Orazio Caruso: “Scrivendolo, pagina per pagina, mi accorgevo come <Pioggia e settembre> fosse sempre più ariostesco…”

 

La Civetta di Minerva, 21 aprile 2017

Il circolo letterario dell’Istituto Superiore “Antonello Gagini” di Siracusa in collaborazione con l’Unione Ciechi e Ipovedenti di Siracusa, Sicilia Turismo per tutti e La Casa del Libro ha presentato giovedì 20 aprile il romanzo “Pioggia e settembre” (Algra Editore, copertina dell’artista catanese Alessio Grillo), un romanzo di Orazio Caruso. A conversare con l’autore, Simona Lo Iacono; parole e musica sono state curate dagli allievi dell'Istituto Gagini: Alessia La Corte, Caterina Pisana, Giona Savà, Andrea Livia. “La Civetta di Minerva” ha intervistato l’autore per voi.

Pioggia e settembre... titolo particolarmente evocativo. Come è nato? Come si lega alla trama del tuo nuovo romanzo?

Un titolo chimico. Mi piaceva l’idea di accostare due elementi per vedere come si sarebbero combinati, quale miscela nuova ne sarebbe venuta fuori. Settembre è il vero inizio dell’anno con la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno. È il punto più basso, il “grado zero”, da cui tutto può ricominciare. La pioggia che “cade” è un simbolo polisemico e ambivalente. La apocalittica “hard rain” di Bob Dylan, ma anche il lavacro risolutivo di tante commedie americane…

I tuoi "debiti" letterari: nel tuo romanzo corrono vene ariostesche (per la quête interminata vissuta dai tuoi personaggi e il finale aperto ad esempio), calviniane (mi torna in mente la Bradamante de "Il cavaliere inesistente")... cosa puoi dirci in proposito?

Man mano che si faceva, pagina dopo pagina, mi sono accorto quanto il romanzo fosse ariostesco nello spirito e, in parte, nella forma, soprattutto nello sguardo partecipe e amoroso nei confronti della materia narrata, nella felice e disinvolta aspirazione ad inseguire i tanti personaggi e le loro storie a grappoli. Calvino è una lettura consolidata, un grande maestro di narratologia, un esempio di scrittore che non dorme sugli allori e sulla ripetizione di forme realizzate con successo, uno sperimentatore.

L'11 settembre 2001 è un punto di non ritorno della Storia, così come settembre è un periodo "mitico" (la vendemmia o più prosaicamente il Capodanno per chi studia e lavora nella scuola, tempo di raccolta autunnale delle energie in vista dell'inverno): penso a Pavese e alle Langhe. L'umanità oltre l'umanità che racconti nel libro è nel mese di settembre a tuo modo di vedere?

Oh Pavese, uno degli autori che ha segnato la mia giovinezza, letto e metabolizzato, sempre presente, in filigrana, nei miei testi! Uno stile narrativo che possiede la ritmicità della poesia.

Ci sono eventi che condensano i cambiamenti storici. La caduta delle Torri Gemelle è uno di questi. Nel romanzo presento la generazione che a vent’anni ha scavalcato il millennio piena di speranze (non ci dimentichiamo che lo slogan del movimento no-global era “un altro mondo è possibile!”) ed invece si è trovata “atterrata” dentro un labirinto apparentemente privo di uscite e di prospettive. Io racconto lo smarrimento di questa generazione senza padri e senza riferimenti, ma lascio presagire la possibilità di una rinascita.

Vignola Etnea è divenuta ormai il luogo-non luogo della tua scrittura: che peso hanno la dimensione reale e quella mitica nei paesaggi di "Vignola"?

Vignola è reale e mitico nello stesso tempo. Potevo scegliere di ambientare le mie storie in un paese reale, magari quello in cui sono nato, ma poi ho capito che non era quello che cercavo. Vignola è un paese ed è anche tutti i paesi. Così le storie che vi ambiento sono storie di provincia, ma l’impero è fatto di sterminate province. Vignola mi consente di evitare due trappole: il bozzettismo strapaesano del borgo natio e l’astratta ambientazione in una metropoli contemporanea.

Lo stile del romanzo - e non solo di questo tuo ultimo lavoro - è una tarsia di citazioni, di dialoghi, monologhi, un intreccio di persone e prospettive. Credi di aver trovato una tua cifra espressiva?

Sogno un romanzo breve con un intreccio semplice e scritto con uno stile piano, magari un po’ poetico, composto tutto in un modo, togliendo e nascondendo il più possibile. Forse ci riuscirò. Finisterre vi si avvicinava. Ultimamente ho letto Le nostre anime di notte di Kent Haruf che ne è un ottimo esempio.