La ministra, ormai più odiata della Fornero: “Andiamo avanti, non cederemo alla piazza”. In Parlamento cinquemila emendamenti

 

La Civetta di Minerva, 13 maggio 2016

Un maggio emblematico quello a Parigi, riscaldata quest’anno da un bel tepore primaverile (se in Sicilia pioveva, qui – una volta tanto – non ci lamentavamo).

Mentre la frattura tra la Le Pen e suo padre si fa di anno in anno più accentuata e, per evitare incidenti istituzionali, i due hanno deciso di trascorrere l’annuale ricorrenza del Front National in due zone ben lontane della capitale francese, il resto del popolo (quello che non vota FN, per intenderci) manifestava, più o meno pacificamente.

Fra le sedicimila (secondo il Ministero dell’Interno) e le settantamila (secondo i sindacati) le persone che si sono riunite lungo un percorso che ha attraversato le vie della città, provocando, al passaggio, sparuti scontri.

Il leitmotiv di quest’anno è stato: legge del lavoro, non festa del lavoro; lo slogan più diffuso “non c’è sicurezza senza chomage”, ossia il diritto di percepire l’assegno di disoccupazione che, in Francia, perdura per ben due anni dal licenziamento, dalla rottura convenzionale del contratto o dalla fine di un contratto a durata determinata.

Oggi, mentre la discussa riforma del lavoro è in esame, all’interno del magnifico immobile che si affaccia su Place de la Concorde, sede dell’Assemblée Nationale, la ministra El Khomri (che qui, ormai, gode di fama peggiore della Fornero) ha dichiarato di non voler cedere alle richieste della piazza e di voler portare avanti un progetto di legge che ha già subito una prima modifica sulla base delle pressioni dei sindacati. In particolare, sono state corrette due norme che avevano, più delle altre, provocato malcontento: la durata della giornata di lavoro degli apprendisti potrà essere fissata, al massimo, a dieci ore solo con l’accordo del medico del lavoro e dell’ispettore del lavoro; non è più previsto alcun plafond alle indennità percepite dal lavoratore licenziato abusivamente.

Il punto che, ancora, divide in maniera drastica coloro che sostengono il disegno di legge da coloro che lo boicottano è quello della disoccupazione: se, per alcuni economisti, applicare anche in Francia i principi delle riforme italiana e spagnola e tradire la natura garantista della normativa d’Oltralpe è l’unica via per superare la disoccupazione strutturale, per altri luminari della finanza ed esponenti sindacali l’abbassamento delle tutele sarebbe catastrofico. E l’abbassamento delle tutele passa per il controverso primato degli accordi di impresa sui contratti collettivi di settore: necessaria autonomia decentrata, secondo alcuni; sdoganamento della deregolamentazione e delle disparità, secondo altri.

In realtà, in un paese in cui Hollande ha sempre meno credibilità e si ha fretta che arrivi il 2017, tempo delle elezioni presidenziali, il disegno di legge in questione risente delle critiche che sono mosse tout court al governo, al quale, in particolare, si rimprovera la lunga inerzia prima di affrontare la spinosa questione dell’emploi, l’impiego.

Nelle dinamiche occupazionali parigine, ciò che avviene, ormai da qualche anno, è la stabilizzazione del CDD, contratto a tempo determinato, a discapito del CDI, sempre più un miraggio per i nuovi assunti. Anche qui, come in Italia, ciò che frena i datori di lavoro è la strisciante crisi economica e il connesso terrore di non poter licenziare con rapidità. Chi, come me, è stato assunto tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015 poteva ancora ambire all’agognato CDI: da quel momento in poi, contratti di quattro o sei mesi, rinnovabili fino a tre volte, sono diventati la normalità nelle imprese private, anche di rilevanti dimensioni (per le piccole e medie imprese, la situazione era complicata già da qualche tempo).

Adesso, però, il governo ha fretta che si superi l’impasse. Non c’è tempo di vagliare i 5.000 emendamenti presentati: «Non organizzeremo un Festival di Cannes» ha dichiarato il deputato del PS Le Guen «per analizzare ogni farraginosa opposizione». Non c’è tempo di convincere i 50 deputati socialisti che voteranno contro il disegno di legge presentato dalla loro collega di partito. Non c’è tempo: fra meno di un mese, la competizione calcistica europea prenderà avvio e tutti i riflettori saranno puntati sulla Francia. «Manifestazioni, scioperi… sarebbe il peggiore degli scenari, il peggior biglietto da visita» per il cabinet di monsieur Hollande.

Così, si ipotizza il ricorso all’articolo 49-3 della Constitution che prevede un istituto equivalente alla nostra questione di fiducia e consentirebbe al primo ministro Valls di adottare il controverso progetto di legge, superando l’ostacolo del voto.

L’appuntamento con la storia social garantista francese è previsto per la prossima settimana. Nel frattempo, l’Italia – triste preconizzatrice dell’istituzionalizzazione della precarietà – avrebbe qualche lezione da insegnare alla Francia. Noi, sotto, sotto, tifiamo Nuit Débout.