Dopo l’iniziale disagio, il ghiaccio si scioglie quando viene portata dai detenuti una guantiera di dolci alla crema. Un carcerato si era alzato alle 4 per cucinarli e “nella sezione c’era un ciavuru…”. “A un cuoco così bisognerebbe concedere la grazia!”

 

La Civetta di Minerva, 2 febbraio 2018

La giornata inizia con un messaggio di Lucia, l'amica docente (ndr, Lucia Storaci), che mi informa che alcuni ragazzi hanno dimenticato il documento e mi chiede se possono entrare lo stesso. E vabbè le dico, sò ragazzi... anche se di certo glielo avranno raccomandato cento volte.

Ma facciamo un piccolo passo indietro, la giornata era stata pianificata con una visitina nelle due sezioni dove abbiamo deciso di portare i ragazzi per il dibattito con gli studenti. Una cosa che facciamo sempre, preannunciando l'incontro e chiediamo ai detenuti se sono disposti ad accogliere i ragazzi. Domanda retorica ovviamente, l'ingresso di giovanissimi nel pianeta carcere è sempre ben accetto. Illustro l'iniziativa, dico che possono esprimere i loro pensieri, le loro idee sulla giustizia, le loro storie.

Sì, direttore, risponde F. S. perché gli uomini politici e lo Stato... Lo interrompo e gli dico no, guardi, non cominciamo con lo Stato e i politici, perché di queste storie ai ragazzi non interessa niente, raccontate di voi, di come vivere il carcere, di come siete finiti qui, delle vostre riflessioni, ad esempio se qualcuno di voi si riconosce colpevole di reati con vittime, che ne pensa di queste, se ha elaborato una sorta di pentimento, di empatia. E già, perché se il nuovo confine della pena dovrà essere la mediazione, la riparazione, questa presuppone un riconoscimento di colpa; spesso invece magari succede che autori di reati violenti attaccano con discorsi tipo lo Stato, la politica… i veri colpevoli stanno a Roma e così via.

I detenuti presenti annuiscono, non so quanto convinti, ma mi fanno andare avanti nel discorso e, alla fine gli dico, magari se volete offrite qualcosa ai ragazzi. E torniamo al giorno della visita, si inizia con un incontro in direzione, i ragazzi hanno un'aria diffidente, quasi spaurita, spieghiamo loro l'istituto, prima io, poi la capo area educativa, poi il Comandante del reparto di polizia penitenziaria. Qualcuno dei ragazzi dice. a proposito del lavoro gratuito che una dozzina di detenuti svolge all'esterno, "ma non e' un premio?" e aggiunge, a proposito del fatto che diciamo che anche una persona che commette un omicidio può cambiare, "si, ma intanto quello (la vittima) è morto”. Embe', Lucia mi aveva avvisato che molti avevano un animo manettaro, sarà dura...

La visita prosegue visitando l'officina e l'aula dell'alberghiero, per poi arrivare al teatro, dove ci sono le prove del laboratorio di canto, quello della Swing, che li accoglie con il brano La casa in riva al mare di Lucio Dalla, l'esercito del selfie e un altro paio di brani, presentati da Maria Grazia con quella che io, sfottendola, chiamo la faccia contrita (Maria Grazia, ieri mi stavi spezzando il cuore, le dico a volte all'indomani di un concerto in cui magari ha spiegato, presentandolo, qualche brano particolarmente suggestivo, lo sai che sono debole di cuore...). I ragazzi alla fine dispensano un lungo applauso, iniziando, forse, a sciogliersi.

Raggiungiamo poi le sezioni, ci dividiamo in due gruppi, ci sediamo al centro, inizia lo scambio, i ragazzi si mantengono un po' guardinghi, funziona meglio nel tu per tu, quando a gruppetti entrano dentro le celle, osservano come ogni detenuto organizza un po' la sua (in una casa di reclusione la cella è un po' per ogni detenuto la casa, ognuno se la dipinge come preferisce, organizza una piccola cucina, la dispensa, a volte una piccola palestra). Come? Dunque, dice S. L. mostrando un numero di cartoni d'acqua sopra il consentito (non è che me le fa levare eh, direttore.....), si legano ai lati di un bastone di scopa due cartoni, non tre, perché se no il bastone si spezza, e diventa un manubrio,  poi, per gli addominali…

Il clou della visita però è il momento in cui tirano fuori una gran guantiera di cornetti alla crema, fatti in cella, non si sa bene come, con quali utensili, da S. B. Direttore, mi dicono, sta dormendo, perché si è alzato alle 4 stamattina per farli, c'era un ciavuru in sezione… (ossia un profumino). Dobbiamo chiedere per S B la grazia, dico all'educatrice che mi affianca, uno che fa cornetti così buoni non può essere cattivo... Uscendo un detenuto mi molla due baci, penso sia stato contento per la presenza allegra dei ragazzi nei luoghi della pena. Subito dopo, viceversa, un altro detenuto mi dice con aria stufata "ancora aspetto che mi chiami, direttore..." , poco prima un altro mi aveva detto a bassa voce avvicinandosi "Fra poco esco, direttore, e poi basta carcere, mi mancio pane e cipudda e criscio a me figghia (mangio pane e cipolla e cresco mia figlia, intendendo dire, credo, che si farà bastare il denaro che ha, senza arrotondare con attività fuori dal seminato.

E insomma scampoli di dialoghi che avvengono facendo, secondo quell'espressione che è rimasta impressa alle amiche Ornella e Rossella Favero (rispettivamente direttrice di Ristretti Orizzonti e responsabile della cooperativa di Padova L'altra città) "fare il direttore con i piedi, cioè andando in giro”. Alla fine torniamo su, nuovamente in sala riunioni, somministriamo un questionario, per capire il prima e dopo la visita, come cambia l'idea del carcere. E' la prima volta che lo facciamo, naturalmente queste belle idee mi vengono poche ore prima della visita e costringo l'educatrice che mi avrebbe poi affiancato nell'iniziativa – che, ahilei!, era ancora in ufficio al momento della pensata, a fare un tour de force per sviluppare le dieci domande richieste. I ragazzi prendono il questionario sul serio, lo dimostra il fatto che copiano l'uno dall'altro, pur essendo in forma anonima. Cosa succede nel prima e dopo, lo capiremo meglio dopo un certo numero di visite, dopo  avere raggiunto un campione significativo. Ne riparleremo a fine anno.