Descrizione triste e ironica su una tranquilla e noiosa cittadina di periferia

Il sindaco Gavillano e l’avvocato Regio diventano onorevoli

 

Il sindaco Gavillano si svegliò con l’allegria di un giorno di festa e provò a fare mente locale. Perché era così allegro? Perché questa bella sensazione di desideri finalmente soddisfatti? Ah, sì. Adesso ricordava tutto. Che meraviglia! Era stato eletto al Parlamento nazionale. Era finalmente deputato. Il sogno di una vita. Il sogno di tutta la sua famiglia. Lo aveva sognato il papà. Lo aveva sognato lo zio. E lui finalmente lo aveva coronato. Da oggi era onorevole.

L’avvocato Regio, sfidante di Gavillano per la sindacatura scorsa e adesso suo alleato, aprì gli occhi ancora impastati dal sonno e provò a ricordarsi dov’era. Una stanza anonima ben arredata. Non era casa sua. Sembrava un albergo. E finalmente la memoria riaffiorò. Sorrise raggiante. Era a Palermo. Ce l’aveva fatta. Il telefono suonò e l’avvocato Regio mosse la mano verso il comodino e a tentoni prese la cornetta. Dall’altro capo una voce che diceva: ”Buongiorno onorevole, è la sveglia.“ “Onorevole”; che goduria. Che parola straordinaria. Quanto l’aveva desiderato. E adesso finalmente era fatta.

Gavillano ricordava sempre meglio. La nebbia del mattino si diradava e la memoria prendeva il sopravvento. Avevano tentato di fermarlo con tutti i mezzi, ma alla fine si era imposto direttamente il Presidente del Consiglio che aveva preteso per lui il posto di capolista bloccato.  Un anno prima nessuno ci avrebbe scommesso e la cosa sembrava davvero impossibile. Per passare da una stanza all’altra del Municipio bisognava chiedere permesso ai finanzieri (non il permesso nel senso di autorizzazione, ma proprio “Permesso” nel senso che erano così tanti a controllare le carte che non c’era lo spazio per passare).

Ma lui era stato davvero bravo. Prima aveva gridato al complotto, poi aveva chiesto l’aiuto dell’on. Videi, esperto in “questioni complesse”, e poi aveva ossessionato il suo capocorrente illustrando la necessità per il Paese di una sua elezione. E alla fine aveva trionfato facendo ottenere al PD il migliore risultato della sua storia in provincia.

Regio rifletteva sugli ultimi avvenimenti. Aveva preso una montagna di voti arrivando primo fra tutte le liste. Certo aveva dovuto abbozzare e candidarsi per i renziani nel Partito Nemocratico. Si vergognava molto, ma il fine giustifica le figure di m…. . Il suo grande elettore era stato proprio Gavillano che lo aveva fatto votare da tutti i suoi sodali. Persino l’on. Videi lo aveva sostenuto. Aveva dovuto giurargli fedeltà, ma ne era valsa la pena. Era stato incoronato con un risultato mai visto a un’elezione regionale.

Gavillano mise piede alla Camera di buon mattino. I commessi si inchinavano al suo passaggio e lo chiamavano onorevole. La sensazione era di tipo orgasmico e non riusciva a controllare la gioia. Alla fine del corridoio incontrò il Presidente del Consiglio (il Partito Nemocratico aveva preso il 90% dei voti) che lo salutò con enfasi e lo presentò a un capannello di colleghi, dicendo: “Ecco l’onorevole (altro orgasmo) Gavillano, uno dei nostri giovani più promettenti.”

Avvertiva l’invidia degli astanti e ne godeva follemente. Viaggiava a un palmo da terra e tutto appariva colorato di rosa.

Regio entrò a Palazzo dei Normanni e cominciò la raffica di “Buongiorno onorevole”. Era così contento che aveva l’impressione di non vivere nella realtà. Si avviò verso la riunione del gruppo. Erano 62 eletti su 70 parlamentari. Tutti aspettavano il messaggio del presidente del Consiglio che avrebbe inviato direttamente da Roma i nomi degli assessori prescelti. Il messaggio arrivò e il primo nome era il suo. Non stava più nella pelle. Ce l’aveva fatta. Adesso era un uomo potente.

“Sindaco! Sindacoo! Sindacooo! Oh. Mi scusi. Stava dormendo”? La segretaria era entrata nella stanza per informarlo dell’ennesimo sequestro di carte da parte della Finanza (ormai sequestravano persino le risme appena acquistate).

“Avvocato! Avvocatoo! Avvocatooo! Oh. Mi scusi. Stava dormendo”? La segretaria era entrata nella stanza per chiedergli se poteva far entrare il prossimo cliente (lo studio gli andava alla grande, a differenza della politica).

Gavillano e Regio, ognuno alla propria scrivania, trasalirono, sgranarono gli occhi e pronunciarono la stessa bestemmia irripetibile seguita dalla frase “Ancora lo stesso maledetto sogno che mi tormenta”.