Dopo la sconfitta con la Casertana, i maligni ci sono sempre: il Siracusa ha voluto restare in Lega Pro perché, in caso di promozione, ci volevano troppi soldi. Ma, conti alla mano, meglio la serie cadetta che le perdite di una squadra di C ogni anno

La Civetta di Minerva, 2 giugno 2017

Non è stata ancora smaltita la delusione per la mancata promozione in serie B, che già si sentono i primi commenti dei soliti benpensanti che, conti alla mano, ritengono che la società di via Montegrappa abbia, come dire, pilotato i propri legionari in calzoncini a giocare per non vincere, in quanto a loro dire il club e la città intera non sarebbero stati capaci dal punto di vista economico di far fronte a un campionato fra i cadetti della serie B.

Vogliono i conti? E allora facciamoceli bene sti conti. L'insostenibile leggerezza e le difficoltà che incontrano le piccole realtà del pallone di periferia è testimoniata dall'affollamento del suo cimitero sportivo: 107 squadre di provincia sparite dal 2000 a oggi, seppellite da una montagna di debiti. Il piccolo mondo della serie C ha cambiato nome, mutato formula, lanciato lo streaming gratuito di tutte le sue partite sul web. Ma anche adesso che  tornerà a chiamarsi serie C, che ha una divisione unica e ha ridotto i club in lizza, resta un torneo in cui è difficile arrivare a fine mese, figurarsi a fine stagione. Ci sono i calciatori del Savoiache non vedono uno stipendio da mesi e hanno inscenato plateali forme di protesta, come quella di allenarsi in strada, fuori dallo stadio. Quelli del Monza, in ritiro prima di una partita importante, hanno imparato a fare la spesa e cucinarsi la pasta da soli.

E questi sono solo due degli esempi più eclatanti che possiamo portare a testimonianza di un fenomeno nel quale spesso il cuore non fa rima col portafogli. Il dato è impressionante perché quella in corso è la prima stagione dopo la riforma. Non più due categorie (C1 e C2, poi Prima e Seconda Divisione), una drastica riduzione dei club a 60 unità (erano 90 nei quadri originari). Il vecchio sistema era insostenibile: la C2/Seconda Divisione, in particolare, più che avamposto del professionismo, era diventata una terra di nessuno. Facile approdarvi dalla D con una squadra dilettantistica, ancor più facile sparire nel giro di un anno o due. Tagliati i rami secchi, la nuova Lega Pro doveva essere virtuosa, esaltare il suo lato migliore: il torneo dei campanili, dei piccoli grandi derby, delle realtà imprenditoriali legate al territorio. A questi livelli, il calcio non si fa con i soldi di tv e sponsor, e i ricavi al botteghino non bastano mica a coprire i costi. In serie C, il calcio si nutre ancora dei baiocchi del presidente, della sua famiglia, della sua azienda. Addirittura c’è chi è arrivato a dare la procura a un capo ultrà.

Sponsor poveri, stadi vuoti e diritti tv scarsi, mentre le spese restano alte. I club della ex serie C faticano quindi a far quadrare i conti e dopo aver lasciato spesso per mesi i giocatori senza stipendio falliscono uno dietro l'altro: le squadre sparite dal 2000 ad oggi sono state più di 100. Senza contare il danno sportivo, con la classifica decisa non dai risultati sul campo ma dai punti di penalizzazione dovuti ai ritardi nei pagamenti.

Ma quanto costa fare un campionato di Lega Pro o serie C che dir si voglia? E, soprattutto, quanto ci rimettono i soci proprietari? L'ultimo report della Figc disponibile è del 2014, antecedente dunque la riforma dei campionati e basato solo sui bilanci disponibili. Il fatturato medio è di 3,1 milioni, i costi si aggirano sui 4,2 a stagione. Questo vuol dire che, in media, ogni squadra brucia 1,1 milioni a campionato, un tesoro sproporzionato al valore della produzione. Inoltre i debiti sono pari all'86% del fatturato.

Il dramma, dal punto di vista economico, per le società che ambiscono al salto di categoria, è piuttosto quello di restare in serie C, invece che balzare nella più ricca serie B. Ci sono almeno otto milioni di buoni motivi per puntare al salto di categoria. Gli introiti in Serie B si moltiplicano in maniera esponenziale e per società come il Siracusa, che non possono contare su incassi imponenti dalle sponsorizzazioni fino ai botteghini, l’unica strada per assicurarsi un futuro lungo è quella di puntare tutto sulla promozione in cadetteria.

Partiamo dai contributi che la Lega di Serie B dà alle squadre neopromosse: 3 milioni e mezzo di euro - frutto di sponsorizzazioni dirette della Lega B e diritti televisivi - vengono girati ai club che giungono in B dalla Lega Pro. Di questi, le squadre promosse direttamente devono versare 500mila euro alla Lega Pro. Le società, invece, promosse attraverso i play off, 700mila. Insomma, nel caso del Siracusa, nell’eventualità purtroppo ormai svanita che si fosse stati promossi in B, sarebbero rimasti in cassa 2,8 milioni di euro. A questa cifra vanno aggiunti gli incassi dal botteghino. Facendo una previsione ottimistica (5000 spettatori al costo medio di 15 euro, per 21 giornate da disputare in casa), il Siracusa avrebbe potuto contare su circa 2milioni e 200mila euro di incassi dal botteghino, che sommati ai contributi della Lega di Serie B, fanno lievitare gli introiti a 5 milioni di euro.

A questi vanno aggiunti gli introiti derivanti da main sponsor, partner ufficiali, fornitori e cartellonistica all’interno dello stadio, che attraverso il palcoscenico della Serie B potremmo fissare ad un tetto di circa 1 milione di euro. Cifra realistica, considerando la visibilità che offre un campionato come quello cadetto. Sei milioni, dunque, a cui andrebbero ancora aggiunti gli eventuali premi di valorizzazione in caso di prestiti di giovani concessi da formazioni di serie A e soprattutto considerando la lievitazione in termini di valore della rosa. Esempio, se un calciatore sotto contratto col Siracusa ancora per un’altra stagione, oggi dovesse valere circa 250mila euro, in caso di promozione il suo valore inevitabilmente sarebbe raddoppiato. Insomma, complessivamente gli introiti che avrebbe potuto portare una promozione in Serie B, si aggirano intorno agli otto milioni di euro. Soldi che probabilmente sarebbero bastati per ben figurare anche fra i cadetti e soprattutto per non contare solo sulla forza dei presidenti, troppo spesso costretti a svenarsi in Lega Pro, dove i costi sono altissimi e gli introiti bassissimi.

E non è tutto. Infatti, in caso di permanenza in cadetteria, dopo il primo anno, il contributo che la Lega B girerebbe alla società dalla stagione successiva, avrebbe un aumento di circa il cinquanta per cento, portando i soli contributi a poco più di 5 milioni di euro e facendo lievitare gli introiti a circa 10 milioni di euro.

Alla luce di questi dati e previsioni un’eventuale promozione in B dei ragazzi di Sottil sarebbe stata una manna dal cielo per il club di Gaetano Cutrufo. Perché se si spera nel minimo sostegno di imprenditori locali o sulla volontà dell’amministrazione comunale, non si va molto lontano. La realtà degli ultimi anni al riguardo è spietata. E i tifosi aretusei ne sanno qualcosa, visto che già un paio di volte alla delusione per un mancato traguardo sportivo hanno dovuto unire la beffa del fallimento societario.

Resta la fiducia verso questo attuale gruppo societario che ha più volte ribadito che il club si impegnerà a non fare mai il passo più lungo della gamba, per garantire ad una piazza sempre più affamata del calcio che conta, per lo meno una permanenza “salubre” nei campionati professionistici. E visto il panorama apocalittico del quadro di salute economica di numerose realtà calcistiche soprattutto del meridione - credeteci - è già tanta roba.