Sull’eutanasia si rischia di incorrere nell’ira funesta di tutti gli “ismi”. Sottesa all’idea del rapporto vita/morte sta una duplice equazione: la vita è il maggiore dei beni, la morte è il peggiore dei mali. Ma è veramente così?

 

La Civetta di Minerva, 7 aprile 2017

Adesso vorrei dire la mia. A luci spente. A bassa voce.

Nel nostro paese affrontare temi etici è sempre estremamente arduo. Ancora più difficile, se mai possibile, lo diventa quando si tratta di eutanasia, testamento biologico o fine dell’accanimento terapeutico che sia. Di fronte a questi temi, si rischia di incorrere nell’ira funesta di tutti gli “ismi” partigiani, ma anche di offendere la sensibilità individuale che, se mai lungi dall’essere faziosa, è coscienziale. Detto questo, dovrei non andare oltre, cestinare il file e passare ad altro. Ma due considerazioni mi impediscono di farlo: l’attualità e il peso che il tema ha assunto a seguito di casi che hanno tenuto col fiato sospeso; la fascinazione che l’eutanasia, ma sarebbe più corretto dire il tema vita/morte, esercita sullo scrivente.

A memoria cito di sfuggita il caso Cuzan negli USA del 1990, il caso Welby del 2006, il caso Englaro del 2009. Sull’ultimo taccio volutamente.  Di fronte a questi casi specifici prima, durante e dopo il gran finale (uguale per tutti), tutti gli “ismi” si sono dati feroce battaglia su questo terreno paludoso, perché impastato di lacrime e sangue sgorgati da profondo e indicibile dolore, dolore di cui nessuno dei combattenti (come ogni fazioso che si rispetti) vuole tener conto. I fatti non sono mai indizi di valutazioni super partes, pungolati dai fatti si pensa e si agisce emotivamente e in modo ordinario e disordinato. Per avere una visione più ampia del problema bisognerebbe porsi su un piano “altro”, quasi si volesse guardare il mare da un attico.

Certo, la società occidentale ha voluto esorcizzare la morte, ha creato una dimensione di “amortalità”: si muore lontano da casa e dai propri cari, ma poi si guarda su internet, con voluttuosa curiosità e con una certa prurigine, la morte violenta degli uomini (si pensi che l’impiccagione di Saddam Hussein è stato tra i video più cliccati degli ultimi anni), come se la morte fosse solo uno spettacolo da cui poi si possa distogliere lo sguardo e tornare alla vita reale da cui questa è assente e non una categoria a fondamento dell’essere uomo.

La prima cosa di cui rendersi conto è che sottesa all’idea del rapporto vita/morte sta una duplice equazione, che millenni di filosofia non sono riusciti a far superare: la vita è il maggiore dei beni, la morte è il peggiore dei mali. Ma è veramente così?

Già la speculazione greca vedeva nella morte una liberazione e una evasione dell’anima dal corpo/carcere (e se invece fosse il corpo a liberarsi dell’anima?). Epicuro invitava a non temere la morte, perché la morte “non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte noi non siamo più”. In età moderna già Thomas Moore, non certo un laicista, ritiene lecita l’eutanasia quando la malattia è inguaribile, e dovrebbero essere gli stessi sacerdoti “interpreti della volontà di Dio” a esortare il malato a non prolungare la sua vita, per cui sarebbe “saggio interrompere non la dolcezza della vita, ma il martirio”. Ed Hegel, un altro che non può essere tacciato di laicismo, ritiene che solo dalla morte della natura, dal fuoriuscire da “questo morto involucro” può risultare una natura più bella che è lo Spirito. Heidegger insegna che la morte, a differenza delle altre possibilità dell’esistenza, è una possibilità a cui non si può sfuggire ed è “la possibilità dell’impossibilità di ogni altra possibilità”.

E qui mi fermo per non tediarti oltre – mio gentile lettore – con la filosofia. Ma queste brevi note mi sono sembrate indispensabili a comprendere come l’idea che comunemente si ha della morte, e quindi della vita, non sia un fatto di natura ma di cultura, e che questa idea può essere riveduta e corretta.

Per le concezioni etiche e le più diffuse religioni, fondate sul principio della sacralità della vita, in quanto dono inalienabile, l’eutanasia è moralmente illegittima, poiché contrasta col fine naturale dell’autoconservazione e/o con l’esclusiva prerogativa divina di dare e togliere la vita. Inoltre il cosiddetto “rispetto della vita” vorrebbe tendere alla tutela naturale della vita biologica, di cui quella umana fa parte. Ma come non accorgersi della debolezza di questo “pensare”: si difende il rispetto della vita da parte di chi la vita disprezza, dimostrandolo con dichiarazioni di guerra a questa o quella parte del mondo, calpestando il diritto alla vita di questa o quella parte di umanità; si riduce l’uomo a mero fatto biologico, dimenticando ciò che gli dovrebbe essere più proprio: il pensiero; si eleva a categoria fondamentale dell’uomo il vivere, quando la sua dimensione più propria è l’esistere (possibilità, progetto, mettersi in gioco, rischio).

Come pensare che si possa demandare ai codici o alla politica, la cui agenda è quasi sempre dettata da opportunità elettorali, il domandarsi sulla vita e sulla morte? Come non rendersi conto che una scelta eutanasica ha come sostrato un dolore ineffabile e incomunicabile, un dolore tale da creare un baratro col prossimo, il quale vorrebbe invece avere la presunzione di comprendere? Come aspettare dalla medicina, col suo delirio di onnipotenza, spesso corrotta dai finanziamenti stanziati per la ricerca (quando non venduta alle sperimentazioni selvagge delle case farmaceutiche), una feroce risoluzione della questione? E allo stesso tempo: come affidare ad un referendum o a un legislatore, la decisione sul testamento biologico? Come non tener conto della coscienza religiosa dell’uomo di fede?  Bisogna rendersi conto che se l’eutanasia è giustificabile sul piano della pietas, è difficile – se non impossibile – giustificarla sul piano morale o giuridico.

Unica ritengo la risposta al problema: che ciascuno abbia la possibilità di scegliere e decidere della propria vita e di conseguenza del proprio morire, perché convinto che a un certo punto non conti tanto il vivere oltre quanto il morire bene, garantendo a ciascuno il rispetto della dignità dell’uomo, inteso non come universale astratto, ma come individuo in carne e ossa “finché morte lo separi” da esse.