Superbo, vibrante e commovente Sebastiano Lo Monaco che interpreta “Iliade” di Monica Centanni definita dal grande attore siracusano la moderna Omero. Musiche originali di Dario Arcidiacono interpretate magistralmente dal Quartetto Aretuseo.

[Salvo La Delfa] La Civetta di Minerva, 06 gennaio 2019

Si è conclusa con un inedito Vittorio Gasmann e con l’intermezzo della Cavalleria Rusticana la rappresentazione “Iliade – Da Omero a Omero” scritta da Monica Centanni, interpretata interamente dal grande attore siracusano Sebastiano Lo Monaco con le musiche di Dario Arcidiacono eseguite dal Quartetto Aretuseo (Corrado Genovese e Christian Bianca ai violini, Matteo Blundo alla viola e Stefania Cannata al violoncello). Si è conclusa con Sebastiano Lo Monaco che emozionato ringraziava, applaudito calorosamente e lungamente dal pubblico siracusano, chi gli aveva permesso per la prima volta di calcare il palco del Teatro Comunale della sua città (anche se di origini floridiane), proponendo nel frattempo di intitolare il Teatro all’attore Salvo Randone.

L’Iliade di Monica Centanni riprende la storia della spedizione dei greci contro Troia ricordando la bellezza di Elena, il sacrificio di Ifigenia, la morte di Patroclo, l’artifizio del cavallo e l’assedio e la conquista di Troia, l’uccisione di Ettore e l’intervento di Priamo.

Superbo Lo Monaco, generoso, commovente, vibrante, tenero e duro, versatile interprete del testo di Monica Centanni definita dal grande attore la moderna Omero. “Solo al racconto, alla narrazione di una versione contemporanea dell’Iliade è presente l’autore, cioè Omero, cioè Monica Centanni”.

“Iliade, tremila anni dopo la guerra di Troia. Perché cantare ancora quella guerra? Non ci sono altre guerre, altri eroi, altre atrocità, altre vittorie e altre sconfitte da raccontare?” si chiede già all’inizio Sebastiano Lo Monaco che si presenta sul palco con lupetto nero a collo alto e giacca grigia scura. “La storia di Troia è la prima storia, è la prima nostra storia di Occidente che ha avuto l’onore di un canto ed è la storia di una guerra il cui la parola barbaro non compare mai. In questa storia non ci sono nemici ma solo eroi”.

Comprendere se fu colpa di Ares e Afrodite è il “leitmotiv” che viene durante tutta la rappresentazione ripreso. “Fu colpa del dio della guerra o della dea dell’amore? Fu colpa della potenza incontrastabile di Eros che travolse Elena e le fece abbandonare la casa, il marito e la piccola figlia, fu colpa della potentissima Afrodite, la dea dell’amore che disarma, o fu colpa di Ares il dio della guerra, implacabile, feroce, che si nutre di sangue umano, furia omicida, folle, avido di vite umane?”

L’elogio della bellezza di Elena è decantata nel testo della Centanni in maniera stupenda attraverso il racconto di una scena: “Elena si avvolse in veli bianchissimi e quando gli altri videro Elena che veniva verso di loro sottovoce dicevano: “Nessuno stupore che troiani e achei così a lungo patiscano per una simile donna che alle dee immortali terribilmente somiglia”, mentre la morte di Ifigenia, sacrificata dal padre Agamennone perché le navi potessero salpare alla volta di Troia in quanto “Deboli erano i venti, che estenuavano gli uomini e la lunga attesa c lacerava gli achei” viene interpretata da Sebastiano Lo Monaco con pathos e intensità che commuove. “L’Altare di Artemide contaminato dal sangue di Ifigenia, muta per il terrore cadde in ginocchio. “Padre, padre” gridò. Lei nell’età delle nozze, empiamente casta condotta a morire”. A Troia il grande eroe Achille riflette su quale sia il significato della guerra, di cosa resti alla fine: “Cosa resta delle grandi imprese, delle battaglie delle stragi, cosa resta all’eroe delle vittorie, cosa resta delle notti piene di silenzi ed angosce, le notte passate ad aspettare, cosa resta dei giorni pieni di sangue, cosa resta della nostalgia della casa lontana, cosa resta del dolore dell’amico che vedi cadere al tuo fianco? Resta un suono, un canto, l’eroe non spera su una astratta vana gloria ma su una concreta risonanza del suo nome, sulla speranza che qualcuno a distanza di secoli canti le sue gesta”.

A questo punto prende piede la vicenda di Patroclo che vedendo che gli achei sono in difficoltà va da Achille chiedendogli di poter avere le sue armi in maniera che lui potesse andare in guerra per spaventare i troiani e per rinvigorire gli achei. ”Accetta Achille e manda l’amico a morire. Patroclo combatte con le armi dell’amico, si batte come un eroe ma Ettore lo uccide e gli toglie le armi”. Ettore infierisce sul corpo di Patroclo e solo l’intervento del forte e fedele Aiace permette di proteggere le spoglie dell’amico di Achille: “Aiace copre il corpo di Patroclo e gli sta vicino come un leone sta vicino ai suoi cuccioli”. Nel frattempo Antiloco va ad avvisare Achille e quest’ultimo si lascia andare ad grido di dolore, immenso, profondo: “Una nera nube avvolse l’eroe, cenere nera si sparse sulla tunica” e rivolgendosi alla madre (“Madre mia, madre mia è morto il mio compagno Patroclo, io l’ho perduto”) decide di vendicare l’amato compagno utilizzando le armi che la madre stessa gli procurerà andando dal fabbro Efesto.

“La guerra di Troia non finirà grazie ad Aiace, ad Agamennone, ad Achille ma finirà grazie ad Ulisse. Dopo tutti quegli anni un cavallo costruiscono, e fingono che sia un dono per il loro ritorno e si nascondono nel ventre del cavallo e nascondono le navi”. I troiani cadono nel tranello non ascoltando Lacoonte che invita i suoi cittadini a non fidarsi del cavallo troiano. “Scende la notte su Troia, sarà una notte di incendio, notte di massacro, notte ultima, notte di stragi, notte di sangue, notte di lacrime, notte di stupri. Non le mille navi achei, non il valore di Achille, non il coraggio di Diomede, non la lealtà di Aiace, solo grazie ad Ulisse, solo grazie all’inganno di Ulisse, Troia è caduta”. La rappresentazione si conclude con la morte di Ettore la richiesta di Priamo ad Achille di non infierire sul corpo del combattente troiano. “Nasconditi Ettore, Achille ti cerca, Achille vuole la tua morte”. Achille è descritto dalla Centanni come “Bronzo che splende, è bagliore di fuoco che brucia, è un sole che sorge”. Achille colpisce Ettore e lo uccide non cedendo alla supplica dello stesso Ettore. Ettore è morto ma ad Achille non basta. Infierisce ancora sul corpo di Ettore e subisce l’oltraggio anche degli altri anche se Achille, impietosito, sottrare il cadaveri dei tanti che durante la vita di Ettore non avevano saputo e osato affrontarlo da vivo. “Fora i tendini di Ettore e li lega al carro e con un colpo di frusta incita i cavalli a correre”. Priamo esce dalle mura per proteggere il corpo di suo figlio Ettore: “Abbi rispetto, è morto mentre difendeva la sua patria”.

L’Iliade di Monica Centanni e di Sebastiano Lo Monaco si conclude con Achille che piange per suo padre e per Patroclo mentre Priamo piange per Ettore. “Piangono insieme il vincitore e il vinto perché nell’Iliade, poema di guerra e di strage, la parola barbaro non compare mai”.