Dagli anni ‘70 non c’è una molecola che sia stata sviluppata da una ditta italiana. Ne consegue che la totalità degli industriali del farmaco commercializza medicinali realizzati e sperimentati altrove. Molto spesso mette il proprio marchio su farmaci inventati, prodotti e confezionati altrove

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La Civetta di Minerva, 26 ottobre 2019

Potrebbe anche essere giustificato che, alla fine del percorso lavorativo, più di qualcuno fra i medici italiani aspiri al pensionamento per cercarvi quelle gioie e quel riposo che tutti i tipi di lavoro, in tempi di crisi, vietano a chi deve tirare la carretta sempre più pesante e senza alcun riconoscimento economico. In questo preciso momento storico tutti quei medici che furono reclutati per dar vita al sistema sanitario nazionale, nato nel 1978, sono sulla via del pensionamento.

A sentirli parlare fra loro prevale una disperazione per l’enormità dei carichi burocratici, ridicoli, borbonici, farraginosi che una classe di politici sempre meno preparata ed europea continua a caricare sulle spalle degli operatori. Persino chi avrebbe dovuto far tremare le fondamenta del sistema Italia, i teorici del “vaffa”, davanti alla macchina dello Stato che vacilla altro non fanno che aggravare la quotidiana tortura di chi deve mettere la propria faccia nel dire no ai cittadini.

Certo è traumatico il passaggio dal “vaffa” al governo, affrontare una crisi senza perizia può far danni enormi ai pilastri dello stato sociale. Tutti i sistemi del welfare sono erosi dalla mancanza di denaro, sono scarnificati dalle mille pezze al sedere, inventate da chi deve far quadrare i conti. Quando le pezze sono troppe il tessuto liso si strappa e vedremo comparire le natiche e tutto il resto.

A forza di stressare l’asino di bastonate alla fine questi si schianterà definitivamente al suolo. Così, in questi grami tempi di crisi senza uscita, la medicina di famiglia si vede costretta a far fronte ai no continui che vengono dalle amministrazioni dello Stato, compreso quei no che riguardano proprio ed anche la retribuzione degli stessi sanitari, ormai tra i meno pagati al mondo.

Come reagiscono i cittadini ai tagli, alle liste d’attesa, alla crisi? Frequentare i blog di medicina generale è notevolmente istruttivo. Medici di famiglia molto motivati mettono in piazza la realtà di un lavoro duro e umile, le caratteristiche di un popolo che si caratterizza come distante da altre realtà politiche, economiche, sanitarie europee.

Non vi è dubbio che l’Italia attraversi uno dei suoi momenti più difficili. Fra tutti i tipi di degrado quello sociale e culturale è fra i peggiori. Alcune realtà politiche, mediatiche, civiche ci mettono in condizione di far fallire secoli di progresso e di conquiste sociali. Basta considerare semplici fenomeni come il non rispetto della fila, l’uso ignobile dei media e dei social, l’ignoranza di ritorno e quella nativa, particolarmente dilagante in queste epoche. Aggiungete il crollo delle figure di riferimento, fra cui quella del medico, l’”uno vale uno” che, sommato alle pessime performance della scuola italiana che produce diplomati e laureati incapaci di leggere testi e capirli. per giustificare in parte quello che scorre sotto gli occhi di un medico di famiglia. Ormai le ore di studio non si contano più.

Se la sanità pubblica declina e non offre le risposte, di certo le malattie fisiche e psichiche non diminuiscono. Anzi si moltiplicano. Assistiamo a una proliferazione di malattie mentali preoccupante. Le liste d’attesa bloccano il paziente e anche il medico di famiglia. La malattia spinge il paziente a usare e abusare dell’unica figura professionale gratuita che gli è offerta. Fra l’altro è l’unico professionista che non può trincerarsi dietro una lista d’attesa: deve ricevere tutti durante la giornata. Si vedono personaggi accedere in ambulatorio almeno tre volte a settimana, spesso pensionati, disoccupati, prevalentemente nevrotici alla ricerca di risposte che non è possibile avere da un semplice medico.

Deleteria per il medico di famiglia è la correttissima abitudine all’ascolto attivo, dell’empatia col paziente. Queste sacrosante metodiche di cura si scontrano con il libero accesso alle cure gratuite. Se bisogna visitare trenta persone al giorno e si dedicano almeno trenta minuti a testa, ci vogliono quindici ore al giorno. Per non dire che gli adempimenti burocratici richiedono altrettanto tempo.

Se non si riforma la durata del giorno in Italia, non si può risolvere il problema. Peggio accade se il medico ha una coscienza professionale che gli fa preferire la clinica alla burocrazia, per cui decide di stipendiare un dipendente per far da segretario. Oltre a dividere per due il suo misero stipendio non risolverà lo stesso il suo problema: il governo aumenta tutti i giorni le sue ore di lavoro e alcune figure fondamentali come l’infermiere e l’assistente sociale non potrà mai pagarsele. “Dulcis in fundo” l’italiano, quello sovranista, razzista, destrorso, nostalgico, non fa che approfittare dello stato sociale che le conquiste sindacali socialiste hanno portato a disposizione di tutti.

Non c’è giornata che non ti venga un insegnante o un lavoratore che non ti chieda una “104” per un proprio congiunto, l’accompagnamento per i propri genitori al primo accenno di qualche dimenticanza senile, una pensione da anticipare perché si sostiene di non poter più lavorare. C’è sempre qualcuno che per ore cerca di convincere il proprio medico che è divenuto invalido quando il suo lavoro va male o l’ha perso. Tutti i siciliani agognano un’invalidità. Sono i medici che non lo vogliono capire!

Quanto si possa resistere a queste piacevolissime abitudini italiane senza sparare rimane da approfondire!

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