Il primo vero processo fu condotto dal nuovo pretore di Augusta, Condorelli, contro gli amministratori comunali, provinciali e regionali per omissione di controllo: condannati

 

La Civetta di Minerva, 31 dicembre 2018

Nella zona industriale la magistratura fin dall’inizio aveva seguito l'evolversi delle vicende riguardanti l'inquinamento e la nocività. Ma i risultati di questo tipo di iniziativa si sostanziavano nella solita "assoluzione per mancanza di prove” o indizi insufficienti, o per accordo delle parti o per interventi di sanatoria ed amnistia, che comunque rendevano per lo più le aziende libere da vincoli e condanne.

Eppure, già verso gli anni '60, ci furono alcune denunce specifiche per presunti danneggiamenti a coltivazioni intorno alla zona industriale. Come quella di un gruppo di piccoli proprietari di agrumeti presso Priolo, perché erano andati in rovina con evidenti manifestazioni (es. clorosi, ecc.) in zona particolarmente esposta a nubi contenenti Fluoro, SO2, NOx. Ma non rimase traccia di tali perizie anche per la reticenza degli stessi coinvolti, che in qualche modo pervennero ad una transazione. Pure alcuni cittadini di Priolo denunciarono "contro ignoti" il fenomeno del pulviscolo depositatosi un certo giorno nell'area urbana, ma non ebbe alcun seguito concreto.

Bisognerà attendere gli anni '70 per avere interventi più decisi nel senso delle inchieste e delle lotte all'inquinamento, divenute di dominio pubblico. Infatti, nell'indagine pretorile di Augusta (dott. Castagna) sulle acque della rada e sugli scarichi delle principali industrie della zona, la perizia concluse: “gli scarichi delle varie industrie nel porto sono tali da danneggiare i pesci presenti insieme a sostanze chimiche tossiche o comunque nocive per la fauna ittica ed eventualmente anche per l'uomo; che le acque hanno subito alterazioni talora profonde delle caratteristiche fisiche e chimiche dell'ambiente in modo da influire sfavorevolmente sulla vita degli organismi acquatici”.

Nonostante ciò la magistratura, nel 1976, facendo riferimento alla legge n. 319 approvata nello stesso anno, emise verdetto di assoluzione per annullamento delle precedenti disposizioni di condanna contro coloro che avevano provocato fatti connessi con l'inquinamento marino. Da dati che le grandi imprese iniziarono a sfornare per le nuove disposizioni legislative, pur essendo tali dati di "parte", risultarono abbastanza esemplificative nella loro "ufficialità" le indicazioni dei relativi carichi inquinanti. Scaturì l’evidente l'incidenza di alcuni parametri di prodotti nocivi come l'aver provocato il notevole abbassamento della falda e l'infiltrazione d'acqua salmastra in pozzi e fondi.

Anche se la legge "antismog" fu emanata nel 1966 ed il regolamento d'esecuzione nel 1971, il controllo dell'inquinamento atmosferico era stato localmente sottovalutato e sostanzialmente inapplicato, fino alla metà degli anni '70. Da parte di organismi pubblici. nel settembre 1978, un'equipe di studenti e docenti dell'Università di Venezia (proff. Bettini, Moriani, Masé), raccolse una serie di dati ed evidenziò giudizi sulle situazioni create dallo sviluppo economico locale. Con conferenze stampa e assemblee popolari a Marina di Melilli e Priolo si realizzò un confronto. Non si lesinarono critiche acute e documentate per l'inerzia e la mancanza di volontà di intervenire su "dati scomodi", nei confronti di politici e sindacati. Carente risultò invece un dibattito che ampliasse il confronto con la realtà e l'esperienza di altri "poli chimici" (es. Porto Marghera).

Conseguenza ne fu una denuncia alla pretura da parte del partito DP, che coinvolgeva le istituzioni. Il processo fu condotto dal nuovo pretore di Augusta (Condorelli) contro gli amministratori comunali, provinciali e regionali per omissione di atti d'ufficio in merito all'inquinamento atmosferico. Infatti le normative indicavano nel Crias l'istituto che doveva fissare i limiti alle emissioni rispetto alle aree individuate come più altamente urbanizzate ed industrializzate. Inoltre, sulla base delle misurazioni delle immissioni all'esterno degli stabilimenti con rete di rilevamento, si sarebbe dovuto verificare e quindi intervenire mediante provvedimenti. Si assisteva ancora all'enunciazione di inadempienza di presidenti ed assessori degli enti preposti, di trasferimenti nelle responsabilità, d'inefficienza e d'ignoranza sconcertanti, d'incapacità cronicizzata, di proposizioni scarsamente concludenti. Sembrava che si dovesse partire da zero in termini di conoscenze reali e scientifiche, perfino per avere riferimenti tecnici, cronologici e specifici sulla provincia.

Così si addussero le tesi e le motivazioni più "strane" da parte di certi organismi. Si dichiarava ad esempio che la sola rete di rilevamento Cipa nel periodo maggio-settembre 1979 aveva fatto registrare ben 457 superamenti dei limiti di legge per SO2 nella mezzora, con punte fino a 1,045 p.p.m. (oltre 3 volte il limite consentito), ciò portava a pensare che "senza dubbi tali valori erano inattendibili e da non considerare perché di parte". I ventiquattro imputati, i medici e gli ufficiali sanitari, durante gli interrogatori fecero una carrellata storica, come una "buffa parata". Dal giudice venero condannati, con la condizionale a 10 mesi di reclusione e con l'interdizione dai pubblici uffici, il presidente, l'assessore alla sanità dell’Amministrazione Provinciale e della Regione. Il processo d'appello, tenutosi a Siracusa nel novembre 1982, pur confermando per quasi tutti gli imputati il precedente verdetto, si concluse con un "non doversi procedere per intervenuta amnistia".

Si giunse all’estate del 1979 con una moria di pesci nella rada di Augusta simile a quella del 1977. Si fecero molteplici ipotesi: dal fenomeno di "eutrofizzazione" a quello di "sabotaggio" da parte di qualche industria in conseguenza di scarichi particolarmente "letali". La stampa riportò: "Un veleno misterioso continua ad uccidere il nostro mare". Naturalmente si susseguirono "indagini" di esperti dell'lss, di centri universitari, di laboratori d'igiene, del magistrato, con relative riunioni di organismi preposti al controllo igienico sanitario e intervenne anche la Commissione parlamentare siciliana per l'ecologia. Non mancarono iniziative da parte di gruppi diversi: dai comitati difesa ambiente di Augusta e Siracusa, al Cal del C.d.F. Montedison con mobilitazione di Collettivi, della sinistra extraparlamentare, dei sindacati. Si fece una manifestazione popolare ad Augusta, ma con scarsa partecipazione.

Il pretore Condorelli dispose fermi di petroliere, nonché una "sventagliata" di controlli ed accertamenti in tal senso. Partirono procedimenti che si conclusero con la condanna "condizionata" dei direttori dei maggiori stabilimenti. Avvenne nel settembre 1979 che la Capitaneria di porto di Augusta revocò alla Esso, con decorrenza immediata, le autorizzazioni concesse in quanto erano stati violati gli standard stabiliti dopo accertamenti del LPIP. L'azienda ribatté che il provvedimento appariva illegittimo e vessatorio, anche perché aveva già installato un modernissimo impianto di depurazione, contestando così quelle analisi. Inoltre, minacciò che l'applicazione dell'ordinanza avrebbe comportato la fermata globale dello stabilimento, con la messa in Cig dei lavoratori e la mancanza nella fornitura dei prodotti petroliferi raffinati al mercato nazionale. Ciò bloccò quell’ordinanza. Si iniziò, da parte della magistratura, il sequestro per certi scarichi a mare. I giornali riportarono: "L'ombra della "Merli" su Priolo; aspettando il lunedì del giudizio; nel siracusano si sceglie la via della moderazione; novemila operai rischiano la Cassa Integrazione".

Nel contempo le forze politiche si mantennero "prudenti". Ad esempio, deputati locali dichiararono di "fare attenzione al terrorismo psicologico ed ecologico; la Montedison era in crisi finanziaria, non in grado di fare innovazioni tecnologiche ed investimenti adeguati. I sindacati chiesero interventi e controlli permanenti e finalizzati. Mentre le amministrazioni locali evidenziarono la loro limitatezza e latitanza: "prima i dati e poi si vedrà" con lamentele per i mezzi di controllo insufficienti. Ma anche qui si evidenziò che non si sapeva come utilizzare proficuamente attrezzature presenti, reti di rilevamento, mezzo mobile per acque ed aria, laboratori. Inoltre, le aziende chiedevano il rispetto al relativo impegno da parte della Casmez per la realizzazione del depuratore consortile. La Commissione dell'Assemblea Regionale Siciliana per l'ecologia giunse nella zona siracusana nell'ottobre 1979 per l'indagine conoscitiva della situazione sopravvenuta rispetto a quella svolta nel 1976. Ne emerse un resoconto desolante e drammatico per la tutela dell'ambiente, delle popolazioni e dei lavoratori, anche sotto l'aspetto socio-economico.

Non mancarono accuse esplicite di rapine e di sfascio alla classe politica locale e all'imprenditoria. Un esempio di elevatissimo valore estetico, paesaggistico ed ecologico fu rappresentato dal bacino del fiume Ciane. Questo andava tutelato e salvaguardato anche indipendentemente dall'origine del Papiro e dalla sua collocazione, per il significato storico, letterario, mitologico ed artigianale. L'area fu poi bonificata dopo una prima moria della pianta attribuita a sbalzi idrici del livello dell'acqua. Un procedimento giudiziario si registrò nel 1976 per i danni conseguenti al suo decadimento, ma fu archiviato. Tuttavia, nel 1981 si ripeté una denuncia da parte di "Italia Nostra" per la cattiva gestione e mancanza di controllo nei confronti del Consorzio delle paludi Lisimelie, del Genio Civile di Siracusa, della Sovrintendenza ai beni ambientali, architettonici e storici di Catania. Il presidente del Consorzio rispose: “se il papiro muore è colpa dei vandali, che lo saccheggiano. Basta un servizio continuo di sorveglianti per frenare il fenomeno”.