Intervista a Leonardo Becchetti, autore del “Manifesto dell’economia civile”, edito dal Mulino. La netta differenza di ruolo tra banche di affari e banche di credito/risparmio, la banca etica. “Si spostano risorse ingenti dall’economia produttiva al sovramondo della speculazione finanziaria”

 

Ad intervista segue video

 

Leonardo Becchetti colloca il suo pensiero entro un orizzonte di riferimento interessantissimo: quello di una necessaria rivoluzione copernicana del paradigma economico dominante, ancora accettato supinamente dalla stragrande maggioranza dei mestieranti delle attività economico-finanziarie e dal ceto politico, che dovrebbe essere il regolatore di tali attività. E che invece si lascia troppo facilmente catturare dai regolati. O rimane beatamente ignaro. È illusorio aspettare la salvezza da un potere onnipotente e incorruttibile.

 

Prof. Becchetti, cosa non funziona nell’attuale paradigma di pensiero economico, che ella chiama sistema tolemaico (da rivoluzionare)?

 

Parecchie cose. Il paradosso più evidente di tale sistema tolemaico è che, mentre esso accetta e dà per scontato che cittadini e imprese siano avidi e guardino solo al loro tornaconto, presume però che le istituzioni siano virtuosissime, benevolenti, onniscienti e resistano alla “cattura” da parte dei regolati. Il documentario Inside the job illustra con grande chiarezza come le grandi banche sistemiche abbiano utilizzato meccanismi molto soft di corruzione per convincere i regolatori della bontà del loro operato e per condurre all’abolizione del Glass-SteagallAct, ossia della legge che stabiliva una netta differenza di ruolo tra banche di affari e banche di credito/risparmio.  E spiega l’ancor più agevole rapporto con gli accademici, che si lasciano corrompere per il classico piatto di lenticchie: basta una consulenza ben pagata (spiccioli per i bilanci delle banche) per avere una relazione tecnica favorevole alla deregulation, piuttosto utile al sistema bancario.

 

Vuol precisare perché l’abolizione di tale differenza di ruoli tra banche commerciali e banche d’affari (negli USA come in Europa) ha influito ed influisce negativamente sull’economia?

 

Grazie a tale abolizione le banche che hanno come obiettivo quello della massimizzazione del profitto (quasi tutte le spa quotate) hanno trovato molto più conveniente dedicarsi ad operazioni di finanza speculativa piuttosto che all’attività di prestito alla clientela e all’imprenditoria locale; tale attività è ormai considerata un servizio assai poco remunerativo. Prova ne è il fatto che le banche a voto capitario (cooperative, popolari, etiche) hanno rapporti tra impieghi e totale dell’attivo mediamente più elevati e di diversi punti percentuali rispetto alle banche massimizzatrici di profitto. Ancora più positivo il ruolo delle banche etiche, che, escludendo l’obiettivo della massimizzazione dei profitti, puntano invece su quello di contribuire al bene comune, favorendo l’accesso al credito, combattendo la povertà e promuovendo la responsabilità ambientale.

 

Addirittura! Ma sono banche o enti di beneficenza? Di solito le banche sembrano agire cinicamente.

 

Sono imprese che funzionano meglio delle rivali: paradossalmente hanno meno sofferenze rispetto alle altre banche, circa un quarto, perché più in grado di selezionare progetti ed imprenditori virtuosi con il doppio criterio di validità economica e socioambientale dei progetti di investimento. E hanno altri fini: le imprese bancarie non sono tutte unicamente protese alla massimizzazione del profitto che vuol dire mettere l’azionista in posizione di dominus rispetto a tutti gli altri portatori d’interesse. Questa idea disfunzionale (che però sta al cuore del paradigma tolemaico, da sostituire) rappresenta un clamoroso travisamento del bene comune; ma per fortuna questo travisamento non sfugge ai cittadini più avveduti e agli intellettuali più accorti, che non confondono la fetta con la torta. Tutti costoro auspicano una nuova teoria, che sostituisca il paradigma tolemaico dell’economia neoclassica, la quale spaccia la massimizzazione del profitto degli azionisti per successo economico tout court, incurante dei costi sociali e dell’impatto ambientale, che sono il duro prezzo imposto dai manager per il conseguimento del vantaggio di pochi. Essere contro la massimizzazione del profitto non significa, beninteso, demonizzare o considerare negativamente il profitto ma semplicemente non assolutizzarlo.

 

Può spiegare meglio ai nostri lettori la metafora della torta e della fetta?

 

L’organizzazione produttiva dovrebbe essere considerata nelle sue diverse dimensioni: il bene o servizio prodotto, l’impatto sull’ambiente e quello sulle persone che hanno a che fare con essa. Invece queste tre dimensioni sono state schiacciate da una miope visione riduzionista di corto respiro. La funzione dell’azienda viene ridotta alla massima soddisfazione di una sola parte dei portatori di interesse: gli azionisti.  Si pensi ad una mamma intenta a preparare una torta per i figli, da condividere in un sereno momento di convivialità familiare. Improvvisamente questo obiettivo viene sostituito da quello della massimizzazione della fetta destinata ad uno solo dei familiari, quello meglio nutrito. In questo esempio lo stravolgimento dei fini diventa evidente e sono facilmente immaginabili gli effetti negativi di tale iniqua distribuzione sulla qualità delle relazioni familiari. 

 

Esempio efficacissimo! E invece…

 

La grande manipolazione culturale, di cui neanche ci accorgiamo, spaccia la fetta più grossa come fine dell’attività produttiva, sostituendo al valore complessivo e al vantaggio comune il profitto di pochi. La manipolazione delle coscienze ha raggiunto livelli così aberranti da far ritenere ormai normale che azionisti di un’azienda che fa profitti costringano il management a chiudere un impianto, lasciando i lavoratori sul lastrico, per trasferirlo lì dove si possano realizzare profitti maggiori. È il caso dei fondi private equity, che pretendono rendimenti a due cifre. E sempre per inseguire rendimenti a due cifre (cioè superiori al 10%) spesso si arriva a subordinare l’attività produttiva tradizionale o industriale a un ruolo secondario: quello di produrre le munizioni da impiegare per scommesse sui mercati speculativi, nella guerra di tutti contro tutti, anche con l’impiego di strumenti micidiali, come certi derivati rischiosissimi che inizialmente producono rendimenti alti ma che sono destinati a buggerare chi si lasci abbindolare. Questo sposta risorse ingenti dall’economia produttiva al sovramondo della speculazione finanziaria.

 

Nel suo libro (ndr: Wikieconomia - Manifesto dell’economia civile, edito dal Mulino) ella spiega come sia potuto accadere che gli altri portatori di interesse abbiano ceduto tutto questo potere a una delle parti (gli azionisti) e come la cultura dominante abbia sposato l’idea che la dittatura dell’azionariato fosse la strada giusta o l’unica praticabile. E spiega anche come e perché da tale situazione si debba necessariamente uscire. Vuole in questa intervista almeno accennare al ruolo della globalizzazione come fattore che ha propiziato la dittatura degli azionisti?

 

È questione di potere contrattuale. Nel mondo non ancora globalizzato i lavoratori dei paesi industrializzati avevano raggiunto elevati livelli di tutela attraverso il movimento sindacale. Con la globalizzazione il potere contrattuale dei proprietari del capitale aumenta improvvisamente grazie all’opzione della delocalizzazione. Lavoratori altamente sindacalizzati e protetti da una legislazione adeguata vengono improvvisamente messi in competizione con altri che ancora vivono in contesti simili ai lavoratori dei tempi di Dickens. La possibilità di esportare le fabbriche in paesi a bassissimo costo del lavoro e senza leggi di tutela della manodopera rende improvvisamente disponibile un esercito di riserva, ovvero una massa di diseredati disposti a lavorare a condizioni salariali molto più basse.  Nel 2010 l’ufficio americano delle statistiche calcolava che un’ora di salario lordo nel settore manifatturiero costava 33,1 dollari in Italia contro 1,9 dollari nelle Filippine; 1,17 dollari in India; 1,36 dollari in Cina…  Il rapporto SVIMEZ del 2013 ci fa notare che un operaio italiano è tre volte più produttivo di uno bulgaro, ma costa otto volte di più.

 

Ma ci si può rassegnare passivamente alla constatazione che la globalizzazione dei mercati, in presenza di tali divari nel costo del lavoro, innesca processi di delocalizzazione?

 

Certo che no. Né si può aspettare che i divari vengano spianati da meccanismi automatici di riequilibrio.

 

Può citare un esempio di meccanismo automatico di riequilibrio?

 

Uno è la legge della convergenza condizionata, grazie alla quale il reddito pro-capite dei paesi poveri o emergenti tende a crescere più rapidamente di quello dei paesi ricchi. La tendenza al riequilibrio si realizza attraverso i movimenti di capitali e quelli, molto più sofferti, delle persone, che emigrano verso paesi con un più alto tenore di vita e di welfare, per trasferire una parte dei loro risparmi ai paesi d’origine, come rimesse. Ma questa tendenza è molto debole e sortirà effetti di riequilibrio in tempi piuttosto lunghi. Oggi esistono 1,2 miliardi di persone che vivono sotto la soglia di povertà estrema (di 1,25 dollari al giorno) e ben 2,7 miliardi di altre persone che vivono con meno di 3 dollari al giorno. Ciò fa intuire che i proprietari del capitale avranno ancora a lungo il coltello dalla parte del manico nella contrattazione per la divisione della torta in un mondo globalizzato.

 

Quanto a lungo?

 

Se il differenziale di crescita si mantenesse ai livelli attuali, la Romania ci raggiungerebbe tra 20 anni; l’Albania tra circa 40: la Cina tra 60; i paesi africani tra un secolo e forse anche più tardi. Prevengo la prossima sua domanda: cosa fare nel frattempo? È insensato giustificare una corsa al ribasso sui diritti del lavoro e sulla tutela della sicurezza e dell’ambiente. Né la corsa al ribasso può essere mistificata dietro lo schermo della competitività e dell’efficienza…  Recentemente è emerso un abuso di contratti a tempo determinato, ripetuti, che hanno accresciuto la precarizzazione. Ora si sta cercando di rimediare.  Speriamo che i rimedi funzionino; ma potrebbero anche provocare un effetto perverso, finendo per trasformare un lavoro precario in disoccupazione.

Fin dove si dovrebbe arrivare per essere più flessibili? Per competere coi paesi a basso costo della manodopera? Se bisogna arrivare al dollaro al giorno la prospettiva è dura: sarebbe il ritorno ad una condizione di schiavitù. E di povertà crescente. Il crollo del palazzo di Rana Plaza a Dacca, in Bangladesh, dove si lavorava a un dollaro al giorno per rifornire i magazzini di tanti grandi firme della moda, ci sembrò un episodio di un contesto lontano. Dopo qualche mese appena è avvenuto sotto i nostri occhi il rogo di Prato e ci siamo accorti che il mondo dei disperati è molto più vicino di quanto non pensassimo; è già in casa nostra. Bisogna scivolare verso il Rana Plaza o portare quei lavoratori verso le nostre tutele e i nostri diritti?

 

È una domanda che non oso rivolgerle. La risposta è ovvia. Ma il processo sarà lento ed irto di difficoltà. Tuttavia le chiedo di fare un cenno alla pars costruens. Cosa possiamo e dobbiamo fare?

 

Innanzitutto bisogna contribuire a divulgare i principi di una rivoluzione culturale già in atto. Il modello tolemaico rivela già tutte le sue falle: esso fallisce sul piano dell’etica e ci prospetta esiti inaccettabili; ma fallisce anche sul piano dell’economia. Crisi finanziarie, aggravate da crisi sociali, sono l’esito del sistema in atto. È illusorio aspettarsi un risanamento unicamente affidato ai regolatori o ai legislatori (anche se è fondamentale e doveroso spingerli a svolgere con maggiore competenza e responsabilità il loro mandato). È illusorio presumere che il rappresentante delle istituzioni sia l’unico ad avere virtù sociali eroiche in un mondo di consumatori tutti sprovveduti e di imprenditori tutti predoni.  Se le cose stessero così, il legislatore o il regolatore (il potere politico) finirebbe con il farsi catturare e condizionare dalla dittatura degli azionisti e dai profeti del sistema tolemaico esistente. La speranza che aspetta passivamente la salvezza da nuove norme è in gran parte illusoria.

 

Il potere di contrattazione è ormai pressoché inesistente; il potere di regolamentazione è corruttibile, agganciabile da parte delle lobby, manipolabile, asservibile,  ma… lei parla di rivoluzione già in atto, da assecondare o da divulgare. Come? Prosegua, per favore. Dia almeno un brandello di speranza o schiuda una prospettiva davanti alla coscienza dei nostri lettori.

 

Ci sono coscienze di cittadini attivi e responsabili, ci sono anche imprenditori capaci di spingere lo sguardo al di là dei loro interessi più immediati. Non eticamente eroi dell’altruismo: ma imprenditori illuminati da un interesse lungimirante e capaci di avere una visione non miope.  La chiave della soluzione sta nella trasformazione di questa quota oggi minoritaria di cittadini consapevoli da consumatori a consumattori, capaci di “votare tutti i giorni col portafoglio”, cioè di spendere con criterio selettivo, premiando solo alcune imprese ed alcuni prodotti. E sta nella presenza di imprenditori non miopi ma lungimiranti, come ho già detto. Questa massa critica di consumatori e di imprenditori capaci di saper cogliere la responsabilità sociale  può diventare lievito e fattore di trasformazione dell’intero sistema.

La salvezza non possiamo aspettarla da altri. Dobbiamo essere noi stessi resilienti. Cerchiamo di esserlo tutti o quanti più possibile: selezionando gli acquisti; orientando i nostri risparmi verso banche etiche; sottraendo risorse e credibilità alla controparte predatoria; smascherandone la miopia e la voracità; usando la rete per diffondere consapevolezza critica; realizzando semplici iniziative come cash mobs; collegandoci e collaborando con NEXT, che mette assieme più di 30 organizzazioni diverse (della società civile, dei sindacati, delle università, dell’industria, delle associazioni di acquisto solidale…) per promuovere la cultura del voto con il portafoglio nei consumatori e della responsabilità sociale nell’impresa.

Bisogna crescere in consapevolezza e diffondere responsabilità sociale. È anche quello che state facendo voi della Civetta e il gruppo di animatori del Progetto Siracusa Resiliente, mi pare. Siete anche voi della cordata. Diamoci tutti una mano in questa sorta di tiro alla fune. Portiamo quante più persone dalla nostra parte. Io sono convinto che anche imprenditori e datori di lavoro possano desiderare l’uscita dal modello tolemaico, ma che per farlo abbiano bisogno di essere liberati da cittadini responsabili. Diamo loro e diamoci tutti una mano.