Storie del Settecento siciliano rivivono animate dalla forza scenica e musicale dell’artista. E di teatro-canzone in effetti si tratta, basato sui testi e le musiche della sua omonima e recente pubblicazione. Il progetto è impreziosito dalle opere dell'artista americana Hollis Hammonds

 

La Civetta di Minerva, 21 aprile 2017

Ieri 20 aprile alle ore 21, presso il CineTeatro “Aurora” di Belvedere (un plauso particolare va a Nino Motta per le sue rassegne di cinema d’essai e per l’organizzazione di eventi lontani dal mainstream dove cinema, musica e parola si fondono), Carlo Muratori e il Folkstudio Ensemble hanno presentato in anteprima nazionale lo spettacolo di teatro-canzone “Dies irae – La cantata di li rujni”, basato sui testi e le musiche della sua omonima e recente pubblicazione (Le Fate editore), cui è accluso “Catastrofi e storie di popolo”, un libro dello storico Luigi Lombardo, da cui sono tratti anche i testi delle storie che ha musicato Muratori. Il progetto è impreziosito dalle opere dell'artista americana Hollis Hammonds.

Storie del Settecento siciliano che rivivono animate dalla forza scenica e musicale dell’artista. Una lingua siciliana arcaica, apocalittica, teatrale, roboante nella emozionante rappresentazione dello smarrimento popolare dinanzi alla morte e alla distruzione. Processioni di santi e di beate chiamate a raccolta per intercedere e arginare la rabbia di un Dio furente e vendicativo contro i peccati dell’uomo.

La determinazione della gente di Sicilia a sperare per risorgere dalle macerie. Scene di un vissuto popolare dinanzi alle catastrofi mai archiviato definitivamente come l’attualità dei nostri giorni sembra riproporci.

Muratori dipana la sua narrazione all’interno di un’inedita struttura musicale dove convergono recitativi e arie cantate, parole per una musica senza tempo. L’artista si muove tra le sembianze di un moderno cantastorie, un novello personaggio delle Cantate barocche e un cantautore dalle raffinate intuizioni.

Sul palco insieme a Muratori le attrici Cristina Gennaro e Ilenia D’Izzia, i musicisti Maria Teresa Arturia pianoforte e fisarmonica, Christian Bianca al violino, Matteo Blundo alla viola, Stefania Cannata al violoncello, Francesco Bazzano alle percussioni.

“Dies irae” secondo le stesse parole del “chianta-autore”, come ama autodefinirsi, “è il racconto di una umanità dolente che prende sulle sue spalle una catastrofe come il terremoto o l’eruzione dell’Etna e attraverso tutta una serie di riti propiziatori e purificazioni che ottiene grazie a Maria e ai Santi risorge dalle sue macerie”. Un racconto fatto nella lingua dei nostri avi, il metro endecasillabo tanto caro a Dante Alighieri che il popolo siciliano utilizza con una maestria straordinaria: “Ratimi aurenzia gentili signuri / cosi trimenni vorrò accuminzari / Cumanna Cristu pi li piccaturi / e ogni uomo c’avissi a pinzari”.

“Succurru a vui supremu Criaturi / dati forza a sta lingua spiegari / ‘n vènniri di notti a li cincu uri / menu ‘na quarta se è giustu parrari / forti la terra accuminzau a trimari”.

Parole che i richiamano cantàri, i poemi epici, che hanno un che di omerico, di canto d’aedo.

Muratori con “I Cilliri” aveva esplorato il repertorio folk siciliano, approfondendo nei suoi lavori successivi la ricerca sul patrimonio etnoantropologico della Sicilia (pensiamo a “Pesah” e ai riti siciliani della Pasqua, con i “lamienti” sul Cristo condannato e morto in Croce e il dolore mariano); con il libro-cd “Sale” aveva regalato un viaggio fatto di mare e salgemma nella Sicilia attuale, in quella del ricordo e della Storia (il nostro dibattuto Risorgimento, i fatti di Bronte, la poetessa Mariannina Coffa…).

Adesso con “Dies irae” – ricordiamo che sono le prime due parole della celeberrima sequenza del Requiem: “il giorno dell’ira” – un’indagine poetico-musicale sul terremoto del 1693 che cambiò il volto della Sicilia sudorientale e le eruzioni dell’Etna, sul modo siciliano di rappresentare e autorappresentarsi.