Il piccolo padronato ricorreva al lavoro nero, anche minorile. Imprese nascevano e fallivano provocando robuste manifestazioni di protesta dei dipendenti

 

La Civetta di Minerva, 30 settembre 2016

Già nella costruzione del polo, prima a costituirsi della cosiddetta "aristocrazia operaia" petrolchimica, sicura e garantita, si formò la realtà dell'indotto: metalmeccanici e edili nelle varie specializzazioni (coibentatori, saldatori, strumentisti, elettricisti, carpentieri, ecc.). Questi lavoratori intervenivano a ondate nella costruzione di complessi industriali, riducendosi con le manutenzioni ordinarie per poi riesplodere in ristrutturazioni, manutenzioni straordinarie di grandi impianti oppure nella costruzione della raffineria Isab degli anni '70.

Era una realtà che subiva molto la pesantezza del suo lavoro. Infatti, fu alta la frequenza, specie negli anni 50-60, d'infortuni, anche mortali. Con l'arroganza dei loro imprenditori quei lavoratori erano sempre in trincea perché, giunti a conquiste sindacali, dovevano difenderle; ciò li portava a lotte ad oltranza. Poteva accadere che dipendenti di un'impresa giungessero sul posto di lavoro trovando il cancello dell'azienda chiuso con attaccato l’elenco dei licenziati. È così che avveniva un'alta mobilità fra imprese che nascevano e fallivano. Diventò normale dagli anni 70 in poi ritrovare maggiori scontri sindacali che portarono a blocchi alle portinerie del petrolchimico e manifestazioni anche stradali. Spesso era il sindacato a correre dietro a manifestazioni spontanee, anche di pochissimi lavoratori, cavalcando la circostanza appena conosciuta, diventata impetuosa per la collera degli operai.

Il fenomeno partì negli anni 70 causato dalla chiusura dei primi impianti nel polo. Iniziarono ad aumentare precarietà e disoccupazione, divenendo una consuetudine degli anni con minori diritti dei lavoratori e paghe più basse. C’è da dire che il salarialismo rimase importante; si era legati alla cultura del capitale, al consumismo; si facevano lotte per ottenere di più e alcune sapevano di corporative, perché per alcuni c'era la consapevolezza di essere divenuti, da super specializzati, indispensabili. Ciò si verificò per un piccolo nucleo di saldatori circoscritti, i saldatori TIG (Tungsten Inert Gas), che è un procedimento di saldatura con elettrodo infusibile di tungsteno e protezione di gas inerte (argon). Questi si sentivano protetti per l'alto perfezionamento. Tuttavia anche per loro arrivò il momento della mancanza di lavoro dopo tanto accanimento in straordinari, senza sosta, in periodi festivi, e dovettero andare a cercare avventura fuori, anche all'estero, proprio per la loro alta specializzazione: un'arma a doppio taglio.

Intanto una terza stratificazione cresceva silenziosamente, era quella del lavoro nero, molte volte minorile, in settori come officine di autoriparazioni, artigiani, edilizia, ecc. Questa realtà nacque in conseguenza dell'aumentato reddito nella zona. Anche in queste situazioni ci fu la corsa al profitto da parte del piccolo padronato, "avventurieri" che avevano un pizzico d'iniziativa e legami politico-clientelari. Loro rischiavano poco rispetto ai giovani apprendisti, sottopagati, senza contributi, minorenni. Qui i livelli di sicurezza erano spesso bassissimi e si ripercuotevano in numerosissimi infortuni a volte mortali. E tante erano le famiglie che tacevano, perché in fondo erano state loro a inviare il figlio a quel lavoro, accettando i rischi, pur d'imparare un mestiere.

Per tutti la dipendenza dalla grande impresa petrolchimica era incondizionata: era essa che decideva come e quando pagare, a chi assegnare gli appalti con conseguenti riflessi sull'occupazione. Non è un caso che alcune aziende cercassero il padrino politico, e a volte l'avevano in casa, per vincere appalti di manutenzione ordinaria e straordinaria.

Con la crisi nella seconda metà degli anni 70 tante imprese chiusero con la perdita di posti di lavoro. Davanti a ciò il padronato preferiva gente pronta a tutto, come dicevano alcuni operai dell'Eternit: "... siamo disposti anche a impastare con le nostre nude mani l'amianto e il cemento pur di conservare il posto ... ", non sapendo o dimenticando ogni prudenza e rischio. Ma ciò ha sapore di provocazione e di accusa per la collettività. A quell’epoca l'amianto non era stato riconosciuto dalla legge prodotto a rischio cancerogeno, così come il prodotto amianto/cemento (eternit), anche se tutti sapevano della sua pericolosità.

Eppure negli anni 70 si affacciarono attività di cooperazione (Ciclat, Manutencoop, ecc.). Uno degli esempi "positivi" fu quello della Comin, sorta nel 1977. La compattezza di un'ottantina di lavoratori dipendenti da una società dell'indotto, la consapevolezza che l'imprenditore stava fallendo, anche se il lavoro ci poteva essere, sollecitò la soluzione della Cooperativa Montaggi Industriali. La cooperativa lottò tra difficoltà per liberarsi dalla dipendenza delle commesse dei grandi gruppi, cercò lavori verso il mercato esterno diversificandosi (stampaggio/prefabbricazione di particolari meccanici, assistenza strumenti elettroniche e computer, ingegneria di dettaglio, staff per commesse nucleari, ecc.). Il gruppo guida era sempre pronto a nuove vette da esplorare; erano gli operai che gestivano il consiglio di amministrazione senza chiusure. Inoltre i suoi quadri dirigenti entrarono ai massimi livelli nella Confcooperative provinciale e nazionale. La sua storia ha rappresentato una delle pietre miliari dell'indipendenza della classe operaia dalle tante subordinazioni calate dall'alto.

Avvenne, poi, che dopo questa lunga crisi, l'indotto rinascesse nel 1984 con il Consorzio Italoffshore (numerose aziende in grado di svolgere in sinergia un programma chiavi in mano di costruzione, montaggio e fornitura di piattaforme petrolifere offshore, strutture in ferro del peso anche superiore a 30.000 tonnellate). L'attività di costruzione e assemblaggio era ad Augusta, con ancoraggio a Punta Cugno. Il consorzio costruì e fornì impianti per il Mediterraneo e il mar del Nord compreso il supporto per la trasformazione, l'adeguamento e la manutenzione di piattaforme in funzione.

Dai cantieri di Punta Cugno è uscita Vega, la più grande piattaforma petrolifera fissa off-shore mai costruita in Italia. La Vega è fornita delle tecnologie più avanzate. È progettata per resistere al vento fino a 180 km/h, a onde di 18 metri e terremoti fino al 9º grado scala Mercalli.

Un'ultima interessante evoluzione è stata quella iniziata negli anni 90, che continua ancora oggi. La grande impresa iniziò il processo d'esternalizzazione chiudendo le officine, magazzini ecc. e il poco personale che rimane è impiegato a seguire le imprese nelle commesse verificandone la sicurezza, il Durc, lo stato avanzamento lavori. Ciò, se apporta notevoli vantaggi sui costi e flessibilità per la grande impresa, la lega a queste, perché sono esse che oramai detengono la conoscenza approfondita del know how di un impianto. Certamente si stipulano contratti speciali per mantenere riservate certe procedure. Però, con la perdita di specifiche figure professionali nei servizi tecnici della grande impresa è quest'indotto che con la raggiunta alta qualità è divenuto strategico e indispensabile alla rimanente cattedrale. Sarà forse da questo nucleo competente, che sorgerà un nuovo tipo d'industria consapevole del rispetto ambientale e umano?