I contributi statali per gli investimenti in Sicilia furono il 65% circa del totale nazionale, e una buona parte (circa il 50%) andò al polo di Priolo, Melilli, Augusta

 

La Civetta di Minerva, 29 dicembre 2018

Ciò che è avvenuto nel Siracusano con la nascita della zona industriale oramai può essere chiarito a grandi linee con le sue motivazioni e le implicazioni dei fattori che hanno contribuito al tipo di realizzazione. In Italia negli anni '50 il piano Vanoni, le facilitazioni nei finanziamenti, la creazione della Cassa del Mezzogiorno, aree favorevolmente acquisibili, agevolazioni e consensi politici rendevano accettabilissima la scelta verso certi insediamenti. Inoltre il periodo intorno agli anni '60 e successivi aveva visto l'apertura al centro sinistra, il "boom economico", la nazionalizzazione elettrica, l'inserimento dell'Italia nella Comunità Europea.

Purtroppo lo Stato, come sempre, mancante di una politica di programmazione e mantenendo un ambiguo rapporto fra capitale pubblico e privato, sostenne la politica dei maggiori gruppi chimici. Tale industrializzazione caratterizzò le scelte fino al 1973 con i contributi nel settore effettuati dallo Stato in Sicilia. Questi erano il 65% circa del totale nazionale, e una buona parte (circa il 50%) andava al polo di Siracusa.

I colossi chimici e petrolchimici, con l'alto impegno di capitali per investimento e bassa utilizzazione della forza lavoro, oltreché essere altamente energivori, vengono considerati di tipo "pesante". Specificatamente per chimica primaria di base si intendono per esempio le produzioni di etilene, ammoniaca, doro, acido solforico; come primaria intermedia si suddivide in chimica e parachimica (es. gli aromatici, i cloro-derivati). Quella derivata da fertilizzanti, plastiche, gomme, fibre che generalmente non subiscono ulteriori procedimenti. La parachimica e la fine riguardano prodotti secondari e processi di trasformazione, ovvero i farmaceutici, i coloranti, i fitofarmaci, i plastificanti, le vernici, gli adesivi, i detergenti, i cosmetici, ecc.

Questo tipo di industria richiede macchinari complicati e costosi, quindi un certo grado di tecnologia; data l'elevata penetrazione nei mercati mondiali, tende a realizzare una fornitura su vasta scala, con scarsa modularità degli impianti in funzione della domanda, con lento turn-over degli stessi. Generalmente non si richiede personale particolarmente qualificato, in quanto si realizza una semplificazione e ripetizione delle mansioni, poca elasticità nelle gerarchie e attività. Inoltre, se in precedenza c'è stato un lungo lavoro di conoscenze, la tecnica applicata viene spesso considerata altamente standardizzata e sufficientemente sviluppata perlomeno a breve termine e con costi ritenuti "accettabili".

Particolarmente è la chimica fine che richiede maggiori impegni di ricerca (si nota che l'Italia è fortemente tributaria con l'estero per brevetti e tecnologia). La sua importanza strategica si deve alle diverse ramificazioni e al produrre merci ad alto valore d'uso. D'altra parte attraverso interdipendenze con l'agricoltura, l'edilizia, il tessile, i trasporti, ecc., essa interagisce con i comparti tradizionali a più alta intensità di lavoro. Nel contempo fornisce mezzi ed occasioni per realizzare quella rivoluzione tecnologica tesa ad una drastica riduzione della base direttamente produttiva. Per i comparti arretrati questa appare come la condizione indispensabile alla loro sopravvivenza nell'economia sviluppata. Il controllo della chimica è importante perché oltre ad essere un settore strategico, permette di condurre i tempi e i modi nella ricomposizione dell'attività produttiva, in cui è ancora concentrata la classe operaia delle metropoli. Questo settore è storicamente caratterizzato dalla grande convergenza del comando nelle multinazionali, che controllano interamente la fase politicamente più importante del ciclo, quale l'acquisizione del petrolio e di altre sostanze primarie. Quindi la chimica di base e derivata condiziona anche le diverse fasi di trasformazione a valle.

La ristrutturazione espressa sul piano nazionale si riconduceva alle seguenti linee strategiche: accentuare l'internazionalizzazione del settore; accentrare il predominio su piccole e medie industrie articolate e presenti nella chimica fine, mediante consorzi per consentire da una parte un'efficace razionalità produttiva, ma soprattutto un'ulteriore permeabilità di direzione e di controllo centralizzato; specializzare e diversificare la produzione mediante accordi fra le maggiori società, minimizzare l'alto rischio di investimento e di ricerca connesso a questo progetto, nonché accentuare l'estensione a livello mondiale del proprio potere.