Tra inesattezze irrilevanti, bufale dei complottisti e dogmi dei “sistemici”: la difficile ricerca di soluzioni veramente innovative. Per una società più giusta. E più democratica

 

La Civetta di Minerva, 10 febbraio 2017

Egregio direttore o caro Franco, come certamente avrai notato (e come non sarà sfuggito ai lettori più attenti del numero della tua/nostra Civetta pubblicato il 13 gennaio), il riquadro associato, in fase di impaginazione, all’articolo su Evasori impuniti e bancarottieri coccolati (pag. 16 del n. 1/17) reca dati che risultano errati. Sono chiaramente vecchiotti di vari anni. La cosa deve essere sfuggita a chi avrà pescato in rete il riquadro in questione. Non gliene faccio alcuna colpa. Anzi, lo ringrazio per aver pensato di ovviare alla mia omissione, trovando lui qualche immagine da associare al mio scritto. Aggiungo che la vetustà dei dati contenuti nell’immagine non altera minimamente la sostanza dell’articolo. Cosa vuoi che sia qualche inesattezza relativa all’entità attuale del nostro debito pubblico (cresciuto ulteriormente rispetto al livello indicato nell’immagine) o agli interessi (diminuiti negli ultimi anni, dopo l’impennata dello spread nel 2012, ma comunque ben superiori a quelli riportati nell’immagine). Magari fossero solo quelli ivi indicati! Purtroppo 111 milioni non coprono neanche gli interessi giornalieri sul debito. Quelli annuali ammontano ad oltre 64 miliardi. Ne deduco che l’immagine utilizzata contenga non solo dati arretrati sul debito ma anche un dato chiaramente erroneo in relazione agli interessi. La cosa mi consente di esprimere qualche divertente considerazione sulla millantata esattezza dell’economia. Che non è affatto una scienza e che costellata da errori madornali.

Inizio, citando la spassosa definizione che dell’economista ci ha dato Attali: «colui che è sempre in grado di spiegare domani perché ieri diceva il contrario di quanto è capitato oggi». Definizione che richiama alla memoria, per affinità, analoghe considerazioni di altri autori, che hanno evidenziato, con parole non molto diverse, lo stesso concetto: «il distacco dalla realtà degli economisti, che confermano spesso la barzelletta per cui l'economista è quel tale che ci spiega oggi perché le sue previsioni di ieri erano sbagliate». Ormai si tratta quasi di un luogo comune. Veritiero.

Purtroppo nell’ambito della pseudoscienza economica non risultano errate solo le previsioni, nelle quali, inevitabilmente e per la loro stessa natura, c’è sempre qualcosa di aleatorio; talvolta sono clamorosamente errate anche le regole definite da guru universalmente riconosciuti ed apprezzati per il loro competenza e sagacia. Come Reinhart e Rogoff, che però hanno il merito di aver preso atto degli incredibili errori commessi, evidenziati da una scrupolosa verifica effettuata, per esercitazione, da un giovane ricercatore (Thomas Herndon). Il quale, quasi incredulo, ha chiesto ai due luminari se avessero implementato nel loro modello dati errati, non collimanti con quelli da lui utilizzati nella sua verifica. Ed ha avuto risposta positiva ed ammissione dell’errore. I lettori più diffidenti saranno pure liberi di non credere a ciò che ti sto riferendo, caro Franco. Non per cercare di convincerli e non per ancorarmi al principio di autorità, ma anzi per rafforzare in loro la virtù del dubbio li invito a leggere, al riguardo, ciò che scrive Rampini a pag. 40 e segg. del suo libro su La trappola dell’austerity. Rivela anche Rampini (a pag. 42) che i due luminari hanno anche cercato «di prendere le distanze dalle politiche di austerity», che continuano ad essere applicate da coloro che si ispirano alla loro ricerca.

Il vero guaio è che il vizio della pigrizia mentale è troppo diffuso. Per tale ragione certi paradigmi fallaci, come quello geocentrico, hanno resistito troppo a lungo alle logiche dimostrazioni di coloro che avevano visto oltre. Nel campo delle convinzioni economiche (rispettabilissime ma opinabili, alle quali si attribuisce troppo superficialmente uno status di scienza) le crisi sortiscono un effetto positivo: quello di sollecitare un cambiamento di paradigma. Accadde nel ’29 (l’anno in cui esplose la grande depressione, che ebbe conseguenze drammatiche sulle vite di milioni di persone), quando la visione economica del tempo rivelò tutta la sua fallacia. Fu successivamente John Maynard Keynes, con la sua Teoria generale, a elaborare un nuovo paradigma più adeguato per la comprensione della crisi occorsa e per la messa a punto di strumenti macroeconomici per affrontarne di nuove.

Ma poi si è avuto il dilagare del neoliberismo, che ha imposto il marchio del suo trionfo sulle politiche dell’ultimo ventennio del secolo scorso, per rivelare poi tutta la sua pericolosità con la crisi iniziata nel 2007 e che ancora imperversa. Piuttosto che por mente alla ricerca di un nuovo paradigma, il pensiero mainstream si è limitato a fornire pannicelli caldi nell’intento di alleviare in qualche modo gli effetti devastanti dell’attuale grande crisi. E invece che un nuovo paradigma, son venuti fuori semplici corollari di quello dominante: tra questi, è stato elevato al rango di dogma il percorso salvifico della «austerità espansiva». Si tratta di «una tesi affermatasi negli anni Novanta del secolo scorso, sulla base di alcune ricerche empiriche, e incorporata nell’approccio economico dominante. In nuce, la tesi afferma che consolidamenti fiscali, diretti a stabilizzare o abbassare il rapporto debito pubblico/Pil e realizzati attraverso tagli alla spesa pubblica, possano stimolare consumi e investimenti privati. Si tratta di un effetto contro intuitivo, significativamente definito “non-keynesiano”. Gli effetti espansivi delle politiche di austerità si giocano tutti, o quasi, sul ruolo delle aspettative. Se i tagli di spesa vengono percepiti come segnali di un futuro abbassamento delle imposte, i consumatori si aspetteranno un più elevato reddito permanente (reddito futuro atteso), per cui tenderanno ad aumentare i consumi correnti». [economiaepolitica.it/primo-piano/lausterita-espansiva-e-i-numeri-sbagliati-di-reinhart-e-rogoff/]

Quanto tale convinzione sia errata lo avvertiamo dalla pressione delle poderose spire (economica e sociale) dell’attuale crisi; esse, come i due serpenti avvolti attorno a Laocoonte ed ai suoi figli, ci stanno stritolando ormai da un decennio. Ma ci si vuole illudere che la crisi sia finita sol perché i numeri dell’economia tedesca e di quella statunitense sono cambiati un po’. Non si ha il coraggio di guardare il contesto. Si preferisce scrutare il futuro nei fondi di caffè nelle tazzine, come una volta gli aruspici scrutavano le viscere degli animali sacrificati. Non si ha il coraggio di guardare in faccia la realtà, cioè i tanti giovani che la lunga crisi taglia fuori da una prospettiva di autorealizzazione.

E dunque, caro direttore, cosa vuoi che conti, di per sé, qualche cifra sbagliata che appare nell’immagine pubblicata? Il debito pubblico attuale non è più quello che risulta da tale immagine, ma è ulteriormente cresciuto. Sì, ma anche quello di qualche anno fa era già eccessivo e ingestibile o incompatibile con il benessere sociale. Quello attuale arriva a sfiorare i 2.250 miliardi di euro. Sull’esatto ammontare non c’è concordia neanche tra i dati ufficiali forniti da bankitalia all’ANSA il 15 dicembre scorso (2.223,8 miliardi, in aumento di 11,2 miliardi rispetto al mese precedente) e quelli leggibili (oggi, 24 gennaio, ore 12,40) in due contatori online: quello di italiaora.org (che mostra il dato, forse eccessivo, di 2.375 miliardi con 79 miliardi di interessi annui correlati) e l’altro dell’Istituto Bruno Leoni, che riporta un debito di “soli” 2.164 miliardi, probabilmente meno pesante di quello reale. Come vedi, caro Franco, questi numeri hanno l’ucchiatura: non coincidono mai. Conosci qualche vecchia fattucchiera o qualche formula di preghiera-scongiuro che possa stabilizzarli?

Quanto all’ammontare degli interessi che paghiamo sul debito, ti prego di far pubblicare a corredo di questa mia lettera, la tabella che allego. La fonte di essa è la Camera del Deputati (DEF 2016). Secondo tale tabella, gli interessi pagati sarebbero scesi dagli 83 miliardi e passa del 2012 ai quasi 67 miliardi del 2016. Sempre troppi. Soprattutto se si considera che essi sono pagati per un debito che è in buona parte indebito, cioè illegittimo. Ma se una rispettabile associazione come ATTAC Italia chiede a gran voce un audit sul debito pubblico, la politica fa orecchio da mercante, rimanendo devotamente succube rispetto alla presunta competenza degli economisti di regime e agli interessi del sistema bancario. E se un gruppo di progetto come Siracusa Resiliente (che coinvolge varie associazioni locali (stimabilissime) in riflessioni relative alla ricerca di «una economia per una società più giusta») sottopone alla attenzione dei politici locali otto proposte e chiede loro di farsi ambasciatori e sostenitori almeno di quelle che considerino condivisibili, sembra che non si muova nulla. Almeno sino ad ora. Forse la politica che conta, quella d’alto bordo, non presta ascolto nemmeno ai politici locali. E se io personalmente, che non sono affatto un economista e che rappresento solo l’ultimo dei cittadini (me stesso), mi arrabatto a ipotizzare e tento di spiegare (col solo ausilio della ragione) l’irrazionalità di un sistema di «monetazione a debito» che è concausa dell’indebitamento pubblico e il carattere parassitario di un sistema bancario (uno e trino) del quale vanno cambiate al più presto regole e funzioni, nessuno di coloro che contano qualcosa pensa che le mie ideuzze siano degne di qualche credibilità. Ma chiunque si guarda bene dal contestarle. Caro, Franco, come vedi sto fotografando ciò che accade e che tu conosci bene, poiché fai parte di Siracusa Resiliente e del comitato locale di ATTAC. E hai ospitato sulla Civetta le mie ideuzze. Che reputi condivisibili, se non erro. O, almeno, degne di considerazione.

Allora oggi, usando come pretesto l’inesattezza (irrilevante), mi rivolgo a te perché intendano anche altri. Amici o detrattori. Condivisori o critici. Potranno ignorarci e rendersi complici, col loro silenzio assordante, dell’iniquo sistema bancario e dell’errato paradigma economico che ci stanno trascinando nell’abisso. O potranno prendere posizione, strattonando i politici per indirizzarli verso scenari alternativi: potranno cominciare, insieme con noi, a sviluppare un po’ di consapevolezza e a sollecitare la politica ad operare una nuova rivoluzione copernicana. Difficilissima ma necessaria. Per la cui attuazione serviranno le competenze di studiosi dalla mente libera e non basteranno certo le vaghe intuizioni di pochi appassionati “visionari”. Ma è questo il punto focale di questa mia lettera: non dovranno poterci liquidare come “visionari vaneggianti” o come “complottisti” o come divulgatori di «bufale». O come persone disinformate. Per questo abbiamo il dovere della precisione più meticolosa. E della massima chiarezza possibile. Noi non abbiamo una verità in tasca o sotto la nostra coppola: la cerchiamo e la cercheremo, pronti a collaborare con tutti i volenterosi cercatori di una società più giusta, più libera da idee preconcette e dalle pastoie del debito indebito.

Caro Franco, la tua Civetta (di cui puoi essere orgoglioso) sta dando spazio a mille battaglie civiche per la difesa del territorio, della giustizia, della democrazia, dei beni comuni come l’acqua pubblica… Io posso solo contribuire ad appoggiare solo qualcuna di queste battaglie civili. L’ho fatto con piacere, divertendomi, da pensionato ancora mentalmente lucido, a evidenziare qualche tallone d’Achille del gigante SAI8. E sono pienamente soddisfatto d’aver così contribuito, dalle pagine della Civetta, alla sconfitta del gigante. Solo contribuito! Il merito precipuo di quella sconfitta va doverosamente riconosciuto al commissario F. Buceti. Il segreto della comune vittoria (che rivendichiamo come nostra pur nella consapevolezza di essere stati solo umili gregari di sindaci encomiabili e di un onesto servitore dello Stato come Buceti) è fondato sulla nostra perseveranza e sulla nostra precisione meticolosa. Qualche giornalista pennivendolo ci ha contrastati con argomentazioni risibili. Il gestore privato del servizio idrico arrivò ad attaccarci persino sul piano della sintassi. E mal gliene incolse: delle corbellerie che pubblicò (a pagamento) su una pagina del quotidiano La Sicilia facemmo allegramente strazio, spiegandogli che scambiava per errore di sintassi una semplice scelta lessicale. Confondendo, in tal modo, fischi per fiaschi.

Le inesattezze (inevitabili come meri errori, poiché errare è umano) devono essere evitate con estrema attenzione. Sarà difficile che qualche malintenzionato possa ottenere risarcimenti per semplici inesattezze. Non ne otterrà certo per falsità intenzionali, poiché lo spirito della Civetta è del tutto alieno da ogni falsificazione della realtà. Ma le semplici inesattezze rischiano di farci gettare addosso la croce del discredito. E anche questo è bene evitarlo. Io porrò la massima attenzione nell’evitare inesattezze negli scritti che ti proporrò di pubblicare sui temi della resilienza, della tensione morale verso una società più giusta e meno sperequata dalla diseguaglianza (purtroppo crescente), della riappropriazione della democrazia (oggi compromessa dal degrado delle Istituzioni), della individuazione del debito indebito (da cassare, rispettando invece i debiti dello Stato nei confronti dei cittadini risparmiatori).

Su questi temi ci diletteremo insieme a stuzzicare ambienti politici intenzionalmente distratti o colpevolmente abdicatari. O semplicemente superficiali ed insensibili. E collaboreremo a spargere i semi di una nuova coscienza civica a partire dal nostro territorio, geograficamente di estrema periferia ma da sempre culturalmente fertile. Non aggiungo altro per non abusare della tua pazienza e di quella dei lettori. E per brevità sintetizzo latinamente i convenevoli: SVBEEV.