L’AZZECCAGARBUGLI di LORENA SPADA

 

La Civetta di Minerva, 30 giugno 2017

Negli ultimi anni siamo stati tormentati dalla programmazione televisiva che ci ha proposto e riproposto incessantemente prove, controprove, riproduzioni, filmati, riprese e quant'altro di ogni processo che abbia fatto clamore.

Per questa ragione tutti noi conosciamo, ad esempio, ogni minimo spostamento effettuato da Veronica Panarello il giorno in cui è stato ucciso il figlio Loris: abbiamo visto a quali celle si collegava il suo cellulare, le riprese video della sua vettura che attraversa il paese, le immagini della macchina che entra in garage. Lo stesso dicasi per l'omicidio della piccola Yara: di Bossetti sappiamo tutto. Non solo quali celle avesse incontrato il suo cellulare, ma addirittura che lui e sua sorella non sono figli dell'uomo che li ha cresciuti, nonostante la madre insista nel proclamare d' essere stata sempre fedele al padre. Anche della vicenda Parolisi e Melania Rea sappiamo di tutto e di più: conosciamo quali relazioni extraconiugali abbia avuto il marito, comprese le trascrizioni di telefonate assolutamente inutili ai fini del giudizio.

Potremmo continuare, perché la sostanza è questa: quasi tutti i PM allegano le intercettazioni, le riprese video dell'intera città, le prove testimoniali e le ricerche di DNA per supportare le tesi dell'accusa. Quasi tutti.

In  un tribunale siciliano, invece, parrebbe che tutto ciò non sia sempre indispensabile. In un caso, anzi, non è stato ritenuto neanche necessario perché l'accusa era provata, semplicemente, dalle dichiarazione della persona che aveva sporto denuncia.

Ora, capisco che l'argomento è un tantino spigoloso, ma potremmo riassumerlo così: Tizio denuncia Caio perché, a suo dire, gli avrebbe rubato la pensione, la spesa (pomodori, lattuga, cipolle e cetrioli) e anche il pane che aveva comprato per pranzo. La denuncia la sporge su espressa indicazione del Padreterno, che glielo suggerisce con conversazione privata.

La pubblica accusa, ricevuta una denuncia di questo tenore, inizia un bellissimo processo nel quale, udite udite, non appare necessario verificare dove si trovi esattamente il ladrone nel giorno del furto. Anzi: espressamente il tribunale dichiara che non potrebbe essere utile l'esame delle celle agganciate quel giorno dal telefonino intestato al ladrone, perché in definitiva il cellulare potrebbe essere stato a disposizione di qualcun altro. Ebbene: il punto mi trova d'accordo. In fondo tutti noi lasciamo giornate intere il nostro cellulare a qualcuno  che se ne va in giro per la città mentre noi siamo occupati a derubare le persone, a sottrarre loro la pensione e (mentre ci siamo) anche la spesa e il pane!

E poi, perché mai verificare cosa mostrano le telecamere dei posti in cui il ladrone si sarebbe occupato di effettuare una minuziosa perquisizione corporale del derubato? Questo non serve, in questo specifico caso e in questo specifico tribunale, perché il derubato è persona particolarmente credente e timorata di Dio. Questa persona, addirittura, va a messa tutte le mattine (come faceva Andreotti) e, dunque, non mente. La sua parola è verbo e giustifica, da sola, la condanna del ladrone.

La morale potrebbe riassumersi in quattro parole: se vai a Palermo non rubare le banane (Benigni e Johnny Stecchino docent) e se vai in altra città siciliana stai alla larga da quelli che frequentano la chiesa.

Questa notizia la teniamo in questo giornale di città, perché non sconvolga persone come Bruno Vespa, Barbara D'Urso, Gianluigi Nuzzi, Massimo Giletti e gli altri che, non potendo fare milleduecento puntate sugli spostamenti delle persone, sulle riprese delle telecamere e sulle celle agganciate dai cellulari dei ladroni, resterebbero disoccupate nel giro di un mesetto.