Mentre altrove si pubblicano report annuali sull’infezione, da noi solo parlarne provoca polemiche. Maggiore rischio per chi vive in condizioni socio-economiche non ottimali o che non riesce a seguire in maniera adeguata percorsi di prevenzione, diagnosi e cura

 

Ogni tanto qualche caso sfugge alle strette maglie del riserbo che la accompagna, come accaduto per il centro anziani di via Akradina e, per qualche giorno, si riparla di lei, della tubercolosi, infezione endemica ovunque nel mondo che non si riesce a debellare.

Alcune Asp, senza difficoltà, convinte che l'informazione sia un obbligo istituzionale, oltre che morale, nei confronti dei cittadini tutti, pubblicano annualmente dei report, l'unica via per avere almeno una vaga idea di quale sia l'incidenza della infezione anche in Italia. E così per esempio possiamo sapere che nell'area di competenza dell'ASL 10 Firenze nel 2014 sono stati notificati complessivamente 99 casi di Tbc: 79 sono risultati residenti nel territorio della Asl con un tasso di incidenza pari a 9,5 casi per 100.000 abitanti. Una percentuale più alta di quella nazionale (per il 2013 5,3 casi per 100.000 ab) che viene giudicata non con allarmismo, ma piuttosto come il risultato della registrazione puntuale di tutti i casi, quindi la verifica di un obiettivo raggiunto: l'azzeramento, o il contenimento, del fenomeno della sottonotifica.

Nel documento si evidenzia anche il tasso più alto di incidenza (14,3 casi per 100 000 ab) proprio nella città di Firenze, "fenomeno tipico dei grandi centri urbani con una più alta concentrazione dei fattori di rischio associati alla Tbc" si scrive con estrema chiarezza, e il costante aumento del numero delle notifiche a carico dei soggetti italiani in età pediatrica, con un problema di attribuzione di cittadinanza (bambini che nell’archivio Simi risultano cittadini italiani ma in realtà appartengono e vivono in famiglie straniere).

Perché il riferimento a Firenze (ma si sarebbero anche potuto richiamare i dati del Piemonte, dell'Emilia Romagna, ecc.)? Solo per marcare le differenze con quello che accade in Sicilia, e in particolare a Siracusa, dove, da sempre, affrontare il problema della tubercolosi ha significato toccare un nervo scoperto.

Come nel caso di qualche settimana fa, quando a denunciare la presenza di due casi di infezione nel centro anziani del quartiere Akradina è stato il consigliere Simona Princiotta, immediatamente segue il comunicato ufficiale di assessori o rappresentanti dell'Asp per rassicurare la popolazione, che è tutto sotto controllo, che non c'è alcun allarme e che ovviamente si stanno seguendo tutte le misure previste dal protocollo sui controlli della malattia. E non c'è dubbio che alcune precauzioni vengano prese sebbene si sappia che screening sistematici e a tappeto siano in realtà impossibili, soprattutto perché insostenibili economicamente, più che mai in un periodo di tagli di risorse alla sanità come quello che viviamo.

Finito poi il clamore mediatico, tutto viene nuovamente avvolto dal silenzio, un silenzio voluto per primi dai familiari dell'infetto che tendono a rifuggire l'inevitabile stigma sociale e non consentono in tal modo di individuare il ceppo dell'infezione, ma anche spesso dai medici per i quali può risultare più comodo non sapere o far finta di non vedere (fare diagnosi richiede sforzo cognitivo, tempo e fatica), e così dai politici che non hanno interesse a ulteriormente appesantire la loro già piena agenda politica con ulteriori obiettivi da raggiungere (o da far finta di voler raggiungere).

Gli stessi media, mentre registrano in maniera meticolosa i casi di scabbia tra i migranti giunti in Italia, tacciono su quelli di tbc, nel peggiore dei casi per non andare contro corrente rispetto al volere comune, nel migliore per evitare strumentalizzazioni da parte di chi userebbe notizie di questo genere per dar forza alle proprie ragioni xenofobe (come d'altra parte attualmente successo per le polemiche di bassissimo profilo sulle tradizioni cristiane in chiave antimusulmana).

Si preferisce, in genere, non avviare un programma di corretta informazione per la cittadinanza, di formazione per il personale sanitario in alcuni casi poco o inadeguatamente preparato, le poche risposte possibili a una malattia la cui incidenza può considerarsi stabile. Un sistema che forse si modificherà solo se la tbc dovesse dilagare verso le classi sociali elevate, un'ipotesi possibile in un clima generale di deresponsabilizzazione e/o sottovalutazione del fenomeno.

Per restare solo all'Italia gli ultimi dati relativi al territorio nazionale risalgono a 7 anni fa, quindi possono attualmente apparire poco significativi. Nel 2008 l'Italia veniva posta tra i Paesi a bassa endemia (10 casi per 100mila abitanti) ma con differenze notevoli tra le regioni dovute sia alle diverse caratteristiche della popolazione più o meno a rischio sia, ed è questo il dato su cui riflettere, alla diversa sensibilità e scarsa considerazione del problema da parte dei servizi e degli operatori sanitari con conseguente sottonotifica di casi (non si può sapere se dipenda proprio da questo la maggiore incidenza dell'infezione rilevata nelle regioni del nord) o possibile selettività nei confronti di specifiche fasce della popolazione.

Che poi le classi d'età più coinvolte siano le più avanzate è un dato accertato perché in presenza di un peggioramento delle condizioni generali di salute e del sistema immunitario dovuto ai processi di invecchiamento è più facile la riattivazione di infezioni latenti. A essere sottoposti a un maggior rischio sono comunque tutti coloro che vivono in condizioni socio-economiche non ottimali o che non riescano a seguire in maniera adeguata percorsi di prevenzione, diagnosi e cura. Quelli di cui ancora si sente la necessità.