Oltre l’hotel del Santuario, grandi ville con giardino per poco più di mille euro al mese In via Veneto il titolare di un laboratorio di design paga 500 euro per un appartamento di 120 mq

 

La Civetta di Minerva, 6 aprile 2019

Le cose cambiano. Con lentezza, ma cambiano.

Dopo una verifica con il geometra Giuseppe Vasques, memoria storica del Servizio Patrimonio del Comune, su quale sia lo stato dell’arte degli immobili di proprietà pubblica dati in concessione a enti o privati, questo può essere un primo punto di arrivo: è finito il tempo - o per lo meno volge al termine - in cui era più facile procedere a cessioni gratuite per periodi a volte davvero lunghissimi, persino di 99 anni, senza valutare compiutamente la convenienza di un loro uso diretto o l’opportunità di alienare un bene, dei cittadini e non dei loro rappresentanti pro tempore, per un lasso temporale infinito, non motivato, né dal legittimo recupero delle eventuali spese di ripristino né dal giusto profitto, e inspiegabile, se non alla luce di considerazioni, che non attengono al mandato di una pubblica amministrazione, quale potrebbero essere – ma è solo un esempio! – il tornaconto elettorale o un debito di gratitudine da assolvere.

Si ha oggi infatti una maggiore consapevolezza della necessità di mettere a frutto tutto quanto si possiede per ovviare in ogni modo alle difficoltà di spesa del Comune, sempre in affanno per garantire almeno i servizi essenziali ai residenti (e sicuramente le retribuzioni ai dipendenti), e inoltre, forse, si è altresì guidati dal timore di dover rendere conto a un’opinione pubblica sempre meno distratta nei confronti di ciò che la danneggi.

A Siracusa la linea delle ultime amministrazioni sembra ormai essere quella di una maggiore prudenza nel gestire gli immobili di proprietà man mano che vanno a scadere le convenzioni, per lo più sottoscritte nel periodo delle giunte Fatuzzo e Bufardeci, prefiggendosi o di alienare i beni difficilmente recuperabili ma che possano avere acquirenti o di rinnovare eventualmente le concessioni a diverse, più remunerative, condizioni, o ancora di usare gli stessi più avvedutamente, lasciando comunque invariata l’utilizzazione di quelli destinati a una funzione sociale o culturale.

Nell’ultimo piano delle alienazioni varato dal Consiglio Comunale nel dicembre scorso troviamo Villa Formosa Platzgummer da tempo in affitto (attualmente in proroga) al Circolo del Giardino (17mila euro) e al Tennis club (14mila), Villa Incorvaia in via Filisto (di cui si prospetta la vendita al subentro di ogni amministrazione con successivo immediato ripensamento) da pochi mesi liberata dagli indigenti che vi trovavano riparo di notte, mentre non è inserito (forse perché rilasciato successivamente e comunque la scadenza era prevista nel febbraio del 2021) un appartamento di via Vittorio Veneto di 120 mq dal valore richiesto, si è detto, di 500mila euro (!) locato dal 2011, se non da prima, a un laboratorio di design a 500 euro al mese.

In altri casi invece lo scioglimento dei rapporti instaurati con la stipula delle convenzioni è ancora sub judice o si sta valutando come superare gli ostacoli contrattuali.

In questo senso da anni è aperto un contenzioso per il rilascio di una scuola rurale di contrada Damma abusivamente occupata, ma soprattutto è centrale il nodo, irrisolto, di quella un tempo conosciuta come la Casa del Pellegrino, costruita nel 1954 grazie a un finanziamento regionale di 50 mln di lire.

Nel 1997, a spingere il sindaco Marco Fatuzzo a sottoscrivere con l’Ente Chiesa Santuario Madonna delle Lacrime il comodato d’uso per un canone irrisorio di un milione di lire, erano state ragioni economiche, cioè l’impossibilità per il Comune di sostenere un onere eccessivo per la gestione e la manutenzione dell’immobile, chiuso dall’89 a causa delle precarie condizioni, per il quale sarebbero stati insufficienti “tanto i fondi propri quanto i finanziamenti regionali”, risorse che invece sarebbero potute arrivare al Santuario una volta sostituita con un comodato d’uso per 50 anni la concessione ventinovennale (di mille lire annue il prezzo simbolico) in scadenza.

Una polemica ricorrente in città questa sul “regalo” fatto alla chiesa e in realtà qualche tentativo almeno di rivedere il canone si è fatto: nel 2015 a provarci è stato l’assessore Gianluca Scrofani, presto dissuaso da storici difensori degli interessi ecclesiastici, quelli del senza sé e senza ma.

Eppure non dovrebbero esserci dubbi sul fatto che l’attuale struttura, trasformata in hotel a 3 stelle come viene proposta nella rete, aperta non solo a poveri pellegrini ma a “normali” turisti e gruppi organizzati, così come a scolaresche in visita d’istruzione, sia ben altra cosa rispetto a quanto prescritto all’articolo 2 del contratto: “L’immobile viene concesso in comodato allo scopo di adibirlo ad accettazione servizio e ricovero notturno per pellegrini, rimanendo, pertanto, vietata ogni qualsiasi diversa destinazione”.

Il successivo articolo 7 è di chiarezza adamantina: “Il Comune, qualora l’immobile non risultasse adibito all’uso di cui all’art.2, o non venisse mantenuto in buono stato di conservazione, revocherà il comodato con apposito provvedimento motivato, previa notifica delle inadempienze almeno sessanta giorni prima, ed ove le stesse non venissero eliminate”.

Una battaglia forse impopolare per qualsiasi Giunta anche solo quella di rideterminare il canone con Santa Madre Chiesa ma l’ignavia, o la viltà, non s’addice a chi ha quale finalità istituzionale inderogabile, insopprimibile, l’interesse dei cittadini tutti. Agnostici, atei o credenti che siano.

Il “revocherà” dell’articolo 7 dovrebbe eliminare ogni perplessità sul da farsi, a meno che non ci sia chi voglia sostenere che l’Hotel del Santuario non sia un hotel a tutti gli effetti o mettere in discussione quali siano gli obblighi della pubblica amministrazione rigorosamente normati.

Maggiore fortuna dovrebbe invece esserci con un altro edificio, anch’esso in concessione a un istituto religioso, che è stato restituito da poco alla città ma non per l’azione attiva dell’Amministrazione bensì motu proprio delle suore, le Figlie della Misericordia e della Croce, tutte trasferitesi nella nuova struttura contigua da poco rimessa a nuovo.

Quello che è stato per tantissimo tempo l’ospizio comunale dei poveri e degli invalidi in via Grottasanta n.86, poi Casa di riposo, è un edificio enorme, e grande è il giardino, lasciato al degrado, che lo circonda.

Anche in questo caso, nella convenzione sottoscritta sempre nel 1997, l’amministrazione motivava la cessione gratuita all’Istituto delle Figlie della Misericordia per 99 anni con l’indisponibilità di risorse sufficienti per una sua gestione diretta e nella certezza della qualità dell’assistenza che le sorelle avrebbero prestato ai bisognosi. D’altra parte il Comune non solo riservava per sé il 10% dei posti disponibili su una ricettività minima dei 60 previsti ma anche manteneva il diritto di rientrare in possesso dell’edificio nel caso avesse voluto destinarlo ad altro scopo; e chissà se non sarebbe stato opportuno e/o possibile accelerare i tempi di tale restituzione a vantaggio della collettività nella logica di una sempre necessaria razionalizzazione delle spese.

È vero che, a quanto riferito dal geometra Giuseppe Vasques, una relazione tecnica denuncerebbe carenze strutturali ma si tratta pur sempre di un patrimonio edilizio che non può che essere riconsegnato alla città. Subito. Anche in maniera provvisoria, in attesa non solo di definirne con certezza la pubblica destinazione (nel tempo si sarebbero rincorse varie ipotesi: edificio scolastico, nuova sede per gli uffici comunali, social housing) ma soprattutto di “programmare” da dove attingere i fondi per il suo definitivo recupero.