sempre dilettanti rispetto a chi abbia appreso regole, principi operativi, prassi anche errate ma che possono e debbono essere criticate e superate.

Il “dilettante” può essere una soluzione momentanea ma non è il principio; la scuola della pubblica amministrazione è necessaria e non si può uscire dall’impasse se non lavorando con obbiettivi precisi e chiari. Sapendo che occorre dare una base ideologica a cui corrisponda una certezza di diritto e una certezza di potere: ma mi pare che la certezza dell’interesse pubblico stia scomparendo in tutta Europa.

Cosa occorre comunque fare appena si assume un incarico di responsabilità anche in una situazione difficile come la attuale? Prima di tutto ricostruire uffici in cui si sono persi i rapporti di collaborazione e servizio tra le persone, ristabilire un clima positivo, e affrontare gli scoop pubblicitari solo dopo che si sia riusciti a fare una squadra.

Questa è una regola generale ma occorre che chi dirige abbia la competenza e l’autorità personale per superare le diffidenze e le opposizioni inevitabili e dettate dalla stratificazione dei piccoli interessi e privilegi; è così dovunque? Certamente no, ma l’assenza di certezza ha a poco a poco permesso che queste situazioni si diffondessero. Se è questo il risultato della gestione di quaranta anni dei beni culturali affidati in piena autonomia alla Regione Siciliana, non è certamente un buon risultato.

Una rifondazione ab imis, quindi; dal profondo. Un percorso difficile se non sarà supportato da una seria volontà politica, da una visione strategica lungimirante e ampia. Lo auspichiamo.

Ma intanto a Siracusa viviamo una stagione difficile, di polemiche e illeciti che vedono la contrapposizione tra forme di “valorizzazione”, forse la peggiore, del territorio, dei beni storico-culturali e la volontà di tutelare, c’è chi dice di “imbalsamare”, i beni comuni.

Come affrontare la grande sfida di una valorizzazione sostenibile, anche grazie all’apporto dei privati, che rispetti i principi della tutela dei nostri beni culturali?

Io non credo che scandali continui come quelli che hanno caratterizzato la vita della città, e non dei beni culturali, a Siracusa, nascano per caso. La prospettiva del turismo, che si era sostituito al benessere creato dal petrolchimico a prezzo di inquinamento ambientale e danni alla salute, ha illuso molti e ha fatto credere che il turismo, a parole fondato sull’offerta culturale, potesse spiegare e far accettare tutto. Resistenze a questo andazzo ci sono state sin dall’inizio ma la forza di possibili enormi guadagni spazzava via facilmente persone e azioni: l’assurdo è che quasi nessuna delle speculazioni più grandi si è avverata lasciando moncherini nel territorio e danni irreparabili alla socialità e ai rapporti umani, punendo persone che semplicemente applicavano leggi dello stato dettate da criteri ottimi di cultura.

I grandi complessi turistici espropriano la comunità dando pochi vantaggi economici: questo è un paradigma noto a tutti e da questo nascono i tentativi di correzione come il turismo esperenziale, quello partecipativo e i modelli di paese albergo, di albergo diffuso. Seppur spesso mal condotti però questi esperimenti hanno il vantaggio di evitare sprechi e conservare almeno gli ambienti nel loro insieme.

Ma questo non è un tema dei beni culturali: questo riguarda la “città” nel suo complesso e la capacità di scegliere direzioni di marcia e perseguirla con costanza e per anni. È indubbio che la ricchezza di questi territori, costa e interno della Sicilia, rende inspiegabile come non si riesca, unendo agricoltura e cultura, a far sì che si avvii uno sviluppo economico adeguato, che ha però bisogno di capacità manifatturiera e non solo di importazione.

Costruire un grande albergo sulla costa spezzando l’unità paesaggistiche, penso alla costa di Buonfornello o a quella tra Tindari e Milazzo, riempite da villette, seconde case a migliaia, sottratte all’agricoltura con i paesi abbandonati, la viabilità distrutta, i servizi annullati perché non economici.

Avremo tante necropoli, tante aree archeologiche di città sino ad oggi ancora in vita e poche migliaia di posti letto in più o esclusi dal circuito turistico (le seconde case) o poco appetibili per la gran massa dei turisti.

Scelte sbagliate o meglio scelte di profitto immediato stanno alla base di quello che succede e di cui parliamo: ma la miopia degli imprenditori deve trovare una barriera nel pubblico e per anni abbiamo fatto in modo che il pubblico scomparisse in modo tale da eliminare il fastidio della cattiva coscienza.

Se potessi dire una cosa positiva, io chiederei di potenziare al massimo i centri regionale per il restauro e la catalogazione, di potenziare la loro funzione di scuola anche in associazione a università, istituti superiori nell’isola, società private perché sono convinto che da lì si parte.