Nei racconti dei disperati che sbarcano le crudeltà subite nella rotta tra il Niger e Tripoli. A Sabha un migrante venduto al carcere di Stato frutta cento euro, nel luogo di detenzione i trafficanti li acquistano a mille euro vendendoli come schiavi nei cantieri

 

La Civetta di Minerva, 22 settembre 2017

Sabha dista tre giorni di pickup da Tripoli. Nei secoli è stata meta di carovane in viaggio tra il mediterraneo ed il subsahara. Sede di campi di prigionia per gli schiavi di ogni epoca, oggi è crocevia per tutti i migranti che tentano di raggiungere Tripoli passando per il Niger. Ogni migrante ospite nei centri di accoglienza di Siracusa racconta di aver vissuto per settimane all'interno dei campi di proprietà dei trafficanti libici. In 25 metri quadrati si affollano 50 persone. Poiché non vi è spazio sufficiente si dorme con le gambe rannicchiate. Di notte non è possibile usare il wc perché le porte sono chiuse a chiave. Gli uomini si arrangiano, le donne sono costrette a farsela addosso. Dura l'immagine? State sereni, è la meno grave.

I trafficanti libici hanno diversificato il loro business. Dato che a Tripoli non vi è più controllo statale, bande di criminali rapiscono i migranti in transito. Dopo settimane di sequestro, se non arriva il riscatto richiesto alle famiglie d'origine, li vendono al carcere di stato "Solyman" di Tripoli. Le guardie li pagano 100 euro ciascuno. A questo punto arrivano i trafficanti di esseri umani. Costoro acquistano per 1.000 euro cadauno i detenuti, e li conducono nei loro cantieri di lavoro, dove lavoreranno e dormiranno in totale schiavitù.

Ecco quanto ne ha scritto Alessandra Ziniti su L’Espresso. “Lo chiamano il “ghetto di Alì” a Sabha, una fortezza nel deserto nel sud est della Libia, mura alte e filo spinato, miliziani armati di mitragliatrici lungo tutto il perimetro, dentro due gironi danteschi, uno per uomini, l’altro per donne e bambini, dove da mesi vengono tenuti prigionieri un migliaio di migranti, sottoposti a violenze di ogni genere, torture in diretta telefonica con le famiglie rimaste nei villaggi, filmate e inviate per spillare altri soldi.

“Il mare, il miraggio di quella costa dove sono diretti per imbarcarsi su un gommone fatiscente o su una qualsiasi carretta che li porterà in Italia, è ancora molto ma molto lontano da lì, quasi 800 chilometri. E’ la prigione “privata” dei trafficanti di uomini, impenetrabile e feroce, quella in cui le milizie delle organizzazioni criminali che portano in Europa centinaia di migliaia di migranti, torturano, violentano, stuprano, uccidono senza pietà: qualsiasi cosa pur di incassare, e su banche estere, altri soldi, un riscatto per la vita di uomini, donne e bambini rapiti nel deserto lungo la rotta del centro Africa, Costa d’Avorio-Burkina Faso-Niger-Guinea Bissau, o portati lì con l’inganno da presunti mediatori del viaggio.

“Chi può paga e, se resiste, nel giro di qualche mese è fuori con segni indelebili sul corpo e nella mente, chi non può viene ucciso. Chi prova a scappare viene stroncato alle spalle da colpi di mitragliatrici”.

Crediamo indispensabile una profonda riflessione dinanzi al dramma epocale che sta vivendo l'Africa. Il disturbo che gli italiani accusano alla vista dei migranti è colpa altrettanto grave della sfrontatezza dei razzisti dichiarati.