Già accusati nel 2015 di opere difformi rispetto alla concessione (in quattro furono deferiti), ci si chiede se la Yota srl ha tutte le autorizzazioni, se i lavori sono ad esse rispettosi ma soprattutto come si è riusciti a superare i vincoli che a tutt’oggi appaiono insuperabili

 

La Civetta di Minerva, 21 aprile 2017

E dunque si deve ritenere che se i lavori dell’ex villaggio Garofalo, nei pressi della tonnara di Terrauzza, sono ripresi alla grande, come segnalato dal Comitato Parchi, sono stati superati tutti gli ostacoli che nel novembre 2015 avevamo segnalato in un nostro articolo a seguito di un’ispezione nei cantieri da parte dei Carabinieri insieme a personale della sezione urbanistica del Comune di Siracusa. Il risultato fu il deferimento, in stato di libertà, di quattro persone ritenute responsabili di aver realizzato opere edilizie difformi dalla concessione ottenuta per la ristrutturazione e l’ammodernamento del complesso immobiliare. A presentare il progetto la Yota srl, costituita dalla figlia e dal genero di Salvatore Garofalo, proprietario e costruttore del villaggio andato all’asta più volte non essendosi presentato nessun acquirente. Fino a quando, nel 2010, la nuova società è riuscita a ri-aggiudicarselo e a progettarne la riqualificazione anche grazie a un finanziamento regionale di 9 milioni di euro. Il progetto, di forte impatto ambientale, ha subito un  iter travagliato e dei ridimensionamenti (per esempio nelle altezze degli edifici) dovendo essere adeguato ad alcune prescrizioni in quanto ricadente in area con livello di tutela 3 del piano paesaggistico, motivo per cui in realtà nel 2011 il progetto era stato respinto dalla Soprintendenza per poi “finalmente” ottenere l’autorizzazione dall’unità paesaggistica sulla scorta però di precise limitazioni (muro di contenimento sull'arenile antistante il complesso turistico da realizzare con particolari accorgimenti di ingegneria naturalistica per attutirne l’impatto visivo, obbligo di smontare le strutture a mare a conclusione della stagione estiva, dispositivi galleggianti stagionali per l’ormeggio delle imbarcazioni, opere per lo più smontabili e in legno senza parti in muratura).

A sollecitare l’attenzione degli ambientalisti era stato, allora, il sospetto che il solarium previsto non fosse compatibile con le norme che disciplinano l'attività balneare e l'utilizzo del pubblico demanio marittimo a fini turistici e ricreativi, prescrivendo sull'arenile e sulle scogliere basse una fascia completamente sgombera di profondità non inferiore ai 5 metri dalla battigia per il libero transito.

Mentre per il pontile per l’attracco di motoscafi (!), data la richiesta della società di una concessione stagionale per 263 mq di specchio acqueo, si evidenziava l’illogicità di una struttura che, pur se "mobile" come da progetto, avrebbe dovuto ancorarsi al fondale in un'area protetta, dove per i natanti si è sempre imposto l'uso esclusivo di boe e la navigazione è inibita nei 300 metri dalla costa. È quindi del tutto naturale che oggi il tam tam su facebook si interroghi di nuovo su questi aspetti, che la domanda più frequente sia se tutte le autorizzazioni siano state date (si supponeva anche la necessità della VAS), se i lavori siano ad esse rispettosi ma soprattutto come si è riusciti a superare quei vincoli che tutt’oggi appaiono insuperabili .

Commenti increduli per lo più sui permessi evidentemente concessi che ancora una volta appaiono in contrasto con gli obblighi “costituzionali” di tutela del patrimonio comune e battute amare sugli appoggi che riescono a spianare le strade. Tra i più diretti il commento dell’architetto Giuseppe Patti, decisamente caustico. Certo la foto della colata di cemento sul primo piano di un’acqua cristallina fa rimpiangere di non aver saputo ottenere quanto invece conquistato a Noto dove una ferma opposizione dal basso ha evitato la costruzione di 120 villette nella zona costiera di Eloro. Una battaglia iniziata nel 2011 che ha visto il Tar di Catania dare ragione alle associazioni con il riconoscimento dell’esistenza nell’area di una zona boscosa estesa oltre 10 ettari.

“Dapprima le relazioni pseudoscientifiche con cui falsamente si affermava che a Eloro non esisteva la macchia mediterranea – dice Fabio Morreale di Natura Sicula - poi gli incendi di dubbia origine, la distruzione di una parte della zona boschiva (la macchia mediterranea per legge è assimilata al bosco) con mezzi meccanici. Insomma, una vicenda travagliata sostenuta dal nostro amore per il territorio e conclusa con una vittoria “impossibile” ottenuta grazie all’azione congiunta delle associazioni con il mondo scientifico e con la gente di Noto che ha firmato la nostra petizione con cui si ribadiva che a Eloro esisteva la macchia mediterranea da proteggere da ogni tentativo di speculazione. Loro ci hanno dato la forza di continuare con ostinazione anche quando la battaglia sembrava perduta”.

Forse un suggerimento anche per Terrauzza.