Quella maledetta sera nell’impianto Am6. Quindicimila ai funerali, e fu scontro acceso tra i sindacati e l’azienda: “C’era da prevederlo”, “Troppe fermate per scioperi”

 

Decima puntata

La Civetta di Minerva, 20 giugno 2016

Fu una maledetta sera quella del 12 novembre 1979. A un tratto tutto saltò in aria. Accadde nell'impianto Am6 che produceva acido nitrico da inviare all'impianto CX6. Dai due camini finali del reparto (l'impianto aveva due linee uguali di produzione) usciva una discreta quantità d'ipoazotide. È questo un gas che si fa notare vistosamente per il suo classico colore rosso bruno. Ciò non dava un grande riflesso ambientale alla fabbrica e in quel periodo agiva un magistrato d'assalto, Condorelli.

La Commissione ambiente del Consiglio di fabbrica, nel settembre del 1978, aveva eseguito una serie d'interventi in vari reparti; inoltre, attraverso articoli alla stampa, con l'ispettorato del lavoro e seminari informativi, aveva analizzato in alcuni rapporti lo stato di manutenzione degli impianti in fabbrica. In questi resoconti si evidenziavano ‟segnali premonitori quali incidenti, stati d'abbandono di reparti e di apparecchiature”, ma la sordità aziendale rimaneva, per cui la precarietà della situazione, specie in quegli ultimi anni, per l’inadeguatezza rispetto alla realtà e necessità, con i rischi potenziali e concreti per i lavoratori e le popolazioni, esisteva. La commissione dichiarava di non voler profetizzate sventure.

Ma quella sera del 12 novembre venne lo stesso nonostante i vari segnali d’allarme. Nello specifico, fu l'esplosione in una tubazione di processo posta sotto la sala controllo AM6 a causare la distruzione di quella sala. Ne furono coinvolti cinque lavoratori, tre dei quali rimasero uccisi. La stampa riportò a grandi titoli e a più pagine la tragedia: "Altre tre morti bianche e la città presente ai funerali in un corteo di rabbia e paura; la Montedison nell'occhio del ciclone; in quindicimila ai funerali delle vittime; il complesso industriale fra due fuochi, sicurezza del lavoro e inquinamento". Le accuse da parte dei sindacati risultarono pesanti: "Modifiche all'impianto in modo non avveduto; mancanze di manutenzione; obsolescenza delle apparecchiature".

A sua volta la Montedison accusò d'ingovernabilità la fabbrica. "Gli incidenti avvengono di notte; abbiamo speso per manutenzione e sicurezza oltre 50 miliardi di lire nell'ultimo anno, oltre alle numerose fermate per scioperi". La Commissione ambiente rispose con un dossier in cui si dimostrava con dati e documenti le reali inadempienze della Montedison, le denunce e gli impegni del Consiglio di fabbrica e dei lavoratori per la sicurezza, la tutela dell'ambiente di lavoro e del territorio limitrofo. Inoltre il sindacato reagì all'atteggiamento aziendale e, in accordo con il nazionale, decise la momentanea fermata di alcuni impianti (considerati precari), nel settore chimico italiano. In realtà avvenne solo a Priolo. Un'iniziativa reale fu del pretore di Augusta, Condorelli, che ordinò il sequestro dell'impianto per alcuni mesi con relative perizie. Anche una commissione parlamentale nazionale intervenne per la verifica in loco della situazione, prendendo contatto con la direzione e i sindacati.

Ma cosa era effettivamente successo? La direzione davanti a un potenziale rischio di blocco dell'impianto aveva voluto correre ai ripari pensando di neutralizzare quel colore così appariscente e fastidioso d'ipoazotide. Fu questo il motivo che portò a inserire una modifica proprio nella tubazione di processo del tratto finale, che andava in fuoriuscita al camino. La modifica consisteva nell'insufflare ammoniaca per poter così scolorire il gas (l'ammoniaca combinandosi con gli ossidi d'azoto formava altri prodotti ma incolori). La decisione tragica fu che tale “modifica” fu realizzata proprio sotto la sala controllo.

Facciamo un passo indietro per capire come si lavorava in quel luogo, cuore dell'impianto, perché è dalla sala controllo di un impianto che partono le manovre per una fermata o partenza o dove si variano gli assetti di marcia. È quindi un posto sempre presidiato e da più persone oltre al quadrista. Ebbene si viveva in una condizione spaventosa. Essa era posta in un grande capannone adagiata su un grigliato dove ai due lati (destra e sinistra) erano perennemente in funzione due cosiddetti "treni", cioè una grande turbina, un compressore a più stadi e un grande motore elettrico fra loro collegati, che creavano un frastuono infernale. Chi sostava lì doveva rassegnarsi a subire questo inquinamento acustico e le alte vibrazioni per l'intero orario di lavoro. Lo scoppio avvenne perché la sostanza chimica che si formò insufflando l'ammoniaca per sbiancare i gas nitrici era esplosiva e non si era tenuto conto di questa elementare conoscenza che perfino gli antichi greci sapevano. Fu così che l'esplosione fece saltare in aria i grigliati con tutta la sala controllo e ciò che essa racchiudeva.

Sfortuna volle che proprio in quel momento, in quella sala, fossero presenti più lavoratori. Le accuse alla direzione erano più che giustificate, proprio perché erano state eseguite delle importanti modifiche all'impianto in modo non accorto. Erano del tutto inutili le contro accuse dell'azienda, perché sua era stata l'iniziativa del progetto di modifica nonostante gli avvisi. Ma i morti rimasero morti, le famiglie, come avviene tuttora, furono risarcite in denaro e con la proposta messa per iscritto dell'assunzione dei figli dei lavoratori deceduti appena divenuti maggiorenni. Ma una delle famiglie non accettò facendo capire che quel posto di lavoro sarebbe stato un’ulteriore condanna per i figli.

Dopo un certo periodo, l'impianto riprese a funzionare e questa volta con due efficaci migliorie. Infatti, la sala controllo fu ricostruita in un fabbricato distante dal capannone, con alta diminuzione dell'inquinamento acustico e arrivarono due alte e lucenti colonne per le due linee del reparto. Furono poste al termine del processo prima dello sfiato finale dei gas incriminati. Esse avevano una semplice funzione: cadeva dall'alto acqua demineralizzata, che intercettava la risalente ipoazotide calda ottenendo ulteriore acido nitrico. Si raggiungevano così due scopi: non invio in aria d'inquinante e aumento della produzione. In molti dissero: ‟Ci volevano dei morti e feriti per raggiungere quel maggior risultatoˮ?