Il terzo convegno di Siracusa Resiliente. L’economista: “Ci sono state ben sette crisi finanziarie dal 1987 ad oggi. La prossima, che potrebbe scoppiare quest’anno, sarà più catastrofica del 2007”

Ad intervista segue video

 

Prof. Perna, si sta cercando di ovviare all’attuale crisi attraverso l’immissione di cospicue dosi di moneta nei sistemi economici. Lo sta facendo da tempo l’America di Obama e ora lo fa anche la BCE di Draghi. Lo sta facendo Abe in Giappone (che però punta anche su un aumento della spesa pubblica, al contrario di quanto impone la troika). Lei crede che siano interventi risolutivi? Semplici palliativi? O scelte pericolose?

Sono interventi di pura somministrazione di oppiacei che prolungano l’agonia di un modello socio-economico fallimentare. Sono flussi di denaro che finiscono solo in minima parte nell’economia reale, mentre servono a capitalizzare le banche e far crescere i titoli di Borsa fino a che non scoppia la prossima bolla finanziaria. Ricordo che ci sono state ben sette crisi finanziarie dal 1987 ad oggi. La prossima, che potrebbe scoppiare entro il prossimo autunno, sarà ancora più catastrofica del 2007.

Una maggiore quantità di denaro fresco può rappresentare una boccata di ossigeno per le banche, che forse hanno in pancia prodotti tossici e rischiano parecchio. Ma quella nuova massa monetaria si trasferirà all’economia reale o rischia di finire (del tutto o in massima parte) nel buco nero della finanza speculativa? Non sarebbe preferibile scoraggiare la turbofinanza per far rifluire risorse monetarie già esistenti verso l’economia reale?

Non c’è dubbio. Penso di avere già risposto precedentemente.

La rivoluzione monetaria, improcrastinabile, viene anticipata e sollecitata da sperimentazioni dal basso, che puntano al recupero, sia pure parziale, della sovranità monetaria perduta attraverso il ricorso a monete complementari. Ma non sarebbe anche il caso di promuovere politicamente un recupero della sovranità monetaria perduta? Non per lasciar decidere al potere politico di turno la quantità di moneta da creare, ma per affidare una tale scelta ad una istituzione autonoma ma pubblica, una sorta di suprema corte della moneta o un Istituto Centrale di Emissione. Che ne pensa?

Penso che ci siano diversi livelli dove sia necessario ed urgente riappropriarsi della sovranità monetaria perduta. Un livello è quello locale ed ha a che fare con la creazione di monete complementari (attualmente sono 5.000 nel mondo) che sono ancora in fase di sperimentazione, con risultati contrastanti, ma dalle buone prospettive. Il secondo è quello nazionale.  In questo caso la proposta più seria è quella avanzata da Luciano Gallino, Stefano Sylos Labini e tanti altri economisti italiani e stranieri (compreso Varoufakis) per la creazione di Certificati di Credito Fiscale che lo Stato può emettere (c’è il nulla osta della BCE) per finanziare progetti per la cura del territorio, per le energie rinnovabili, ecc.  Questi CCF potranno essere incassati e trasformati in sconti sulle imposte due anni  successivi a quello di emissione.  Ci sono studi seri sulla fattibilità di questa proposta. Manca la volontà politica!

Negli ultimi 35 anni abbiamo avuto quasi sempre un avanzo primario (ossia abbiamo speso meno di quanto lo Stato italiano abbia incassato con il fisco). Eppure il debito, pur divorando avanzi primari (ossia nostri risparmi) per complessivi 670 miliardi, è cresciuto da soli 114 miliardi del 1980 a 2.150 MLD. Sprechi ce ne sono stati e ce ne sono, ma non è vero che abbiamo condotto una vita al di sopra delle nostre possibilità. Dunque la crescita del debito è frutto soprattutto del debito stesso e va imputata agli interessi?

Certamente, ma anche all’accumulo di deficit del bilancio statale che è diventato una norma a  partire dagli anni ’80 del secolo scorso.  Keynes è stato travisato: lui  ruppe il tabù del bilancio in pareggio chiedendo un Deficit Spending, ma solo nei periodi di recessione economica. Invece i governi ci hanno preso gusto ed hanno continuato a creare deficit di bilancio anche quando il tasso di crescita del Pil era significativo. Spendere senza limiti crea comunque consenso politico.

Esiste a suo avviso una parte di debito indebito? Se sì, il debito è da pagare per intero o bisogna, come si suol dire, ristrutturarlo? Eliderlo, in parte, sarebbe troppo?

Non c’è dubbio che una parte di debito sia “indebito”.  Lo stesso è avvenuto nel rapporto tra banche e cittadini: le banche hanno applicato per decenni l’anatocismo, vale a dire il calcolo degli interessi sugli interessi.  

Gran parte dei BOT e dei BUND dei vari stati sono, a quanto pare, detenuti dalle banche. Un potere politico degno di rispetto non dovrebbe imporre ad esse di riscattare i titoli debitori (convenzionali) con cui hanno preso in prestito (fittizamente) dalla BCE moneta contante, offrendo in cambio ad essa (sino a saldare il debito fittizio) titoli del debito pubblico di cui le banche siano in possesso? Non si tratterebbe di un quantitative easing ma piuttosto di un quantitative eating, cioè di provocare forzatamente una abbuffata massiccia di titoli di debito pubblico da parte dell’istituto di emissione.  E a tal punto non si potrebbe procedere per elisione?

La questione di fondo è che il debito non è uguale per tutti. Gli Usa hanno il più grande debito pubblico al mondo, e il più grande deficit della bilancia commerciale, ma nessuno si sogna di fargli pagare il conto! I paesi del Sud del mondo, a partire dagli  anni ’80 del secolo scorso, hanno pagato il loro debito diverse volte alle banche straniere (Usa in testa) e alle istituzioni internazionali (FMI in primis); e oggi la Grecia e i paesi del Sud Europa si trovano nella stessa situazione che ha un solo nome: schiavitù da debito. 

E, per il futuro, la BCE non potrebbe essere trasformata in Istituto Centrale di Emissione (autonomo dal potere di turno come e quanto una Corte Costituzionale), ma istituzionalmente delegato alla regolamentazione del circolante e al trasferimento della moneta di nuova creazione agli Stati dell’Unione, in misura proporzionale alla loro consistenza demografica? Sarebbe troppo aggiungere, come finalità statutaria, la salvaguardia di opportunità occupazionali, almeno per quanto esse siano difendibili con scelte monetarie?

Certamente. La questione è politica. La causa del malessere causato dall’Euro è ormai noto a tutti: una moneta senza uno Stato è un nonsense. Se avessimo gli Stati Uniti d’Europa allora avremmo una BCE che potrebbe assumere le funzioni che lei indica. Ma, attenzione: la questione dell’occupazione e delle diseguaglianze sociali non si risolve con le politiche monetarie. Come diceva Keynes nel suo saggio “Esortazioni e Profezie” l’aumento di produttività del lavoro dovuto alla tecnologia impone una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, altrimenti non c’è soluzione. Keynes calcolava che nel 2030 sarebbero bastate tre ore di lavoro al giorno per vivere bene tutti, se il lavoro fosse equamente distribuito. Non lo diceva un profeta, ma un rigoroso economista, il più prestigioso del Novecento.

Non sarebbe il caso che lo stato italiano (assieme alla Francia di Hollande, alla Spagna, al Portogallo…) si sforzasse di cercare, con Varoufakis, una strategia per opporsi efficacemente alle pretese della troika?

E’ una domanda ingenua, mi permetta di dirlo. Se la strategia di Varoufakis e Tsipras risultasse vincente sarebbe un guaio per Hollande, Renzi e compagnia bella… perderebbero il consenso e si aprirebbe una autostrada per l’alternativa ai diktat della troika.  Paradossalmente, sono proprio i governi di centro-sinistra quelli che temono di più il successo di Tsipras e del suo governo!

Andiamo verso nuovi assetti geoeconomici mondiali che ci proiettano verso lo scenario futuribile di una moneta unica che superi il "signoraggio" del dollaro, o il proliferare di monete complementari a diffusione locale ci prospetta un futuro che si contrappone alla globalizzazione?

Sono due fenomeni che marciano su piani diversi: quello globale, dove le nuove potenze emergenti chiedono l’uscita dal “signoraggio” e la creazione di una moneta “globale” che rappresenti un paniere di monete forti e funzioni da unità di misura del commercio internazionale; quello locale, dove i cittadini tentano di riappropriarsi di una parte della sovranità monetaria perduta. L’insieme di questi fenomeni stanno determinando quella che io chiamo “la rivoluzione monetaria del XXI secolo”.

Come potrà divenire realtà la prospettiva di una riappropriazione del denaro come "bene comune", da sottrarre all’egemonia del sistema bancario, sostanzialmente privato? L’altra economia a cui Ella fa riferimento come potrà diventare realtà? E quando o entro quanto tempo?

Quanto tempo ci vorrà è impossibile saperlo, quello che è certo è che in tutto il mondo il fenomeno delle monete complementari ci dice che una parte della popolazione ambisce a riappropriarsi della funzione sociale del denaro e sottrarla all’accumulazione capitalistica.

Cosa possiamo fare, da semplici cittadini, per contribuire, infinitesimamente, al processo di transizione verso una nuova economia al servizio dell’uomo e verso una moneta che sia bene comune e non fattore costitutivo del debito pubblico?

Il fatto che alla creazione di un’altreconomia partecipano milioni di persone in tutti i paesi, con modalità diverse, ci fa ritenere che ognuno può fare la sua parte partecipando alla creazione di una moneta complementare, a un Gruppo di Acquisto Solidale, alle reti sociali del risparmio energetico, al commercio equo con i paesi e le popolazioni più povere del mondo come all’interno del proprio paese, a tutte le forme di economia e mercato solidale. Basterebbe leggere la rivista “Altreconomia” che ha quindici anni di vita ed ha documentato una varietà incredibile di forme dell’economia solidale che avanza malgrado sia “invisibile” ai mass media dominanti.

Il toro realizzato dallo scultore siciliano Arturo Di Modica, di proprietà dell’autore e da lui collocato, senza autorizzazione, alla biforcazione della Broadway, in Bowling Green, presso la sede della borsa di Wall Street, ormai rappresenta il capitalismo americano; ma per noi si carica anche di altri significati simbolici. L’artista non lo ha ceduto; intende venderlo ma vincolare l’acquirente all’obbligo di lasciare l’opera lì dove si trova adesso; e intanto cita in giudizio chi ne sfrutta l’immagine. Ecco una realtà privata che occupa abusivamente un ruolo e uno spazio pubblico, ma la cui immagine è foriera di diritti e guadagni per il proprietario privato; diritti rivendicati in nome delle leggi, che tutelano la proprietà privata anche quando essa risulti occupare un ruolo ed uno spazio pubblico. Quel toro non Le sembra l’immagine della moneta, creata da banche possedute da privati ma funzionanti secondo il diritto pubblico, e prestata ad interessi agli Stati, che le attribuiscono valore per legge, proprio come una risorsa privata? Ma la polisemia del toro non si ferma qui: nel libro dell’Esodo si narra che, tardando Mosè a scendere dal Monte Sinai, dove era salito per parlare con Dio e riceverne i comandamenti, gli israeliti, stanchi di aspettare, chiesero ad Aronne di fabbricare un dio da adorare e che quest’ultimo, raccolti e fusi i loro gioielli, forgiò una statua aurea raffigurante un giovane toro. Il toro di Arturo Di Modica appare, al di là delle intenzioni del suo autore, come una sorta di moderno vitello idolatrato in luogo di Dio, un simbolo del dio quattrino o del capitalismo eslege. Chi o quale processo sarà il nuovo Mosè che ordinerà la distruzione del toro e imporrà nuove leggi al mercato eslege, al capitalismo predatorio, alla monetazione da tempo usurpata da banche private? E quanto ancora durerà il toro che si ridesta minaccioso?

Beh, da queste considerazioni è nata l’idea di scrivere un libro sul rapporto tra Denaro e Società, che poi ha assunto come titolo “Monete locali e moneta globale: la rivoluzione monetaria nel XXI secolo” , ma che di fatto tratta di questo rapporto nella storia umana.  Credo che la lezione che possiamo trarre, nel Vecchio Testamento, dall’adorazione del vitello ( toro) d’oro sia più attuale che mai. Io sono moderatamente ottimista: penso che se la nostra società non vuole implodere debba abbandonare il culto del vitello d’oro che oggi si materializza nella Borsa e nel mondo della finanza. Forse proprio il “capitalismo estremo”, il liberismo senza freni, può portare, come avrebbe detto Polanyi, ad una rivolta della società e ad un cambiamento radicale del nostro modello economico.  I segni del nostro tempo vanno in questa direzione.