Alter-ego di Becky Blomwood in “I love shopping”. Confessa di avere sperimentato un anno senza spese superflue, risparmiando 20mila sterline

La Civetta di Minerva, 5 maggio 2017

L’autrice britannica che si cela sotto lo pseudonimo di Sophie Kinsella è arrivata al successo grazie al personaggio di Becky Bloomwood, giornalista finanziaria che sciorina consigli ai risparmiatori, ma vuota il proprio conto in banca a causa di una sfrenata passione per lo shopping. Anche Michelle McGagh, giornalista finanziaria in carne ed ossa, ha ammesso di non aver sempre seguito alla lettera le raccomandazioni di parsimonia che elargiva; fino a che ha deciso di sperimentare un intero anno senza spese o, meglio, senza spese superflue. E, prevedendo un budget minimo per il nutrimento, le bollette e l’igiene, è riuscita a rimpinguare il suo conto in banca di più di ventimila sterline.

Eliminare il superfluo (lo shopping irrefrenabile, i pasti fuori casa, la messa in piega dal parrucchiere) per risparmiare è, di questi tempi, più un’esigenza che una scelta; potrebbe, però, addirittura assurgere a filosofia di vita, laddove sposi la ricerca di un’esistenza minimalista ed autentica. È il messaggio che tenta di trasmettere la giornalista inglese: le privazioni e i momenti di imbarazzo (per esempio, nel proporsi di lavare i piatti a casa di amici che l’avevano invitata a cena e ai quali non aveva comprato una bottiglia di vino) sono state ripagate dalla gioia di muoversi in bici e di organizzare delle vacanze in tenda, dalla scoperta di eventi culturali gratuiti, dagli effetti salutari di una cucina casalinga.

L’idea non è, in effetti, nuova: già diversi economisti, scrittori e voci autorevoli teorizzano la pratica della “decrescita felice”, termine coniato da Maurizio Pallante e ripreso dal francese Serge Latouche per indicare una filosofia di vita non globalizzata, rispettosa dell’ambiente e che bandisca inutili sovrabbondanze.

La cifra comune a tali elucubrazioni è semplice: per essere felici, si ha bisogno di poco. Immersi nel circolo vizioso della società consumistica, riteniamo che soltanto aprendo il portafoglio sia possibile vivere piacevoli momenti, che soltanto spendendo (nel basilare connubio produci-consuma) sia possibile trovare appagamento: l’accumulo di oggetti e frivole esperienze è ciò che tiene vivi gli abitanti di un’economia industrializzata.

Che un’altra opzione sia praticabile è stato, tuttavia, dimostrato da quegli sparuti lavoratori che hanno scelto di avviare il downshifting (termine inglese che significa “scalare la marcia”), ossia uno stile di vita meno impegnativo (e meno remunerativo, va da sé) abbinato ad una riscoperta di altri valori: il contatto con la natura, le relazioni umane, lo slow food antitesi del consumismo alimentare. Tra essi, ad esempio, Simone Perotti, un manager d’azienda che ha abbandonato Milano per veleggiare e scrivere saggi che teorizzano le sue scelte (dai titoli evocativi, come “Adesso basta. Lasciare il lavoro e cambiare vita”).

Fra una vita ascetica e il consumismo smodato esistono, comunque, tante vie di mezzo: ciascuno può, infatti, individuare le cose (dispendiose e) superflue della propria vita ed eliminarle; fissare un budget massimo settimanale; cucinare solo alimenti di stagione; spegnere qualche luce (con tante grazie dalla bolletta e dall’ambiente); differenziare i rifiuti (riciclare, riutilizzare, ridurre); usare i propri piedi e non sempre la propria macchina. Risparmiare e risparmiarsi per ciò che realmente ha valore.