Reportage dall’Oasi Don Bosco. Le ragazze saranno costrette a raggranellare i 30 mila euro del viaggio. La madame, nei loro villaggi, aspetta che arrivino e tiene sotto giogo le famiglie. Un debito non rinviabile. La questura ha calcolato in 600 le prostitute nigeriane a Palermo. Un mercato in costante crescita

 

Oasi Don Bosco, centro di prima accoglienza. Una mattinata splendida, con una leggera brezza, che rende ancora più gradevole la giornata in questo luogo di particolare bellezza. Nel grande salone di quello che è stato per alcuni anni un albergo, luogo di vacanze e di seminari, è in corso una riunione. Sulle poltrone sparse senz'ordine siedono almeno una cinquantina di persone, soprattutto donne, per lo più giovanissime. Alcune, nel corpo esile e i lineamenti purissimi, tradiscono quella minore età che non saranno mai disposte a dichiarare. Per tutte l'ordine tassativo è di dirsi maggiorenni ed evitare così tutele che per loro significherebbero soltanto catene e vincoli in più. Sono nigeriane, di religione cristiana, qui dal 10 giugno. In tutto gli ospiti sono attualmente sessanta dopo che qualche giorno fa, alle quattro del mattino, una settantina di uomini (nel centro erano in 133 su una capienza di 112 posti) sono stati 'caricati' su un pullman: destinazione la Toscana. Alcuni bambini, il più piccolo di un anno e mezzo, corrono indifferenti a ciò che accade o restano vicini alle madri: i minori sono 9, il più grande ha 13 anni.Quattro sono i figli di Lovet: il marito l'ha fatta salire con i bimbi sul barcone e poi si è dileguato.

Peter, il "pastore" - così lo definisce il personale - di soli diciannove anni, parla con loro in inglese e cerca di convincerle a non scappare. Si è appena dileguata, e non si sa se farà ritorno al centro, una giovanissima, diciotto anni l'età dichiarata, incinta. Vuole a tutti i costi liberarsi di quel figlio "frutto del male" che le è stato imposto con la violenza, a Tripoli, quasi cinque mesi prima della partenza, l'ultimo sgradito regalo della sua terra d'Africa, e proprio non si sa chi l'aiuterà, e con quali rischi. Le donne ascoltano le parole di Peter, spesso ridono, ogni tanto tutte insieme ripetono qualcosa ad alta voce, poi, finita quella specie di sermone, si alzano.

Una di loro, Vera, la ragazza della foto, bellissima, si avvicina ammiccante a me e ai due ragazzi del personale. C'è anche il direttore del centro (fino a ieri uno dei collaboratori del giornale, Ciccio Magnano): "We are ready?" le chiede. "We are ready to go " e mentre lei con un sorriso smaliziato, dolcissimo, risponde di no, che non vuole farlo, che non si allontanerà, lui mi spiega: "Pronte non per fuggire, ma per prostituirsi. Già lo sanno, già lo mostrano, con le loro provocazioni. È questo il vero dramma, lo strazio che si prova guardandole e leggendo nei loro occhi la consapevolezza di quel che accadrà. La rete della prostituzione è di rara efficienza. L'altro giorno due ghanesi sono venute a cercarle qui, per conto di nigeriani hanno detto. Ovviamente ho fatto la segnalazione in questura. La madame, nei loro villaggi, aspetta che arrivino i 30mila dollari pattuiti e tiene sotto giogo le famiglie. Un debito non rinviabile. La questura ha calcolato in 600 le prostitute nigeriane a Palermo. Un mercato in costante crescita la cui responsabilità non è da ricercarsi nelle necessità di chi tratta il proprio corpo come uno strumento di lavoro, ma nella depravazione, senza perdono, degli uomini, di quelli che le sfruttano e di quelli che le usano per il proprio piacere".

Mi faccio spiegare da Ciccio come funziona il centro: "Dai, sfatiamo qualche luogo comune: i 30 euro che si danno a ogni migrante, l'iphone..."

"Ci siamo aggiudicati l'appalto con una proposta di 29 euro al giorno per ospite e così copriamo ogni spesa, dal personale (sono in 15 tra operatori e inservienti - e vengono pagati con regolarità come mi risponderà uno di loro -) alle utenze. Ogni migrante quando arriva riceve la biancheria pulita con i ricambi, scarpe, vestiti, ha un pocket money di 2 euro e 50 al giorno e una ricarica telefonica di 15 euro per avvertire i parenti che aspettano loro notizie: spesso c'è bisogno dell'aiuto di un operatore, perché specialmente chi arriva dai villaggi, ha poca dimestichezza con la 'tecnologia'. Quando è venuta una delegazione Onu per ispezionare il centro ho detto loro, come anche alla BBC qualche giorno fa o alla rivista britannica Glamour - qui per dare voce ad alcune esperienze, per dare evidenza a qualche storia tirandola fuori dall'anonimato di un insieme che solo apparentemente è tutto uguale -, che l'accoglienza si può fare in due modi: con il borsellino o con il cuore. Se la fai con il cuore non vai in perdita, ma neanche speculi sul dolore della gente. Qui, il mio personale sa che se tratta male qualcuno, il giorno dopo è fuori dal centro. Forse è anche per questo che, dopo aver vissuto il momento della partenza per i centri di seconda accoglienza come un nuovo passo verso la libertà e un futuro migliore, ci telefonano per salutarci e dirci che sono stati bene con noi. Solo perché hanno ricevuto un trattamento umano, rispettoso delle loro esigenze.

Al loro arrivo, dopo lo sbarco, la prima necessità è quella di intervenire sull'igiene: pidocchi, scabbia, varicella, malaria. E' normale che sia così. Per fortuna ancora nessun caso di tubercolosi, ma in giro ce ne sono. Due medici vengono una volta ogni settimana ma se c'è qualche emergenza, come accade, li accompagniamo all'ospedale più vicino".

E che l'accoglienza qui sia un valore appare vero, lo si comprende, dal clima che si respira: sorrisi tra tutti, battute, richieste subito ascoltate. E donne che passano tirandosi su il seno e fissando negli occhi gli uomini sapendo che almeno qui, per ora, è solo uno scherzo, un gioco."Come sono i rapporti tra di loro, tra uomini e donne intendo?" "Seguono la natura con la massima libertà" è la risposta.

Il gruppetto di bambini viene a chiedere colori e carta, e il più grande di loro tornerà poi con un disegno che colpisce per la riuscita: "Very good, bravo...signit so i willkeepitas a gift" gli dice Ciccio, complimentandosi e tendendogli la mano.

Il più piccolo ora è scalzo ma lo resterà per poco.

"Gli ispettori Onu mi hanno rimproverato per la quantità di cibo che metto nei piatti... " e siamo nel magazzino dove non posso fare a meno di sbirciare la marca degli alimenti: quelle che usiamo abitualmente per le nostre famiglie.

Anche la cucina, già in fermento, è a posto: la pulizia è assicurata.

"Come mi hai spiegato, la loro permanenza, che dovrebbe essere di sole 72 ore, spesso si protrae per giorni, fino a 15, 20 se non di più. Come trascorrono il loro tempo? Non dovrebbero fare qualcosa piuttosto che oziare? E' un errore dire che potrebbero dare una mano nella gestione del centro, fare qualche lavoro?"

"Spesso, spontaneamente, soprattutto i ragazzi, se vedono che stai facendo qualcosa, si propongono loro stessi, lo fanno per mostrarti la loro gratitudine, ed è compito di ciascuno pulire la propria stanza (qui, a dispetto di Salvini, scandalo!, sono vere camere da albergo con tanto di bagno doccia, phone ecc. ndr). L'inserviente pulisce le parti comuni e li richiama se le cose non sono state fatte a regola. Per il resto, certo il lavoro non si può imporre e avremmo bisogno di una rete di volontari che organizzasse corsi di vario genere. Qualche volta riusciamo a farli con le nostre forze ma non sempre è possibile. Ho rivolto appelli in questo senso tramite facebook ma non ho avuto risposte. Altro è la solidarietà, per esempio della Caritas che invia indumenti, puliti, e giocattoli, ma si potrebbe fare di più, questo è certo".

Noto che se c'è la moschea - "E' una delle sale dell'albergo ma alla fine è anche la più grande della Sicilia orientale per la capienza: 200 persone" -, mancano però i libri e chissà quanti di noi hanno conservato i cartonati dei propri figli, o libri di favole che un bilingue potrebbe leggere. Forse sarebbe utile qualcuno che masticasse un po’ di legislazione italiana e europea, o qualche rudimento di medicina e cura personale, qualche lezione di italiano. E perché non organizzare attività motorie, giochi di squadra. Tra questi ragazzi potrebbe esserci un Balotelli, si spera più saggio di quello che abbiamo conosciuto!

Prima di andarmene cerco con lo sguardo la ragazzina della foto, Vera. Vorrei sedermi accanto a lei, parlarle come ad un'amica, convincerla che la sua avvenenza è un fiore troppo bello per essere gettato tra le zampe di un depravato.