Il caso al carcere di Augusta. L’uxoricida: “Voglio chiederle perdono”. Una richiesta che si scontra con il dolore lacerante dei genitori, la cui figlia è stata uccisa barbaramente

La Civetta di Minerva, 11 novembre 2016

Torno a parlare di riparazione e mediazione penale, strumenti da affiancare alla pena - in alcuni casi sostituirla - e  temi oggetto da qualche tempo  del mio interesse. Nel piccolo percorriamo questa strada compiendo  passi di esperienze riparative e così fra settembre ed  ottobre sono partite tre attività riparative, lavori gratuiti da parte dei detenuti in due scuole di Augusta e presso il comune di Priolo, ed  altre analoghe proseguono, e sono attività che possiamo considerare ormai consolidate, in un certo modo acquisite.

Giorni fa, invece, mi è capitato di avere un dialogo con un recluso  su questioni molto problematiche, quelle che mettono a dura prova le intenzioni, i principi ispiratori. Lo racconto:  A . C. chiede di potersi recare in permesso per qualche ora, anche ammanettato, presso la tomba della moglie per chiederle perdono. Ha pensato di farlo dopo avere assistito alla conferenza sul perdono tenutasi in istituto ai primi di ottobre, presenti fra gli altri Maria Falcone e Caterina Chinnici. Lo chiamo, per capire di più e per associare la richiesta a un volto, un tono della voce, delle espressioni, cioè tutti quegli elementi che ti possono convincere della sincerità di una persona e della qualità della sua verità. Mi trovo davanti una persona garbata e che si esprime bene, un ex sottufficiale, una figura che difficilmente incontrandola assoceremmo a un delitto. La storia che mi racconta è agghiacciante: commise l'uxoricidio, gettando, al culmine di una lite, dell'alcool prima e della benzina dopo addosso alla moglie, procurandole la morte, avvenuta poi dopo diversi giorni di terribile agonia in ospedale.

Il racconto che fa del dramma causato è sofferto, racconta che il litigio avvenne alla vigilia della separazione e dopo un periodo di incomprensioni, di sospetti, di tradimento da parte della moglie, che aveva causato in lui depressione. Spiega tutto ciò affranto, ma non cerca di giustificarsi. Sarebbe difficile certo, ma non ci prova nemmeno. Rispondo alla sua richiesta iniziale dicendogli che recarsi al cimitero, cosa che evidentemente gli gioverebbe per trovare pace, può essere un passo a cammino inoltrato, non certo il primo e che il primo passo dovrebbe essere un tentativo di dialogo con la famiglia di lei. “Ho provato a farlo - mi risponde - ho scritto loro diverse lettere, ma non mi hanno mai risposto”.  Gli dico che occorre trovare un "mediatore", una persona che faccia da "pontiere" e non è facile e che ci vuole tempo, molto per queste cose . Ne riparleremo, gli dico, ci rifletterò con gli altri operatori.

Approfondisco allora il caso, leggo la sentenza, poi cerco qualcosa sul web. E trovo il video che riprende le reazioni della madre della vittima all'esito della sentenza d'appello che ridetermina la pena, da ergastolo a condanna a trent'anni, che nella visione collettiva vuol dire, non senza qualche ragione, che dopo un certo numero di anni, non elevatissimo in confronto al dolore inferto,  il reo, più crudamente il carnefice, potrà avere dei permessi, uscire per alcuni giorni in libertà. Rabbia, risentimento, forse odio (umanamente comprensibile, s’intende).

Mentre rifletto sulla vicenda mi rimane il disorientamento fra il vedere di fronte a me questa persona garbata e allo stesso tempo ascoltare la descrizione della efferatezza del crimine, questa divaricazione certo non nuova ma alla quale non mi sono mai abituato. E mi rimane la domanda se sia veramente  pensabile un percorso che porti a un dialogo fra chi ha avuto la figlia, la sorella barbaramente uccisa e il colpevole di ciò.

Nei casi raccontati nei dibattiti svoltisi quest'anno (Moro, Falcone, Chinnici, Bachelet) il percorso è stato lungo e doloroso, ma certamente un aiuto è venuto da ideali di giustizia, forti fondamenti etici o filosofici a cui ancorare la propria riflessione, e che erano alla base dell'impegno in politica, nel mondo della giustizia, nelle istituzioni, delle persone uccise. Cosa si può invece chiedere a gente comune? E' giusto chiedere ciò che è sovrumano? Non ho risposte certe.