Insulti folli per lo più condivisi e amplificati da gran parte della tifoseria, persino da donne e bambini

 

La Civetta di Minerva, 3 novembre 2017

«Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace e la serenità ». Questo è il brano, tratto dal Diario di Anna Frank, che è stato letto dagli speaker di tutti i campi della Figc, prima di dare il calcio d’avvio a tutte le partite in calendario nell’ultimo trascorso weekend calcistico. Questo per sanare il fragore causato dalla bomba che quegli adesivi di stampo antisemita, vergognosamente esposti dai tifosi della Lazio nella curva degli storici avversari giallorossi, hanno creato fra l’opinione pubblica e gli addetti ai lavori. Ma a noi, sinceramente, appare come la solita e ipocrita levata di scudi generale per poi continuare tranquillamente a pascolare in un ambiente che si alimenta da sempre di odio, razzismo e intolleranza.

Apparentemente, c’è da stupirsi che messaggi razzisti aberranti come quelli che abbiamo esaminato possano produrre consenso, anzitutto dentro lo stadio, fra le persone più comuni, più lontane dal mondo degli ultras, e poi nel corpo sociale. Per esempio, possiamo stupirci del fatto che cori razzisti non vengano intonati solamente da una sparuta minoranza ma da migliaia di persone, fra cui donne e bambini. Ma chi allo stadio c’è sempre andato, come chi vi scrive, vi può confermare che simili vagiti di follia sono per lo più condivisi e amplificati da gran parte della tifoseria.

Ma dove nasce la follia? Quali percorsi segue per arrivare fino a uno stadio di calcio dove si arriva a scherzare su un genocidio? Le risposte sono maledettamente complicate, l’unica cosa certa è la gravità, la stomachevole sensazione che questi adesivi apposti dagli ultras della Lazio che raffigurano Anna Frank con indosso una maglia romanista, siano un punto di non ritorno. E la cosa inaccettabile è che una notizia di questo tipo abbia poi fatto il giro del mondo. E quindi il risultato ottenuto è che qui da noi, nella bella penisola italica, nelle arene domenicali chiamate stadi, anche la gente cosiddetta per bene si diverte insieme ai figli ad intonare ignobili e orecchiabili motivetti che insultano la dignità e la memoria di quella ragazza ebrea deportata ad Auschwitz e poi morta a Bergen-Belsen.

Abbiamo già provato in passato a fare un viaggio sin dentro il mondo ultrà, e specificatamente in quello nostrano, aretuseo, per cercare di capire le origini di questo movimento che a quanto pare accomuna tutte le curve italiane all’insegna dell’ideale destrorso del boia chi molla. Sin dagli inizi del fenomeno dei gruppi organizzati di tifosi, è stata chiara infatti la connotazione fascista o addirittura neo nazista degli adepti. O almeno, i simboli erano quelli. Che poi se nella testa circostanziata di ognuno di loro ci fosse realmente un fermento di destra radicale, non lo si può dimostrare con certezza. Però la fonte a cui si attinsero i primi ultras a livello nazionale era proprio quella. E questa matrice politica mai dissimulata la si può evincere chiaramente a partire dai nomi scelti per questi gruppi. Da nord a sud fioriscono striscioni e bandiere con cotanti epiteti: Irriducibili, Brigate, Commandos. E questi  sono solo alcuni fra i più diffusi, tutti contornati da simpatici simbolini colorati che raffigurano croci celtiche, svastiche e quant’altro.

Restando nell’ambito siracusano, uno dei primi corpi di tifosi muniti di striscioni, sciarpe e bandiere che si unirono e presero posto nella vecchia curva sud del De Simone, si formò nei primi anni ’80 e si chiamava Gioventù Sudista. E anche qui è evidente il riferimento al Fronte della Gioventù, costola ultras del movimento politico giovanile del Msi, che in quegli anni viveva la sua primavera migliore e si professava feconda fra i giovani con tutto il suo ardore. Di seguito si formarono gruppi come i Blue Boys Supporter, i South Landers fino ad arrivare agli anni 2000 quando nacquero gruppi ultrà dalla chiara connotazione politica identitaria, e cioè la Brigata Palano, i Guasta Feste, i Krips, i SiraKaos,e via dicendo fino agli ultimi, i Nun ci semu ca testa e gli Esserre.

Vien da sé che, a partire dai nomi scelti, non si tratta di classi di educande in gita premio. E la cosa più sconcertante è che se dapprima si scontravano gli uni cogli altri - a seconda delle varie alleanze che si creano negli stadi - ora il grido di battaglia che si alza in cielo è quasi esclusivamente contro le forze dell’ordine. Contro quello stato che, con leggi speciali importate direttamente dal governo inglese che li ha applicati contro gli Hooligans inglesi, anno dopo anno fra una diffida di qua e un arresto di là, li va decimando e allontanando dagli impianti sportivi.

E quindi quando sul territorio nazionale si contano pure alcuni sparuti gruppi di ultras di matrice politica differente (quelli notoriamente e storicamente di sinistra, almeno all’origine, sono quelli del Milan, del Livorno, del Torino, della Roma e della Fiorentina), finiscono poi per unirsi ed allearsi contro il potere del nemico Stato che tenta di fronteggiarli e metterli spalle al muro.

Volevamo chiudere con una considerazione personale: non tutto il male viene dalle curve e il pesce puzza sempre dalla testa, come ci hanno insegnato i nostri nonni. Nel senso che al di là delle teatranti sceneggiate che i rappresentanti delle società di calcio allestiscono, ultima la visita del presidente della Lazio Lotito alla sinagoga di Roma, nella stragrande maggioranza dei casi gli ultras servono e fanno comodo alle società di calcio, che li usano a loro piacimento a seconda dei moti popolari che vogliono mettere in atto a favore o contro i giocatori stessi, gli allenatori e gli avversari più scomodi. E quindi, invece del nauseabondo perbenismo e l’ipocrisia di simili plateali gesti, ci piacerebbe che almeno fra quelli più giovani si ergesse nei dirigenti dell’ars pallonara una nuova e più fresca ventata di rinnovamento, dove l’intelligenza e una più giovane capacità di comunicazione possa soppiantare una volta per tutte questo canale bellico che ha schiavizzato negli anni l’intero movimento calcistico. Perché - è bene evidenziarlo ogni tanto - da quelle curve non viene solo odio e violenza, ma pure tanta passione e tanta dedizione verso i colori sociali. Passione e dedizione che a volte partorisce degli spettacoli di coreografia da brivido, tali da risultare talvolta addirittura più emozionanti dello spettacolo offerto dai giocatori in campo.

E diciamolo pure, chissà a quanti di loro questa trovata demente degli adesivi di Anna Frank, usata dagli ultrà per insultare altri ultrà, è apparsa, appunto, una cosa demente.  Perché siamo convinti che anche fra loro c’è chi ritiene sia più offensivo sentirsi comparati a certi ultras, piuttosto che venire accostati ad Anna Frank. Scommettiamo?