Sul filo del rasoio sono vissuti geni creatori, artisti, scrittori, musicisti, pittori

 

La Civetta di Minerva, novembre 2019

"La carta bianca, l'inchiostro e la penna mi spaventano", diceva Cocteau. Forse voleva dire che vi si possono scrivere cose terribili. Oppure perché con la scrittura si può celebrare la genialità della follia? Il busillis è tentatore: il genio convive con la follia. Sul filo del rasoio sono vissuti geni creatori, artisti, scrittori, musicisti, pittori. L'elenco, ancorché approssimativo, può partire da autentici geni come Hemingway, Van Gogh, Gauguin, che furono ossessionati da tendenze suicide. E che dire delle allucinazioni di Giovanna D'Arco, di Lutero, di Rimbaud, e delle crisi depressive di Goethe, Balzac, Shumann, delle tossicodipendenze di Cocteau, Coleridge, De Quincy, Nerval…

La pagina non soccorre, pur nella certezza che nell'elenco (incompleto) si tratta di autentici geni. Il fatto è, crome scrive Philippe Brenot nel suo libro "Geni da legare", che mentre Maurois afferma che è la nevrosi che fa l'artista, Aristotele si chiede perché gli uomini di eccezione siano spesso malinconici.

È vero: Aristotele per malinconia può anche intendere quell'alone di tristezza un po' trasognata, romanticamente legata per supposizione alla figura dell'artista. Rimane il fatto della "diversità" attribuita alle persone fuori dal comune.

Sorge l'interrogativo inquietante: cos'è il genio? Che immagine veritiera abbiamo del genio nella sua complessità psicofisica? È animato da un dono divino e quindi esercita innate capacità, viene da pensare. Peraltro, nella storiografia risultano la nefrite di Mozart, i reumatismi di Cristoforo Colombo, quell'incidente di Ravel, la cecità di John Milton, le vertigini di Lutero, la dermatite di Oscar Wilde, il parkinson paranoico di Hitler, l'asma di Seneca, l'anoressia di Kafka, l'alzheimer di Swift, la dislessia di Dickens...

Rimane il fatto, asserisce ancora Brenot, che le patologie non spiegano né la vita né leopere di un artista. Perché le stesse valutazioni '"dovrebbero essere riservate alle reazioni psichiche elementari di piacere, dispiacere, interesse, e in nessun caso l'opera di un artista è riconducibile ad una patologia".

Si può dunque affermare che l'artista o il genio "sono impastati di componenti multiple che conservano sempre una parte di mistero".Inspiegabile la genesi di un'opera che "sembra nascere da una sapiente miscela tra le difficoltà dell'essere e un fattore energetico costituzionale, quello stesso che ha animato tutti i creatori di universi, tutti gli avventurieri dell’impossibile, poeti, maghi profeti, pittori, inventori, musicisti, politici", ivi compresi Balzac, Flaubert, Nietzsche, Michelangelo, Rousseau, Simenon, Picasso, Beethoven….

Brenot a un certo punto ha la mano pesante: "L'originalità dell'impulso creativo presenta dei punti in comune con il ruolo provocatore e catalizzatore degli sciamani delle tribù nomadi del mondo antico".

ma non basta. Perché Brenot si concede il gusto di una sentenza parafilosofica e definitiva che non ammette discussioni: "II genio domina i secoli e trascende l'umanità. È un retaggio della nostra storia ed è costantemente uno dei grandi interrogativi del nostro spirito".

Infine “Il genio è un creatore di pensiero, di tecnica, di realizzazioni, che possiede un mondo diverso vivendo nel mondo della gente comune”.