La nuova indagine del sostituto procuratore Italo Agrò tra affari, potere, corruzione, criminalità nell’Italia di ieri e di oggi

 

La Civetta di Minerva, 15 giugno 2019

Con Domenico Cacopardo ci conosciamo da quasi vent’anni, da quando nel 2000 gli fu assegnato per il romanzo “Il caso Chillé” uno dei riconoscimenti speciali nell’ambito dell’edizione di quell’anno del Premio Elio Vittorini, manifestazione culturale che organizzava la Provincia regionale di Siracusa, purtroppo cessata da tempo nell’indifferenza quasi generale.

Dopo la parentesi dei due precedenti volumi ambientati negli anni Settanta con protagonista un Italo Agrò ancora poco più che ventenne – una sorta di prequel – in questo nono romanzo il tuo personaggio ritorna al ruolo e al periodo storico che caratterizzano la serie, e di anni ne ha 48. In Agrò e i segreti di Giusto il magistrato della Procura della repubblica di Roma, indagando su un presunto caso di suicidio, s’imbatte in una complessa vicenda riguardante il progetto per la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità Trieste-Lubiana-Zagabria-Budapest. Il racconto di fantasia – scrivi nella postfazione – lo hai liberamente sviluppato da un presupposto geopolitico reale. La storia è ambientata nel 2001, l’anno in cui Berlusconi a capo di una coalizione di centro-destra conquistò la maggioranza assoluta del parlamento. Nel contesto del romanzo sono di grande attualità le pagine dove emergono, intorno al caso oggetto dell’indagine, rapporti affaristici fra politica e imprenditoria, consulenze e incarichi amicali ad avvocati e altri professionisti, ipotesi di episodi di corruzione e concussione, esercizio spregiudicato del potere compresi i riferimenti alle manovre di qualche componente del Consiglio di stato e del Consiglio superiore della magistratura. L’opinione di Leonardo Sciascia sulla “irredimibilità della Sicilia” è da estendere all’Italia, comunque a molti italiani?

Irredimibilità è un concetto religioso-filosofico. Il suo opposto è redenzione. Quando parliamo di Sicilia e di Italia parliamo di storia e, nella storia, l’irredimibilità non esiste. Nulla è per sempre. Se qualcuno di noi avesse dichiarato nel 1991 che di lì a poco la Democrazia Cristiana non ci sarebbe stata più, sarebbe stato preso per matto: la sua asserzione avrebbe potuto essere elemento di prova in un’ipotetica causa per incapacità di intendere e di volere. Per queste regioni, le irredimibilità che racconto hanno uno spazio temporale legato alla contingenza. Se pensiamo ai cicli che ogni nazione attraversa, anche se non ci è possibile astrarci e pensare l’oggi in termini storicistici, possiamo riconoscere che stiamo attraversando una fase di transizione. Senza una guida, né una concezione politica predominante che raccolga il consenso degli italiani. Non c’è un disegno di futuro vivibile con dignità. Non c’è un’idea di cosa sarà l’Italia nel secolo XXI°. Non c’è una weltanschauung. Né un establishment che ne sia portatore.

Poiché i vuoti, anche in politica, vengono riempiti (e in questo momento lo sono da soggetti non pensanti non vedenti non idonei a gestire un piccolo condominio, e gli italiani se ne sono già, in parte, resi conto) dovremo aspettare che si coaguli un pensiero riformista, capace di introiettare gli elementi, tanti e complessi, del mondo contemporaneo. Un riformismo in grado di definire un approccio razionale e di prospettare un’ipotesi per il futuro che metta insieme sviluppo - e quindi superamento della crisi occupazionale e reddituale - ambiente e giustizia sociale. Non si deve dimenticare, peraltro, che una delle richieste fondamentali della società contemporanea è quella della trasparenza etica di tutti gli amministratori pubblici. È questo il punto in cui si confliggerà con il sistema criminale e corruttivo ormai estesosi dal Gran San Bernardo a Capo Lilibeo.

La lotta alle mafie nel nostro paese dovrebbe essere una priorità permanente ma la politica non sembra volersi assumere la responsabilità e l’impegno di considerarla tale…

Il sinallagma tra criminalità e politica si può e si deve sciogliere. Solo una politica liberatasi dai condizionamenti criminali può tentare di avviare un processo virtuoso che travolgerà tutti i luoghi e gli uomini operanti nell’Antistato. Forse occorrerà una Rivoluzione. Uno dei fondamenti della Repubblica francese e della sua esemplare pubblica amministrazione è il giacobinismo di Robespierre con la sua mannaia quotidianamente in funzione. Secondo alcune stime oltre 20.000 francesi furono decapitati in nome dello Stato e della sua etica. Probabilmente, potremo aspettarci in questo secolo, un passaggio del genere se la politica di cui dicevamo prima non riuscirà a redimere il Paese.

L’Agrò del romanzo, che collochi a inizio millennio, sostiene che “La tenacia è una dote che anima le procure d’Italia” e che “per noi magistrati siciliani l’impegno antimafia è un dovere, non in un ufficio qualsiasi ma nella superprocura voluta da Giovanni Falcone”. Oggi, nel 2019, rispetto agli scandali che stanno coinvolgendo anche dei magistrati – e non è la prima volta - quali sarebbero le considerazioni di Italo Agrò, e quali sono le tue che magistrato lo sei stato per molti anni?

L’Agrò del 2019 (ormai avvocato non più magistrato) constaterebbe che il processo di degrado della società nazionale ha colpito anche l’ordine giudiziario. In ogni organizzazione complessa composta da tanti donne e uomini, le percentuali di mascalzoni, di onesti, di laboriosi e ignavi sono costanti, a meno che non vengano predisposti meccanismi di efficace controllo. Un organo corporativo, espressione quindi della corporazione, come il CSM non ha alcuna possibilità concreta di opporsi al degrado. In molti paesi democratici sono istituiti corpi di magistrati estranei alla magistratura operante, che hanno il compito di indagare proprio sulla magistratura operante. Il sistema delle competenze incrociate tra procure ha il limite che i procedimenti sono affidati a colleghi. Per questo motivo, nell’ultimo scandalo, è emerso il ruolo strategico, cruciale della Procura di Perugia, competente sui reati dei magistrati romani.

Eppure ci sarebbe un’altra possibilità, di sicura efficacia. La verifica delle situazioni patrimoniali di magistrati, burocrati, politici. Il sistema ormai digitalizzato lo permetterebbe. Occorrerebbe quindi confrontare l’evoluzione dello stato patrimoniale di ognuno: al sistema informatizzato, con un adeguato software, sarebbe facile evidenziare le anomalie (cioè arricchimenti incoerenti con le entrate dichiarate). L’istituzione del sistema avrebbe di per sé un effetto immediato sulla propensione dei corrotti alla corruzione.

Ne parlo e ne scrivo dagli anni ’80 e non sono riuscito a convincere nessuno, proprio perché l’idea confligge in modo totale col sistema attuale. Sono scettico sulle possibilità che dall’ultimo scandalo emergano decisioni purificatrici. Il punto è che le varie correnti non possono non negoziare la spartizione degli uffici giudiziari: altrimenti non riuscirebbero a ottenere un voto dalla platea elettorale costituita da tutti i magistrati. Queste correnti sono un misto di sindacato e di partito e in esse nascono e si sviluppano le carriere. Prima fai carriera nella corrente, dopo nella gerarchia giudiziaria. E su questo punto non ho idee. Ho lavorato per molti anni in Consiglio di Stato, nel quale vigeva (ora un po’ meno) il criterio assoluto dell’anzianità. E ho avuto presidenti ottimi giuristi, ma incapaci di cogliere i nodi cruciali di una causa o di scegliere tra le varie opzioni sul tavolo. Questo dimostra i difetti del criterio dell’anzianità, ma non offre una reale alternativa.

Il panorama del “giallo” italiano è davvero folto e l’elenco degli autori comprende diversi magistrati in attività o ex, alcuni dei quali hanno scelto il genere legal thriller o thriller giudiziario che dir si voglia. In questo filone rientrano i casi investigativi di Italo Agrò, che io sappia gli unici in Italia dove il protagonista principale è un sostituto procuratore, con ciò che ne consegue sulle modalità investigative di pubblici ministeri e polizia giudiziaria, descritte con dovizia di particolari sul piano tecnico e procedurale. Ad esempio nel nuovo romanzo si susseguono molte verbalizzazioni di testi, precedute da “l’esame finestra” di Agrò ossia la sua collaudata tecnica d’ispezionare visivamente le persone – corporatura, aspetti somatici, modi di fare e di parlare, vestiario - prima di interrogarle, “che gli regalava risultati impressionanti per esattezza anche psicologica”. Insomma il tuo investigatore ha spiccate capacità di osservazione alla Sherlock Holmes, ancora oggi icona del giallo classico deduttivo. Metodo che nelle indagini moderne si combina con altre tecniche. Come puoi spiegare il metodo di lavoro “induttivo” di Agrò?

Non condivido la scelta di chi trasforma le inchieste affidategli in romanzi. Si tratta della cinica monetizzazione di un’attività ben retribuita dallo Stato e, quindi, dai cittadini contribuenti di cui i magistrati dovrebbero essere i servitori. Non condivido, perciò, un’attività parallela a quella giudiziaria che, infine, diventa incompatibile con il rigoroso esercizio delle funzioni. Un personaggio controverso e tuttavia importante della storia d’Italia come Francesco Cossiga, richiesto (in mia presenza) di un parere sulla proliferazione di magistrati scrittori, rispose: «Segno che lavorano poco.»

Rispetto al metodo induttivo di Agrò (mutuato dalla modalità di Falcone, capace di raccogliere migliaia di informazioni e di condurle a razionale unità, senza partire da tesi precostituite) oggi prevale la tecnologia: intercettazioni e trojans consentono risultati immediati eppur, talora, fallaci: perché l’onere della valutazione delle fattispecie si trasferisce dal magistrato inquirente al tecnico che riversa, interpretandole, le intercettazioni.

E qual è il tuo rapporto con la letteratura di genere, considerando che non scrivi solo gialli?

Non è facile scrivere del mio rapporto con la letteratura di genere. Fra me e me rifiuto la classificazione, giacché penso che i miei romanzi tendano a raccontare il Paese. Una sorta di metastoria nella quale il delitto, acme patologico dei rapporti sociali, serve a descrivere la contemporaneità o, talvolta, il passato (penso all’arrivo del fascismo in Sicilia ne Il caso Chillé o alla guerra e alla fine del fascismo in Virginia). Del resto molti miei romanzi sono – come ha detto Patrizia Danzé - «gialli destrutturati».

Nei tuoi libri non mancano mai omaggi letterari e citazioni di scrittori e poeti, in particolare siciliani fra cui gli immancabili Vincenzo Consolo e Salvatore Quasimodo. In quest’ultimo, Agrò - parlando con altri commensali durante una cena – afferma che “La Sicilia è tradizionalmente perplessa e pessimista sul futuro. Basta leggere Il Gattopardo che, giustamente, Vittorini definì un romanzo reazionario”, aggiungendo che “I siciliani in genere hanno paura del futuro. Preferiscono il passato per quanto miserabile sia stato”.

Sono d’accordo in parte. Il passato, nel bene e nel male, molti lo sconoscono e anche per questo qualche bufala storica riesce a diffondersi; per non parlare di quel fenomeno, non solo siciliano, definito “invenzione della tradizione”. Della cultura contadina, delle consuetudini legate alle comunità della piccola pesca, dei mestieri artigianali andrebbe recuperata la memoria autentica proprio per evitare l’odierna narrazione di un passato inverosimile, edulcorato e mitizzato. Cosa ne pensi?

Qui mi provochi su un tema caldo col quale noi siciliani dobbiamo fare i conti quotidiani e sul quale siamo destinati a scontrarci: il Sicilianismo, devianza sciovinista della Sicilitudine e della Sicilianità. Dobbiamo guardarci dal Sicilianismo, per il quale mentre a Milano i milanesi del 2000 a.C. vivevano sugli alberi e si muovevano come scimmie, in Sicilia c’era già la civiltà. Se la Sicilia in passato è stata un riferimento culturale, commerciale e industriale, oggi non lo è più. Ha abbandonato il main-stream europeo nel ‘700, quando Ferdinando I e l’ammiraglio Nelson isolarono l’isola dai venti rivoluzionari che spiravano nel continente. Dopo, tuttavia, in una Palermo che da capitale popolata anche da commercianti inglesi si ritrovò centro di periferia priva dei traffici che l’avevano arricchita, non emerse nonostante le ribellioni un ceto capace di tornare in Europa e, quindi, di tagliare i ponti tra la nobiltà in crisi e la criminalità in crescita.

L’elogio del passato non è nostra particolarità. È un fenomeno generale che si acuisce nelle società invecchiate come la nostra. Per quanto mi riguarda, il passato serve sì a raccontare il presente, ma anche a restituire, per il possibile, un po’ di memoria ai miei lettori siciliani, dimentichi – e non per colpa loro - delle loro radici culturali, religiose e civili. Il mio paesello, anzi ex mio (Letojanni ndr) visto che dopo alcuni miei articoli su Repubblica i miei libri furono bruciati sul marciapiede del comune, sotto gli occhi soddisfatti di un vicesindaco e di un vigile urbano, ha dimenticato del tutto la presenza della baronia Reitano, importantissima nel ‘600 e nel ‘700, nonché i riti dedicati a Santa Greca che lì era stata portata da clerici catanesi vissuti in Sardegna, dove il culto era stato recato da clerici provenienti dalla Grecia.

Hai appena accennato anche alla “sicilitudine”, termine coniato da Sciascia a proposito della condizione esistenziale dei siciliani, sulla cui interpretazione negli anni si è scritto di tutto e di più.

Considero la Sicilitudine una forma di depressione simile alla saudade portoghese, nella quale convivono rifiuto della contemporaneità e incapacità di reagire. Invece la Sicilianità è una sorta di naturale imprinting, nel quale convivono tutte le componenti culturali della Sicilia – sono tante, troppe le Sicilie reali - da cui si proviene. Per me, che vengo dallo Ionio, è il mare con tutte le sue conseguenze. Quelle narrate magistralmente da Stefano D’Arrigo in un romanzo dal respiro manzoniano e tuttavia riservato ai pochi capaci di interpretarne il linguaggio, come Orcynus Orca.

Ci sono tante cose di cui possiamo complessivamente vantarci noi siciliani dei nostri tempi. La maggior parte riguarda il passato. Per l’oggi non c’è nulla o quasi di cui andare orgogliosi. Certo, i giovani che sciamano per l’Italia e per l’Europa per studiare o lavorare. In essi, personalmente impegnati nel ricostruire i rapporti col mondo (e quindi antimafiosi operativi), dobbiamo avere fiducia. Nella speranza che, un giorno, ci rendano orgogliosi.

 

L’AUTORE -

Domenico Cacopardo (1936) di padre siciliano e madre emiliana, dopo aver trascorso la prima infanzia e la fanciullezza in Sicilia ha vissuto in varie città italiane, mantenendo comunque un legame forte e profondo con l’isola sempre presente nei suoi libri. Consigliere di Stato dal 1980 al 2008, nel corso dell’attività professionale è stato anche Magistrato per il Po di Parma e Magistrato alle acque di Venezia; ha rivestito, fra gli altri, incarichi di capo dell’ufficio legislativo nel Ministero dei lavori pubblici, capo di gabinetto nel Ministero delle partecipazioni statali, nel Ministero del lavoro e nel Senato. Ha collaborato con vari quotidiani e periodici, pubblicato numerose monografie di carattere giuridico, raccolte di poesie, diversi romanzi fra cui i gialli con protagonista il sostituto procuratore siciliano Italo Agrò.

LA TRAMA DEL NUOVO ROMANZO

Uscito in libreria ad aprile ed edito da Marsilio - come quasi tutti i titoli della serie - Agrò e i segreti di Giusto vede il magistrato creato dallo scrittore Domenico Cacopardo occuparsi del presunto suicidio di Giusto Giarmana, ingegnere responsabile di un avveniristico progetto per la costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità da Trieste a Budapest. A richiedere un nuovo intervento dell’autorità giudiziaria sulla morte dell’ingegnere è stata l’avvocata, e sua amante, Olga Semmelweis Zalanji. Riaperte le indagini, con l’aiuto del commissario Lanfranco Scuto e del caposquadra della Scientifica Adamantino Armillato, e grazie pure alle carte e ai diari lasciati dal defunto Giarmana (dove le memorie private si alternano a congetture e svelamenti legati al suo lavoro) il sostituto procuratore della repubblica Italo Agrò segue una pista investigativa nella quale si mescolano affari, sentimenti, potere politico e imprenditoriale, complicità, omertà e criminalità.