L’attore siracusano riuscì a conciliare nella sua carriera Contemporaneità e Tradizione. Anche quando, ormai vecchio stanco e malato, si univa a compagnie sconosciute attirava numerosi spettatori, solo per vederlo

 

La Civetta di Minerva, 5 maggio 2017

II percorso della carriera teatrale di Salvo Randone ha un an­damento curiosamente circolare: dopo l'iniziale apprendistato con le filodrammatiche, vi fu la partecipazione alla compagnia di Ruggeri (di cui si sentiva erede privilegiato) e a questa tradizione spic­catamente ottocentesca, Randone tornò nell'ultima fase della sua vita artistica. Nel dopoguerra, il teatro di regia spostò il punto di fuga dello spettacolo dal suo interno (Capocomico-Mattatore), al­l'esterno, cioè al team di collaboratori artistici guidati dal regista. Randone se ne lasciò «coinvolgere», ma l'incontro con grandi re­gisti come Strehler ed Enriquez, non sembrò lasciare traccia su di lui. Da vecchio, infatti, girava i palcoscenici — spesso anche quelli della più oscura provincia — presentando spettacoli dai cartelloni in cui non spiccavano nomi eclatanti: attori comprimari sconosciuti (e di qualità ancora più oscura), registi non certo famosi per avere imposto una qualche concezione estetica, scenografie e costumi ri­dotti alla pura funzionalità.

Eppure, il pubblico accorreva. Per vedere Randone. Forse, ne­gli ultimi anni, anche con un briciolo di morbosità: l'Attore era stanco, visibilmente affaticato e provato dagli anni e da una salute declinante: dai tempi di Molière si perpetua il mito della Morte in Scena, sogno e incubo di chi ha dedicato l'esistenza al teatro.

Al proprio ruolo di attore Randone piegava la logica narrati­va degli spettacoli, nel senso che ha continuato ad interpretare — ad esempio — l'amato Enrico IV anche quando ormai il dato ana-grafico era in flagrante contrasto con il realismo dell'Interprete ri­spetto al Testo; è soprattutto questo ultimo dato — l'onnipotenza dell'Interprete rispetto al Testo — a far scattare proprio queste as­sociazioni con la tradizione ottocentesca.

Randone era quindi un Mattatore? Gigi Livio, nel volume La scena italiana, individua nel passaggio da Gustavo Modena ad Ernesto Rossi e Tommaso Salvini la nascita dell'epoca del Matta­tore», ovvero di quell'attore «particolarmente eccelso» che sotto­mette a se stesso «tutti i codici dello spettacolo». Randone. Per rispondere alla domanda, avrebbe potuto esserlo. Se fosse stato più trasgressivo, se avesse giganteggiato fino in fondo, senza piegarsi, in ultima analisi, ai testi che interpretava.

Come raccontava Turi Ferro, nel corso di una video-intervista, men­tre lui, con «II Sindaco del Rione Sanità» era al Teatro Manzoni, Randone calcava un palcoscenico della provincia milanese, vitti­ma e sovrano al tempo stesso della necessità che gli imponeva, mal­grado la salute, la vecchiaia e la stanchezza, di continuare a sentirsi mattatore ad ogni costo, in polemica solo raramente dichiarata con la distribuzione ufficiale e con la burocrazia del Ministero. Eppu­re, anche in condizioni oggettivamente sfavorevoli, le sue interpretazioni di Turgeneev, o di Pirandello, riuscivano a dare emozioni.

Per questo, parlare di Randone solo in termini di «mattato­re», di una più o meno consapevole tradizione all'ombra di un al­bero genealogico della scena italiana che si dirama da Salvini per proseguire con la Duse, con Ruggeri, Benassi, Ricci e poi giunge — in maniera più confusa e contraddittoria — fino ai giorni nostri per filiazioni più o meno legittime e legittimate, parlare di Rando­ne in questi termini può diventare deviante.

Se del «mattatore» aveva l'egocentrismo, la riottosità nei con­fronti dei registi (e la testimonianza di Bellocchio che ebbe con lui e con «Timone d'Atene» un'infelice ed unica esperienza teatrale è rivelatrice); negli ultimi anni ha prevalso — che cosa? L'orgoglio di sapersi detentore di una tradizione? Il pigro rifiuto ad amalgamarsi ad un «collettivo»? La disillusione nei confronti di un Siste­ma? Le risposte sono contraddittorie, dominate tutte dall'ultimo, amarissimo sfogo a Palermo due anni fa.

D'altronde, basarsi sulle affermazioni dello stesso Randone si­gnifica lasciarsi sviare. Di sé, diceva di non essere un attore shake­speariano, eppure di Shakespeare ha dato grandiose interpretazioni e non certo tra i ruoli meno frequentati: Jago, Otello, Lear, Pro­spero, Malvolio, Antonio in «Giulio Cesare». Forse, era la «fan­tasmagoria» del linguaggio poetico elisabettiano a lasciarlo perplesso, lui che dava il meglio di sé nel linguaggio secco della ra­gione. Proprio questa sua propensione verso la laicità, anche sofferta, lo ha portato a scegliere certo teatro del novecento: Betti e soprattutto Pirandello, di cui era conterraneo e la cui lingua dalla particolare costruzione sintattica e musicale affiorava persine quan­do recitava Shakespeare.

Poca esteriorità, dunque, poco sentimentalismo; piuttosto, un sostrato di cautela che impedisce l'immedesimazione totale. E, co­me diceva Piera Degli Esposti, un at­teggiamento sempre lievemente beffardo, che è dell'attore e del personaggio interpretato. Forse per questo Randone si sentiva par­ticolarmente a suo agio nei panni di Enrico IV, un re che si beffa di se stesso, degli altri, del mondo: un personaggio consapevole della continua compresenza dell'Essere e dell'Apparire.

Contemporaneità e Tradizione: un binomio apparentemente impossibile che Randone riesce a conciliare nel corso della sua car­riera. Ottocento e Novecento, in lui, si saldano.

Nelle interpretazioni cinematografiche — di nuovo in modo sorprendente — da «mattatore» teatrale diviene un interprete ideale di tanto cinema impegnato, dove si privilegiano i concetti rispetto alle emozioni, da Randone subordinate al prevalente impianto ideo­logico. Un dato comune ai personaggi interpretati in alcuni film (ad esempio «I giorni contati» e «La classe operaia va in Paradi­so» di Petri) è la capacità dell'attore di comunicare l'emarginazio­ne e l'alienazione dell'Uomo Medio dalla stanza del Potere, quella stessa emarginazione ed alienazione che lo distinguevano nella vita teatrale. Una capacità ottenuta non con l'urlo del sentimento, ma con una maschera beffarda, incredula e silenziosa. Forse per que­sto. De Dominicis ha intitolato il video Salvo Randone: le parole del silenzio!