E ha scavato negli affari di una (sua?) srl che fattura 162mln. Periodo duro per la magistratura italiana la cui onorabilità appare travolta dalla compravendita di nomine e sentenze

 

La Civetta di Minerva, 1 giugno 2019

È come un filo ad altissima tensione: se lo tocchi, muori. O un vaso di Pandora, pronto a riversare un profluvio di "doni". È così l'avvocato Piero Amara: trascina con sé quelli con cui in qualche modo ha avuto relazioni, e non smette di stupire per la frequenza con cui il suo nome ritorna nelle notizie di cronaca. giudiziaria.

A Roma si è imbattuto infatti in un altro sostituto procuratore, come lo è stato Antonio Carchietti a Messina, poco disponibile a farsi convincere dalla sua dichiarata volontà di collaborare con la giustizia, quella stessa che, mediaticamente, si è trasformata in bonaria cordialità nel rispondere, come con assoluta sincerità, alle domande puntuali del giornalista di Report Luca Chianca (il servizio è andato in onda su Rai3 l'aprile scorso).

Un'intervista che ha lasciato basiti alcuni spettatori, forse i più sospettosi o semplicemente i più attenti.

Già è apparso stupefacente, per certi versi, che la magistratura abbia consentito tale possibilità non essendo ancora calato il sipario sulle sue azioni, come dimostrano proprio gli ultimi risvolti, ma, ancor di più, ha stupito quel suo fare tranquillo: non un indagato già condannato a Roma a tre anni di reclusione e 75 mila euro di multa (gli "sconti" del patteggiamento!) per associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale, false fatturazioni e alla corruzione in atti giudiziari in quanto in grado di pilotare sentenze nei tribunali ordinari e amministrativi, fino al Consiglio di Stato, ma solo il protagonista di una storia molto complessa le cui ramificazioni per altro non si sono potute affrontare compiutamente in quell'unica trasmissione (forse ne servirebbero una decina).

La sensazione di fastidio che si provava era generata forse dal racconto che sapeva di dejà vu, da quel gioco delle parti per il suo, da avvocato penalista, rivolgersi al proprio legale di fiducia, presente ma non visibile, per chiedergli se poteva dire quello che già aveva detto (i nostri liceali riconoscerebbero subito la figura retorica della preterizione e certo la professione impone la conoscenza delle raffinate tecniche oratorie), dal suo ripetere un copione probabilmente già recitato nelle aule dei tribunali, da quel certo ammiccamento chissà a chi.

Ed è la stessa sensazione che deve aver provato appunto il sostituto di Roma Stefano Rocco Fava (che già si era occupato della sentenza sospetta del Consiglio di Stato nella vicenda Mediolanum-Bankitalia che ha fatto recuperare a Silvio Berlusconi ben un miliardo di euro e per la quale proprio Amara aveva riferito "de relato" ai magistrati romani di presunti accordi), il quale, per la sua ostinazione a voler di nuovo ridurre Amara alle misure cautelari, ha ingaggiato uno scontro con i suoi stessi superiori forse (è ciò che dovrà appurare il Consiglio Superiore della Magistratura) meno rigorosi nei confronti del legale di Augusta.

Secondo Fava infatti l'avvocato Amara, nel corso dei lunghi interrogatori, non avrebbe detto tutto, sarebbe stato reticente chiamando in causa quasi solo magistrati in pensione (anche a noi mancherebbe qualche nome, in effetti) e non avrebbe detto nulla sul prezzo del suo silenzio per coprire i vertici Eni.

Da qui il lungo lavoro di indagine e quel mettere il naso negli affari di una società calabrese, la Napag, che, fondata a Gioia Tauro nel 2012, dopo due anni, d'emblée, invece di continuare ad occuparsi dell'import/export di succhi di frutta, si era tutta data ai prodotti petroliferi facendo schizzare il suo fatturato, dall'iniziale capitale di 10mila euro, ai 162 milioni del 2017 e ai 107 del 2018 (fonte: Il Fatto Quotidiano). E d'altra parte, come ha scritto Saul Caia, già la sola Eni avrebbe versato alla Napag Italia srl e alla Napag Trading Limited 80 milioni di euro.

Ora, sempre secondo il pm romano, la società, presieduta da un certo Francesco Mazzagatti, vedrebbe quale vero dominus proprio Amara il quale, tramite essa, avrebbe stipulato con la Eni Trading Shipping (Ets) un fittizio contratto di compravendita di 25milioni di euro, somma che si sospetta sia - ma gli interessati negano con decisione ogni addebito - quanto elargito all'avvocato dall'Eni per non essere coinvolta "nell’attività di inquinamento probatorio” messa in piedi con i famosi falsi dossier sull'amministratore delegato Claudio Descalzi per depistare le indagini della procura milanese sulle presunte tangenti Eni per l'acquisto del giacimento nigeriano Opl245.

Un filone di indagine interessante che approda però a Milano dove, a quanto pare, Amara sarebbe indagato "per induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria e per autoriciclaggio" perché intanto a Roma il sostituto Fava si è visto respingere le richieste delle misure cautelari dai propri superiori con cui ha aperto un fronte di scontro che ancora una volta vede Amara tra le quinte.

LO SCONTRO FAVA PIGNATONE - Secondo il sostituto procuratore Stefano Fava, nel processo contro Amara e altri, i suoi superiori, Giuseppe Pignatone e Paolo Ielo, avrebbero dovuto astenersi perché i loro rispettivi fratelli, Roberto e Domenico, avrebbero avuto rapporti economici proprio con l'avvocato di Augusta e con l'Eni.

Questo il senso dell'esposto presentato al Consiglio Superiore della Magistratura.

Come racconta la cronaca di questi giorni, Roberto Pignatone, professore associato di diritto tributario all'Università di Palermo, il 20 marzo 2012 viene nominato dagli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore come consulente fiscale in un procedimento a Siracusa contro Sebastiana Bona, moglie dello stesso Amara. Il 28 ottobre 2014 viene anche inserito nella lista testimoniale della difesa di Amara, a sua volta indagato, affinché riferisca "nella qualità di consulente tecnico di parte, sulla relazione tecnica fiscale dallo stesso redatta" e il 13 gennaio 2016 è ammesso tra i testimoni dal giudice siracusano Fabio Mangano.

"Quindi nel periodo in cui stanno per iniziare le indagini che coinvolgeranno Amara, questi ha come consulente difensivo il fratello del capo della Procura che chiederà il suo arresto" si osserva.

Anche due imprenditori coinvolti a vario titolo nel sistema Amara hanno rapporti con il tributarista: Ezio Bigotti, arrestato nell'ambito dell'inchiesta Consip, nel novembre 2014, effettuerà attraverso la sua società, la Sti, a favore di Roberto Pignatone un pagamento di circa 6.344 euro; e così, nel luglio 2016, attraverso la Nico Spa, società che compare nell'inchiesta sulle sentenze pilotate, Pietro Balistreri pagherà 5.344 euro. Secondo Fava, anche in questo caso il procuratore Pignatone avrebbe dovuto astenersi e la valutazione su tali motivi di astensione non avrebbe dovuto/potuto essere fatta semplicemente dai colleghi, bensì dalla Procura generale.

Sull'altro versante c'è poi l'avvocato Domenico Ielo che avrebbe ricevuto richieste di consulenze da Eni e che avrebbe in essere per il 2019 una consulenza da 251mila euro per "l'assistenza legale per la gestione giudiziale e stragiudiziale» da Condotte Spa, società anch'essa nell'occhio del ciclone: un buco da due miliardi di euro, "uno dei più grandi fallimenti del nuovo secolo" indagato dall'Espresso, dove spunta anche una mazzetta nostrana da 1,6 milioni di euro, versata a un manager pubblico per ottenere l’appalto per la realizzazione di tre lotti della nuova Siracusa-Messina e incassata sempre grazie a finte consulenze, un metodo diffuso e ormai "istituzionale". L'avvocato Ielo afferma comunque di non conoscere neanche Amara e che si chiarirà tutto.

E infine recentissimo, dulcis in fundo, il caso del consigliere del CSM Luca Palamara accusato dalla Procura di Perugia di essersi fatto corrompere dal duo Amara Calafiore grazie alla mediazione dell'imprenditore Centofanti (viaggi, vacanze e regali tra cui un anello di duemila euro per l'amica) non solo per favorire nomine di capi degli uffici cui i due "nostri" avvocati erano personalmente interessati (e dobbiamo aspettare i nomi!) ma soprattutto per vendicarsi del loro oppositore storico della procura aretusea, quel sostituto Marco Bisogni che a Siracusa ha rappresentato un argine allo strapotere loro e dei vertici degli uffici, e contro cui erano stati presentati diversi esposti.

Nella ricostruzione dei magistrati di Perugia risulterebbe che Palamara faceva parte della sezione disciplinare del CSM che nel 2017 ha respinto la richiesta di archiviazione della Procura generale della Cassazione mentre non sedeva più tra i magistrati che, nel gennaio 2018, hanno deciso di scagionare Bisogni da ogni accusa. Ovviamente Palamara ha respinto ogni addebito chiedendo di essere ascoltato quanto prima dai colleghi umbri ma intanto è stato indagato per favoreggiamento, cioè per aver rivelato allo stesso Palamara notizie sulle indagini a suo carico e per averlo aiutato a eluderle fornendo atti e documenti, proprio il pm di Roma Stefano Rocco Fava.

Sullo sfondo di questa tela intricata la lotta per incarichi di prestigio. “Durante questa inchiesta sono venuti alla luce incontri dello stesso Palamara con politici e magistrati che sarebbero serviti a gestire la partita per portare alla guida della Procura romana l’attuale procuratore generale di Firenze Marcello Viola, aderente a Magistratura indipendente, indicato una settimana fa dalla commissione incarichi direttivi – ricostruisce il collega Pensavalli - Secondo la trama ipotizzata, Palamara (non più componente del Csm ma rimasto un influente leader della corrente centrista di Unità per la Costituzione) avrebbe dovuto in seguito far confluire su di lui anche i voti del proprio gruppo, decretandone la vittoria finale al plenum, in cambio dell’appoggio di MI per la sua nomina a procuratore aggiunto, sempre a Roma. In questo contesto avrebbe ottenuto dall’altro collega indagato le notizie utili a screditare Pignatone e Ielo”.

Un periodo, lungo, davvero duro per la magistratura italiana la cui onorabilità appare travolta dai marosi della compravendita delle sentenze e dalle lotte di potere.

E per altro, cambiano i tempi, cambia la latitudine, ma per noi che abbiamo convissuto con il sistema Amara sembra di leggere sempre la stessa storia tra azioni di fidelizzazione e corruzione dei giudici, consulenze farlocche, sentenze creative, magistrati disponibili, e lui: il maitre à penser.