Come ci vedono oltralpe. I nostri ricercatori vanno in Francia e ci restano, viceversa non accade, I tatuaggi nel Bel Paese in un articolo di “Le Monde”, che stilla ironia da ogni riga

 

Vivere all’estero offre un’interessante opportunità: quella di guardare ai fatti che accadono nel proprio paese – e di cui si prendono notizie un po’ per dovere di cronaca, un po’ perché si è in preda alla nostalgia – da un punto di vista inconsueto.

Essere fuori dai confini nazionali, infatti, consente di esaminare gli eventi con un maggiore distacco e un occhio più critico; consente di confrontare, inoltre, due diverse realtà: quella da cui si proviene e quella in cui si vive.

Insomma, gli italiani all’estero concordano – un po’ beffardamente, ma anche un po’ seriamente – sul fatto che dovrebbe essere previsto per legge che tutti i giovani (o meno giovani) transalpini trascorrano un periodo di vita in uno stato diverso dall’Italia, in modo da aprire i loro orizzonti. Per fortuna, una tale legge non è all’ordine del giorno: se no, vi immaginate quante migliaia di emendamenti verrebbero presentati in Parlamento?

I fondi ERC, ovvero se vuoi i soldi devi tenerti anche il ricercatore che te li porta - Tutto ha un prezzo e quello della ricerca è abbastanza alto. Checché se ne dica, nonostante quello che ci vogliano far credere, nessun ricercatore / dottorando / assistente ufficioso di professore universitario desidera svolgere il proprio lavoro gratuitamente. Passi l’amore per la ricerca, ma presentare il proprio sconfinato attaccamento per i vetrini e il microscopio o la propria tesi di dottorato, rilegata e fitta di note bibliografiche, non serve a pagare l’importo della roba nel carrello della spesa. Oltre al fatto che – i lavoratori che fanno in realtà volontariato concorderanno – lavorare per la gloria non è per nulla gratificante.

Lo European Research Council è quell’ente che fa sì che vengano colmate le sperequazioni nazionali, raggiunti soddisfacenti livelli di meritocrazia e assegnati i fondi a chi lavora per la ricerca. Qualche giorno fa, la ministra Giannini ha colto al balzo una palla che le permetteva di vantare l’Istruzione nostrana: ben trenta assegnatari dei fondi ERC sono italiani. Quello che la ministra ha omesso – e che una delle vincitrici dei fondi, italiana in Olanda, ha subito rammentato – è l’insignificante dettaglio che più della metà di tali ricercatori si trova già all’estero o ha deciso di sfruttare le sovvenzioni per trasferirvisi. Parallelamente, nessun ricercatore straniero, con finanziamenti annessi, ha scelto l’Italia per sviluppare il proprio progetto di ricerca.

Cosa ne pensano i francesi, anche loro al terzo posto nella classifica ERC, a pari merito con l’Italia, ma che conserveranno almeno 25 degli aventi diritto ai fondi entro i confini nazionali? Anche loro sono contenti che esistano queste sovvenzioni per la ricerca – «Perché con la crisi economia che striscia e lentamente avanza pure in Francia, qualche taglio si è fatto e qualche altro si farà» – ma il diverbio tra la ministra e la ricercatrice li fa sorridere: «Ma davvero più della metà dei vostri trenta lascerà l’Italia? Ma è davvero così difficile la situazione in Italia? Chi l’avrebbe mai detto! E davvero la ministra ha risposto che sono solo polemiche sterili?».

E poi, e questo è il commento che più ci fa schernire la loro ingenua inesperienza su come va il mondo (o l’Italia?), chiedono: «Ma davvero c’è chi lavora senza retribuzione, solo per aggiungere qualche competenza al proprio curriculum?». «Sì, c’è», rispondiamo noi. «Ah, bon?», commentano loro, la consonante nasale e il sopracciglio inarcato.

Le unioni civili e gli “italiani un po’ fascisti” - Di tutto si sentono dire gli italiani all’estero: mafia, pizza, mandolino, dolce far niente (in francese, è un sostantivo di senso compiuto: farniente, da cui deriva l’aggettivo fainéant, pigro o scansafatiche). Ma solo recentemente, in occasione di un confronto sulla tematica delle unioni civili, abbiamo raccolto il commento francese «Ma si sa che gli italiani sono ancora un po’ fascisti», che ci ha spiazzato.

È così che ci vedono? O, piuttosto, è così che siamo? Passato il primo momento di choc e adottando il punto di vista d’Oltralpe – dove i Pacs (i patti civili di solidarietà) sono stati istituiti quasi 20 anni fa (eppure nessun bambino con tre occhi o una coda è nato da coppie omosessuali, pensate un po’!) – si può comprendere come agli occhi dei nostri cugini sembriamo leggermente in ritardo sulla tabella di marcia: giusto qualche decennio più indietro del dovuto.

E che ancora si parli di matrimoni gay, che ancora si discuta dell’opportunità della tutela legislativa, che ancora si sollevino mille e mille obiezioni (o emendamenti), fa strabuzzare i loro occhi ancor più che lo scontro tra la ministra e la ricercatrice di cui sopra.

I Pacs francesi sono parecchio utilizzati, ma non hanno soppiantato i matrimoni civili o religiosi; sono stati notevolmente utili alle coppie omosessuali (fino a che tre anni fa, udite, udite, il matrimonio fra persone dello stesso sesso non è stato legislativamente riconosciuto), ma queste ultime hanno rappresentato solo il 4,5% delle coppie che si sono avvalse di tale istituto giuridico. Insomma, i Pacs hanno avvantaggiato più le coppie eterosessuali, semplificando loro la vita, suggellandone le unioni e tutelandone i membri; e, spesso, costituiscono il passo iniziale per quelle coppie in fase intermedia, quelle che non si sentono ancora pronte per un impegno giuridico più rilevante, come il matrimonio.

Noi siamo ancora fermi al problema della stepchild adoption. Non solo per l’adozione in sé, nossignore, ma per la terribile difficoltà della pronuncia di questo termine anglofono (Scilipoti e Razzi accusano ancora sintomi da lingua ingarbugliata e si chiedono perché diamine non siamo nazionalisti come i francesi e ci ostiniamo ad usare queste parole straniere). «Ma davvero in Italia non esistono i Pacs? E come fate? E poi che c’entrano il Vaticano, la difesa della famiglia, non è che vi trovate delle scuse?», dicono i francesi.

Come dar loro torto?  Sì, siamo un po’ fascisti, un po’. Ed esserlo potrebbe pure rappresentare una nuova/antica forma di radical chic italiano, come gli occhiali da sole al buio e la partecipazione al Family Day.

I tatuaggi, secondo Le Monde - Uno dei principali quotidiani francesi ha reso noto – in un pezzo che stilla ironia da ogni riga – che nella griglia Istat per il calcolo del costo della vita, la new entry del 2016 è rappresentata dai tatuaggi, dato che un terzo dei giovani italiani ha una macchia di inchiostro indelebile sotto pelle. Secondo il giornalista, i rapporti Istat «offrono una fotografia realista dell’Italia contemporanea e degli usi della popolazione».

E, quest’anno, nel “paniere della casalinga”, oltre a «pasta pizza e espresso preso rigorosamente al bancone », è prevista pure una spesa per i tatuaggi.

La foto che accompagna l’articolo di “Le Monde”  mostra due donne, che lavorano come dockers, scaricatrici, nel porto di Palermo e che sfoggiano, l’una un tatuaggio per spalla, l’altra le labbra semiaperte, la testa inclinata e gli (immancabili) occhiali da sole.

I francesi del web danno, della notizia, interpretazioni discordanti. Alcuni ironizzano: «Ma è una notizia vera o una bufala?» e, ancora «Ma chi sono i Transalpini? Persone che vogliono cambiare sesso in montagna?». Altri, però, prendono lo spunto per attaccare il proprio paese: «La Francia è in ritardo: quando si capirà che né i tatuaggi né i capelli lunghi fanno di un uomo un mascalzone? La Francia deve evolvere!».

Ed è là che ci sentiamo vendicati. Sì, anche la Francia deve evolvere. E noi, italiani tatuati e con gli occhiali da sole, abbiamo già capito tutto.