Agli studenti del liceo scientifico Corbino di Siracusa Lia Levi ha presentato il suo “Questa sera è già domani”, rispondendo poi alle molte domande dei giovani

 

La Civetta di Minerva, 1 giugno 2019

Ottantasei anni di età e non sentirli. Carica, energica, pronta a raccontarsi e a raccontare: questo è Lia Levi dinanzi i ragazzi del liceo O.M. Corbino di Siracusa. Due momenti di incontro in un’unica giornata, intervallati da una breve pausa e una sfilza di domande intessute dagli allievi sull’ultimo libro della scrittrice, “Questa sera è già domani” vincitore del premio Strega Giovani 2018.

Narratrice di talento, Lia Levi non si risparmia alle domande ma le affronta tutte, con attenzione e meticolosità, severità storica lì dove necessario e sorriso da ragazza. Un incontro diverso: non la narrazione di un libro, ormai noto e dagli allievi letto, ma lo sviscerare nel profondo aspetti, sensazioni, emozioni che ne hanno caratterizzato la stesura e la diffusione.

Scoprire, attraverso gli occhi sempre attenti e curiosi dell’autrice, come nel periodo fascista vivessero i piccoli ebrei, a volte senza paura o contezza del dramma che si sarebbe a breve presentato tragico nella loro vita e scoprire che l’esistenza, per tutti, era composta da piccoli gesti quotidiani come giocare, frequentare la scuola (ebraica) e sentirsi liberi di sognare; seguire il crescendo della tensione e la decisione dei genitori di portarla nel convento delle suore col nome di Maria Cristina dove si soffre la fame e si insegue il sogno di un piatto di “fettuccine belle”; il non vedersi riconoscere l’anno scolastico, dopo la guerra, perché conseguito con un’altra identità; scoprire con triste meraviglia che per molti ebrei l’essere di altra religione non era poi così vitale e che gli italiani erano solo italiani; apprezzare la gioia e la bellezza del ritorno alla normalità; constatare che la coscienza della diversità l’ha inserita nell’animo di Lia e del suo popolo proprio la guerra e le violenze verso chi era diverso per religione: un olocausto ti spinge a capire qual è la tua origine, la tua appartenenza e divenire più legato a qualcosa a cui, prima, non davi peso.

Molti ebrei neppure seguivano la religione ma la tragedia della persecuzione e dello sterminio sono divenuti strumenti dell’identificazione sociale, dell’appartenenza ad un gruppo. Agli ebrei sopravvissuti, anche non osservanti, l’esperienza del dramma ha insegnato ad essere ciò che non erano. Questa è Lia Levi, scrittrice originale che ama tutti i personaggi del suo ultimo romanzo ma che in nessuno si identifica perché, in fondo, ogni comparsa o protagonista del suo libro siamo noi con le nostre paure, le nostre convinzioni e le nostre inutili certezze.

I vecchi e gli adulti del libro che si sentono saggi di una saggezza che non hanno e i giovani che fiutano meglio dei grandi i rischi di un mondo che, pian piano, viene strappato loro; seguire le vicende e gli incontri del giovane protagonista Alessandro a cui tutto pare chiaro e della sua famiglia sempre, invece, in bilico tra il non voler accettare la realtà delle leggi razziali e la scelta della fuga. Perché ci si chiede lungo il romanzo: perché non fuggite? Perché non capite? Perché non prendete atto che l’Italia non vi vuole? Sono i perché che affiorano nell’animo del lettore che sa quanto è costato al mondo una scelta di intolleranza e feroce violenza. Ma Alessandro, sua madre, suo padre e gli altri, che come comparse segnano l’animo del giovane protagonista, assomigliano a quella fragile umanità che, se non è davvero un pericolo, non abbandonerebbe mai la quiete delle proprie case. E gli adulti, come la madre di Alessandro, con i suoi mille ragionamenti, le sue speranze, le sue fantasie e la pigrizia del non voler capire, hanno il sapore degli uomini di oggi, immobili dinanzi a qualsiasi accadimento.

Tutti siamo la mamma di Alessandro o tutti ne siamo il padre, sveglio ed attento, capace di capire i rischi e le avversità. Tutti siamo il nonno Luigi: il vecchio saggio, pronto a giudicare con gli occhi dell’esperienza sebbene spesso non sappiamo neppure cosa dire e saggi non siamo; pochi siamo Edith, la matriarca, disponibile e pronta ad aiutare anche gli stolti e che, in un mondo in cui siamo facili al giudizio, appare una figura atavica, al di sopra della mediocrità del vivere comune. E poi la salvezza e la Svizzera verso la quale si protende il giovane protagonista.

La vicenda raccontata si riferisce alla storia vera di Luciano Tas, marito di Lia, scomparso nel 2014 ma i personaggi sono universali: siamo noi oggi e ieri. I giovani corbiniani e noi docenti restiamo appesi alle parole di Lia: l’importanza catartica della scrittura, la consapevolezza che il mondo è cambiato e la speranza che mai si torni indietro ma che dalla storia bisogna imparare, le connessioni sull’attualità, il tema dell’immigrazione, le scelte di Israele oggi, la formazione attraverso la lettura, i giovani sempre più attenti ai problemi sociali, la memoria del passato. Lia affronta tutto con sorriso e battute di chi ha davvero guadagnato la saggezza senza mai perdere la curiosità.

Lia ci ha arricchito come uomini e donne col suo romanzo di formazione, docenti ed alunni, ci ha spinto a guardare la storia partendo dalla quotidinianità della vita, ci ha costretto a metterci in gioco e ad assaporare la vita, ad aprirci alla civiltà ed alla storia, al mondo; a capire come i piccoli problemi siano sempre superabili dinanzi alle tragedie del mondo e che la quotidianità e la normalità sono fondamentali nella vita di ciascuno. Un Corbino attento, coinvolto, protagonista che mostra come i giovani, ben guidati, siano sempre il futuro e la speranza.