Chiuso il ciclo di spettacoli teatrali della compagnia mista detenuti-studenti, prossimamente saranno realizzati gli spettacoli di canto, interni  al centro Utopia ed esterni

La Civetta di Minerva, 8 giugno 2018

Con la serata di ieri si e' chiuso il ciclo di spettacoli teatrali della compagnia mista detenuti-studenti che ha messo in scena Il Signor Di Pourceaugnac di Molière. Quasi mille gli spettatori di questo nuovo momento di incontro carcere-città. I prossimi saranno quelli degli spettacoli di canto, interni al centro Utopia ed esterni.

Ma allarghiamo un po' la visuale per capire cosa c'è in prospettiva per "il penitenziario", o meglio l'esecuzione penale. Il precedente governo, dopo il varo di alcune normative tampone negli anni 2013-2014, aveva avviato con Gli Stati Generali dell'Esecuzione Penale, una più ampia riflessione e varato una legge delega di riforma dell'ordinamento prima e gli schemi di decreti legislativi dopo. Questi ultimi provvedimenti sono arrivati tuttavia alla fine del mandato dell'esecutivo ed accompagnati da una serie di rilievi da parte delle commissioni parlamentari, sopratutto quella del Senato.

Sintetizzo per non cadere nel tecnicismo: la riforma ampliava notevolmente la possibilità di accesso alle misure alternative alla detenzione quali affidamento in prova al servizio sociale, detenzione domiciliare, semiliberta', rimuovendo in molti casi le preclusioni previste da normative degli anni ‘90. La scommessa era quindi quella, partendo dal presupposto reale che il carcere sia una misura estrema e costosa, in termini economici ed umani, che l'esecuzione penale esterna rappresenti la nuova frontiera dell'esecuzione penale. Questo partendo da statistiche, per la verità parziali e datate, secondo le quali il tasso di recidiva per gli ammessi alle misure alternative risulta molto più basso rispetto a quelli che scontano la pena in carcere. La statistica è discutibile perché il campione rappresentato da chi fruisce di semilibertà è costituito dai più meritevoli, i più buoni diciamo. Cionondimeno non c'è dubbio che quella del carcere sia una misura eccessivamente afflittiva e da limitare.

Come si diceva, la commissione giustizia del Senato del Parlamento uscente ha accompagnato il proprio parere positivo con una serie di osservazioni critiche rispetto a questo ampliamento, che lasciava inalterato il criterio di accesso esclusivamente per i più gravi reati associativi (ma non ad esempio per reati gravi come omicidio ed estorsione). L’esecutivo uscente, vincolato all'ordinaria amministrazione, non ha ritenuto di essere abilitato o di avere mandato politico sufficiente per varare definitivamente lo schema di decreto. Cosa succederà adesso? Certamente non sembra che il nuovo esecutivo abbia lo stesso orientamento e già dal discorso di insediamento il neo premier Conte ha fatto sì riferimento ai principi costituzionali ma con riguardo, così è apparso, alla detenzione in carcere. Ha parlato quindi più che di misure spostate sul territorio, di eventualità di costruzione di nuove carceri. Sembra quindi, almeno per il momento, messa da parte la prospettiva di diminuzione del ricorso al carcere e di forte rafforzamento dell'esecuzione penale esterna.

Ci sarebbe una via per salvaguardare il lavoro fatto negli ultimi due anni dalla commissione di esperti, cioè quella di recepire le osservazioni della commissione del Senato variando, sia pure in modo ridimensionato, il decreto. Ciò consentirebbe fra l'altro di salvaguardare le norme, per la verità non particolarmente ampie ed incisive ma comunque migliorative, contenute nello schema relativamente al regime interno non oggetto di osservazioni critiche.

Esse riguardavano il volontariato, alcuni aspetti di giustizia riparativa, il servizio sanitario. Ciò andrebbe nella direzione indicata dal premier di preservare il principio rieducativo della pena. Come commentare? Certamente meno carcere c'è e meglio è. Tuttavia l'assunto da cui partivano gli estensori della riforma era ispirato ad un pregiudizio, favorevole alle misure alternative, molto ottimistico, perché se una misura non è accompagnata da opportunità lavorative e sociali, da adeguati controlli e da un servizio efficace di assistenza, si risolve in una mera decarcerizzazione, con un tasso di afflittiva o comunque di utilità rieducativa molto ipotetica.

Inoltre il grido di allarme dei fautori della riforma, comprensibilmente delusi, e' in alcuni casi enfatizzato perché si parla di attuazione della Costituzione ma già buona parte dei principi sono stati attivati con la riforma del ‘75 e la legge Gozzini del 1986. Casomai ci sarebbe da attuarli questi principi. La via che ci si augura è quella intanto di riprendere il lavoro sul carcere colpito da tagli di personale di tutti i ruoli impressionante e rispetto al quale la spinta nata dalla condanna europea si era andata esaurendo con un ritorno all'eterno del carcere: burocrazia, tendenza al richiudersi nel guscio etc. Per ciò che concerne le misure alternative occorrerebbe non mettere da parte il lavoro fatto, ma riverificare quale può essere l'equilibrio fra inserimento esterno e la difesa sociale, stabilire una gradualità che consenta di creare strutture di controllo ed aiuto efficaci, una riflessione ulteriore sul fatto che non sempre fuori e'è bello (certo lo e' per chi non è detenuto), ma lo è se l'invio all'esterno è supportato, riempito di contenuti ed attività ed accompagnato da una azione che segua ed accompagni il ritorno nella comunità.