Prima la regionalizzazione della scuola pubblica, ora l’abolizione del valore legale del titolo di studio

 

La Civetta di Minerva, 8 dicembre 2018

Un altro tema sensibile entra nella strategia della “distrazione” di massa in atto per distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica e dei frequentatori di fb dalla grave crisi economica e dall’aumento della disoccupazione in corso. Dopo la chiusura domenicale dei supermercati, l’ipotesi di reintrodurre la leva per educare le giovani generazioni e altre baggianate simili, ora è la volta dell’abolizione del valore legale del titolo di studio

La proposta arriva dal vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini che domenica 11 novembre, a Milano, durante la scuola di formazione politica del Carroccio ha sentenziato che bisogna “mettere mano alla riforma della scuola e dell’Università”, ed è “da affrontare la questione del valore legale del titolo di studio”, “Negli ultimi anni la scuola e l’università sono stati serbatoi elettorali e sindacali – il vicepremier -. L’abolizione del valore legale del titolo di studio è una questione da affrontare”.

In realtà di abolire il valore legale del titolo di studio se ne parla già dal 2009 e una prima proposta di legge viene da Maria Pallini, deputata del M5S, e punta sull’accesso ai concorsi pubblici col divieto di inserire il requisito del voto di laurea nei bandi dei concorsi pubblici. Durante il Governo Monti, inoltre, era stata presentata una proposta che così veniva articolata: eliminazione del vincolo del tipo di studio per l’accesso ai concorsi pubblici; eliminazione del valore del voto di laurea nei concorsi pubblici; valutazione differenziata della laurea a seconda della qualità della facoltà/università di provenienza (introducendo, così, una sorta di classifica tra le università italiane, n.d.r.); eliminazione o riduzione del peso della laurea nei concorsi pubblici.

Da chi si è espresso a favore si sostiene che l’abolizione del valore legale dei titoli di studio servirebbe a mettere in concorrenza tra loro le Università poiché, mancando un valore all’attestato rilasciato, le Università sarebbero spinte a migliorare il servizio offerto, assumendo bravi docenti e migliorando la didattica. Sarebbe, dunque, il mercato a decidere il valore degli studi conseguiti creando Università di serie A e di serie B con conseguenti costi insostenibili per iscriversi alle prime. Il rischio sarebbe la creazione di un sistema duale del sistema formativo.

Sino a prova contraria, infatti, il valore legale del titolo di studio rappresenta, oggi, una delle poche garanzie per tutti di partecipare ai pubblici concorsi o di concorrere per una professione, prescindendo dal territorio di provenienza: far venire meno l’uniformità dei diplomi, in particolare quelli di maturità e di laurea, per determinate fasce di cittadini – soprattutto al Sud – significherebbe rendere ancora più difficile l’inserimento nel mondo del lavoro poiché per tantissimi giovani e non meridionali esso rappresenta probabilmente la chiave d’accesso più importante per cercare di approcciare al lavoro, quasi sempre in regioni anche distanti dalla residenza originaria.

In un paese con una sovrabbondanza di posti di lavoro, dove la meritocrazia (specie nella pubblica amministrazione) fosse la regola, dove la concorrenza fosse la vera prassi, la proposta potrebbe anche essere presa in considerazione tenuto conto che, in parte, ciò è praticato nelle assunzioni di quei settori privati dove i contenuti della competenza sono una discriminante in conseguenza della elevata qualità dei processi produttivi; ma nel nostro Paese l’unico effetto che avrebbe sarebbe quello, specie nella pubblica amministrazione, di garantire una maggiore discrezionalità in sede concorsuale da parte degli esaminatori, aprendo le porte a raccomandazioni e favoritismi; una prova definitiva a questa eventualità è data dalla qualità che gli artefici del nuovo cambiamento hanno dimostrato nella scelta dei collaboratori negli uffici parlamentari e negli staff al servizio dei nuovi potenti dove, in special modo, i 5 stelle hanno battuto abbondantemente le pratiche clientelari dei loro predecessori e dove fidanzati, amici e parenti ingolfano questi ambienti alla faccia dei proclami preelettorali, come denunciato abbondantemente dalla stampa “dei pennivendoli e delle puttane” così qualificata dai “nuovi mostri”.

Ancora una volta si registrano segni inequivocabili della volontà di procedere, a tappe forzate, ad una disintegrazione dell’unità nazionale e delle politiche inclusive non solo degli stranieri, ma anche dei terroni.

Avanti con il cambiamento!