Puerpere, apposizione del nome, cacciata dei demoni… Sulla porta di casa si poneva un ramoscello d’ulivo per i maschi, una striscia di lana se femmine

La Civetta di Minerva, 25 maggio 2018

L'età aurea, ovvero il V sec. a.C., fu un periodo, per Siracusa co­me per la Grecia, in cui si ebbero le maggiori manifestazioni artistiche e nel quale la nostra città, in quanto «polis», città stato, raggiunse il mas­simo della sua potenza, imponendosi come la più popolata e la più ricca fra le città del bacino del Mediterraneo.

Uno dei tanti avvenimenti che nella Pentapoli erano considerati eventi lieti era la nascita di un bambino. La famiglia greca salutava il na­scituro quale legittimo nuovo abitatore della ca­sa e, per questo motivo, ornava porte e finestre con allegre e coloratissime ghirlande di nastri e fiori.

Le spose siracusane, quando giungeva il momento del parto, venivano circondate dagli affetti e dalle cure più sollecite di tutte le donne di casa, se ve ne erano, o dalle amiche e dalle donne del vicinato. In alcuni casi complicati di parto ricorrevano alle «maia»: donne esperte nel difficile compito di «onfalothomos» (arte di sapere ben tagliare il cordone ombelicale); solo in quei parti che si presentavano estremamente difficili ricorrevano alle persone esperte esistenti nella Pentapoli: ostetriche o medici.

Poiché per la famiglia siracusana ogni nuova nascita costituiva una sorta di contaminazione per la propria casa, era usanza molto comune, sia per scacciare i demoni sia, appunto, per proteggere la casa da eventuali contaminazioni da parte degli spiriti del male, ungere la casa del nuovo arrivato con della pece, prima della na­scita di un bambino.

Dopo il lieto evento, che i siracusani chia­mavano «Genethliacos», le ancelle o le donne di casa si prodigavano affinché gli amici, tutti i co­noscenti e l'intero vicinato conoscessero il sesso del nascituro: a tale scopo mettevano sull’architrave della porta d'ingresso un ramoscello d’ulivo per i maschietti oppure una striscia di lana se era femminuccia, il segno delle occupazioni a cui la femmina, una volta cresciuta, si doveva dedicare.

Nei primi sette giorni dopo il parto nella casa della puerpera si svolgeva una festa detta «Anfìdromia», che aveva carattere prettamente intimo; essa consisteva principalmente nel portare di corsa il neonato, di qualsiasi sesso, intor­no al focolare domestico — da qui il nome dato alla festa, infatti «Anfìdromia» voleva signifi­care corsa intorno all'altare dei Lari, i numi tutelari della casa — e nel purificare tutti coloro che avevano partecipato al parto, compresa la mamma, con acqua lustrale.

Il decimo giorno l'intera famiglia si riuniva per festeggiare l'avvenimento con un sontuoso banchetto durante il quale fra i diversi cibi pre­scritti dal rituale era indispensabile servire il cavolo «crambe», perché era tradizione che esso contribuiva alla formazione di abbondante latte per la giovane madre.

Nel terzo giorno di vita il nascituro veniva portato presso la cappelletta privata — che non mancava mai nella casa siracusana — e, mentre si consumava il sacrificio di una pecora, il padre, tenendo il bimbetto in braccio, giurava che il neonato era nato da lui e da una donna siracu­sana, sua legittima sposa. Dopo il rito del giura­mento il bambino veniva iscritto nel registro dei cittadini siracusani; il nome veniva scelto dal padre il quale lo traeva da un dio e spesse volte fra i nomi dei suoi antenati, specie se si trattava del primogenito. Il nome dato era uno solo, non si hanno notizie di imposizione di più nomi.

Alcuni nomi preferiti dai siracusani traeva­no origine dalle divinità più note: Apollo, Cere­re, Mercurio, Giove, Artemide, Atena ecc. Altri nomi potevano essere tratti dalle qualità morali, da particolari circostanze della vita oppure po­tevano avere relazione con qualche animale.

L'allattamento era compito della mamma o, nelle famiglie più agiate, di una nutrice all'uopo ingaggiata. Al neonato per disporlo al sonno venivano cantate dolci filastrocche, «nynnia» o «lala», oppure gli venivano raccon­tate storielle fantastiche, allo scopo di tenerlo allegro.

Spesso in Siracusa ricorrevano le storie dei «Lami» e del «Mormo»: le Lamie erano, secon­do la superstizione, spettri femminili, per atter­rire il fanciullo; il «Mormo», invece, era una fi­gura corrispondente alla nostra befana o all'or­co e aveva faccia mostruosa di donna ferina.

Ma la lezione di spauracchi, di cui i bambi­ni disobbedienti erano minacciati, era ricca e ol­tre alle «Lamie» e al «Mormo» venivano nomi­nati, nelle cantilene, anche Acco, Alfito, Cello, Gorgo, Empusa, Efialte ed altre figure orride. Anche il lupo e la vecchia venivano nominati a scopo intimidatorio, come si evince dalle favole di Esopo. Tali favole erano ricche di morale e di esperienza e perciò costituivano per il bimbo un vero e proprio insegnamento.

Nell'adolescenza venivano insegnati loro miti e leggende della «polis» e preparati alle let­ture dei poemi più in voga. Per acquietare i loro pianti, le mamme usavano mettere in bocca al bimbo una spugnetta intinta nel miele.