La scrittrice (“Il grande lucernario”, ed. Mondadori) e medico è stata assistente di Umberto Veronesi all’Istituto europeo di Oncologia. Errato ridurre la persona – insieme complesso di psiche, soma, corpo… – a carrozzeria da riparare

 

La Civetta di Minerva, 22 giugno 2018

Vaccinisti, no vax, Burioni, Lorenzin, campagne e autodiagnosi su Internet, bufale e scientismo, guru, santoni, sciamani… mai come oggi si è dibattuto su scienza, coscienza, cure “tradizionali”, alternative, allopatiche, omeopatiche, rimedi della nonna e nuove tecnologie applicate alla millenaria arte della cura.

MariaGiovanna Luini, scrittrice e medico, è una senologa specializzata che presso il centro Metis di Milano promuove l’integrazione fra la medicina convenzionale d’eccellenza – ha lavorato per sedici anni come assistente medico di Umberto Veronesi nella direzione scientifica dell’IEO, l’Istituto europeo di oncologia – e alcune tecniche come il Reiki, la meditazione e i percorsi di autoconsapevolezza.

Autrice di romanzi come “La luce brilla sui tetti” e saggi, ha collaborato alla stesura di sceneggiature cinematografiche (la Luini è stata anche consulente di Ferzan Ozpetek per “Allacciate le cinture”), con il suo ultimo libro, “Il grande lucernario”, uscito per Mondadori, la dottoressa Luini – tramite la narrazione di vicende personali, del rapporto con Veronesi, delle molteplici esperienze in campo professionale, raccontate con uno stile immediato e scorrevole – punta l’attenzione sulla necessità di integrare l’approccio scientifico, razionale, intellettivo, della cura con quello emotivo ed empatico, istanza particolarmente presente negli approcci non convenzionali (frutto magari di tradizioni antiche; per non andare troppo lontano, pensiamo all’omeopatia, alla medicina “raffaellitica”, al mesmerismo, presenti nel nostro Sud nell’Ottocento come reazione antipositivistica e insieme come approccio alternativo allo spiritualismo, e persino simbolo di idee eversive contro il conservatorismo reazionario: emblema può esserne la vicenda della poetessa e patriota netina Mariannina Coffa, di cui “La Civetta di Minerva” si è spesso occupata e di cui quest’anno ricorrono i 140 anni dalla morte): più banalmente, l’amore – con tutto quello che comporta in termini di vicinanza, presa in carico, tocco, emozione – cura.

Bando naturalmente all’improvvisazione o alle cure fai da te, sì invece a tutto ciò che fa di un operatore sanitario una figura pronta a “sub-levare”, a sollevare, a consigliare, a lenire, a riequilibrare, a “curare”.

Se solo pensassimo che in latino “cura” vuol dire preoccupazione, affanno, sollecitudine, premura, attenzione, riguardo, diligenza, solerzia, inquietudine, amministrazione, governo, direzione, opera, ufficio, impegno, incarico, studio, compilazione, ricerca, occupazione, curiosità, interesse, custodia, tutela, sorveglianza, amore e persino pena amorosa e persona amata (e ancora: ornamento, acconciatura, cura della persona, coltivazione di piante, allevamento di animali, oltre che ovviamente trattamento, cura delle malattie, rimedio, guarigione, che sembrerebbero i significati primari), comprenderemmo che è errato ridurre la persona – che è un insieme complesso e vario di psiche, soma, corpo… – a carrozzeria da riparare: “La scrittura, i libri, l’arte, la bellezza sanno curare: che si tratti di corpo fisico, di psiche, di energie non ha importanza. Si può curare chi sta male porgendo il volo di una lettura o la nenia delle parole nei momenti del dolore, una musica, un mantra, un disegno, un esercizio di danza, il fuoco di un quadro o un albero di Natale bianco”.