Undici componenti del civico consesso, di maggioranza e di opposizione, hanno chiesto con una mozione al presidente una convocazione straordinaria a Cavadonna

 

La Civetta di Minerva, 18 maggio 2019

Undici consiglieri comunali della maggioranza e dell’opposizione hanno inoltrato nei giorni scorsi al Presidente del Consiglio Comunale una mozione diretta allo svolgimento di un consiglio comunale straordinario presso la Casa Circondariale di Siracusa. La premessa da essi fatta è che nell'immaginario collettivo il carcere viene percepito come una struttura totalizzante, che accoglie coloro che vanno allontanati in quanto socialmente pericolosi dalla comunità di appartenenza.

La definizione più volte utilizzata di "discarica sociale", prosegue la mozione, richiama a un luogo chiuso, collocato anche fisicamente lontano dal centro abitato (ma non è stato sempre così, come osserveremo più avanti); una realtà che nelle sue tante problematiche viene affidata alle competenze e alle conoscenze esclusive degli addetti ai lavori e che pare non avere alcuna ricaduta immediata nella vita della comunità. Fatica invece ad affermarsi l'idea che il carcere è parte importante di una più ampia comunità locale e deve per questo essere oggetto di attenzione e di cura, nella sua specificità, da parte degli amministratori e della comunità locale per favorire percorsi di reinserimento sociale.

In ugual misura l'Amministrazione Penitenziaria, aggiungono i consiglieri, ha il compito di aprirsi al dialogo con il territorio, accogliendo iniziative e proposte educative e proponendosi come risorsa per la collettività (vedasi svolgimento di lavoro gratuito da parte dei detenuti in favore della collettività). Da ciò la proposta di un incontro fra il Consiglio Comunale e l'Istituto ubicato sul territorio, finalizzato a dare elementi di conoscenza delle problematiche del servizio penitenziario e promuovere quindi l’avvio di un dialogo fra il carcere e il territorio.

La lodevole iniziativa ha già avuto luogo in altre realtà sensibili alla tematica, e si segnala da ultimo lo svolgimento di sedute del consiglio comunale negli istituti di Firenze, Torino, San Gimignano, Bergamo; essa, peraltro, si riallaccia al tema trattato da uno dei tavoli tematici degli stati generali dell’esecuzione penale indetti nella precedente legislatura e conclusisi il 18 aprile 2016 (Tavolo 17 - Processo di reinserimento e presa in carico territoriale) della cui relazione finale riportiamo un passo significativo: “Vanno superati due orientamenti istituzionali e socio-culturali quanto mai deleteri per il raggiungimento degli obiettivi costituzionali della pena: da un lato, quello di chiusura e autoreferenzialità dell’amministrazione penitenziaria, storicamente avvezza a considerare tutto ciò che proviene dall’esterno come elemento di disturbo delle dinamiche infra-carcerarie, e, dall’altro, quello di indifferenza e disinteresse delle istituzioni locali e degli operatori economici, i quali tendono a non percepire come parte della loro mission organizzativa quella di contribuire alle attività di reinserimento sociale delle persone in esecuzione penale”“.

È da osservare che i componenti del tavolo segnalavano che “Come noto, l’attuale periodo storico non è certo favorevole a stimolare tali istanze inclusive. Si potrebbe aggiungere che, come è altrettanto noto, la situazione è notevolmente peggiorata; poiché tuttavia su certe tematiche vi è un andamento a pendolo, si tornerà prima o poi a discutere di pene detentive non carcerarie, di spostamento graduale dell’esecuzione penale dal carcere al territorio e di forme di diversificazione della pena che non possono che coinvolgere il territorio (cfr, ad esempio, Delega al Governo di cui alla legge 67/2014 - non esercitata - in materia di pene detentive non carcerarie che prevedeva fra l’altro la reclusione presso la propria abitazione del condannato per singoli giorni della settimana o per fasce orarie), di mediazione penale e di riparazione.

L'incipit della scheda, allegata alla mozione presentata dai consiglieri comunali, mi suggerisce qualche ricordo ed altre osservazioni. La scheda infatti osserva che "La Casa Circondariale di Siracusa, già ubicata presso il carcere borbonico nel cuore di Ortigia, tradizionalmente chiamata dai Siracusani "A casa cu n'occhiu", venne chiusa in seguito al terremoto del 13 dicembre 1990...". Quel giorno sostituivo la direttrice dottoressa Giani' in ferie, e subito dopo la seconda scossa mi arrivò la telefonata del maresciallo comandante il quale rispose alla mia domanda su com'era la situazione dicendo "Tinticedda". Il comandante era un esponente della vecchia guardia, secondo la quale il direttore andava prima di tutto rassicurato, ma tinticedda, come specificò subito dopo, significava che quasi duecento detenuti avevano forzato gli sbarramenti e si erano riversati fra l'edificio e l'inferriata esterna. Due detenuti evasero e si dileguarono fra le stradine della Graziella, ma per fortuna in tutti gli altri prevalse la ragione ed accettarono di rientrare nelle celle. L'episodio segnò però la fine della struttura, della quale peraltro già nel 1977 la delegazione composta da deputati regionali nella relazione per Siracusa " Sulla situazione dei penitenziari in Sicilia" già reclamava la chiusura richiamando il programma di edilizia penitenziaria del 1971 che prevedeva la costruzione di un nuovo carcere (deputati Nigro, Grande, Lo Curzio e Tricomi).

Negli anni successivi curai come direttore del carcere più vicino la chiusura amministrativo contabile e la custodia dell'edificio, fino alla riconsegna definitiva alla Provincia, proprietaria dell'immobile, nel ‘95. Da allora la struttura risulta abbandonata. L'edificio, costruito ab origine come carcere dai borboni (a differenza di numerosi altri casi di castelli o conventi trasformati in epoca successiva in reclusori), riveste notevole interesse storico essendo fra l'altro espressione del cosiddetto panocticon o panottico, un sistema carcere ideale, o ritenuto tale, progettato nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham. Il concetto della progettazione era di permettere a un unico sorvegliante di osservare (opticon) tutti (pan) i soggetti di una istituzione carceraria senza permettere a questi di capire se fossero in quel momento controllati o no.

L’edificazione risale al tempo in cui, come osserva Foucault in “Sorvegliare e punire", il vecchio regime era orgoglioso delle sue carceri e le poneva al centro delle città". Per tante vecchie carceri dismesse si è posto il problema del riutilizzo e, come si dice in gergo burocratico, della nuova destinazione d'uso. In molti casi, come quello delle carceri del complesso monumentale carcerario di Firenze (Le Murate, Santa Verdiana, Santa Teresa) i fabbricati sono stati adibiti a centri culturali e sedi universitarie; a San Gimignano l’idea, posta recentemente a base di un concorso, è stata quella di farne per un terzo struttura ricettiva e per due terzi spazio per attività culturali quali musei e sale espositive, ambienti per conferenze e congressi; a Ferrara il vecchio carcere è diventato museo nazionale dell'ebraismo e della Shoah; alle Nuove di Torino museo del carcere e sede di uffici giudiziari.

In molti casi vi è stata una lunga gestazione, è stato bandito un concorso di idee ed il riuso ha dovuto attendere parecchi anni ed affrontare difficoltà aggiuntive dal momento che se da un lato l'uso carcerario di edifici storici nati, come già detto per altro uso, aveva portato ad adattamenti maldestri e a superfetazioni, dall’altro l'abbandono e la mancanza di manutenzione hanno reso in molte circostanze più costoso e complicato il recupero.

Tornando al carcere borbonico, se come funzionario che ne curò la consegna ancora mi chiedo il perché dell'improvvisa accelerazione impressa dall'assessore dell'epoca alla restituzione dell'immobile, custodito per diversi anni dopo la chiusura dal ministero della giustizia (“Direttore, occorre che ci consegniate subito la struttura….”), come cittadino mi chiedo se vi sia oggi un progetto o un intento di riutilizzo degno della storia, del valore architettonico e della memoria, ovvero se le vecchie mura siano lasciate al degrado e destinate a un lungo oblio.