“Per ben consigliare il suo sovrano”, scrisse Michele di Linguaglossa. Da oggi le ricette siciliane, contenute in un libro di Paolino Uccello, descritte da letterati, nobili, archeologi…
La Civetta di Minerva, 11 maggio 2018
Nel dicembre 2006 il giornalista, nonché propugnatore dello “Slow-food”, Carmelo Maiorca ha curato la ristampa riveduta e corretta della 3° edizione di un libro di Antonino Uccello intitolato “Del mangiar siracusano”. Un vademecum originale nella ricerca compiuta dalla “Pasta fritta alla Siracusana” a “Carlentini e la pasta al forno”, da “Taccuni di mulinu” a “Muccu di San Giuseppe”, da “Maccheroni di casa” a “Occhiali di Santa Lucia”, e così proseguendo fino ad “Archestrato e il gusto ironico della vita”.
Storia, cultura in senso lato, etnologia, aneddotica, sprazzi di civiltà contadina e dottrina di “Poeti gastronomi ed aromatarii”. Un autentico mondo ritrovato e raccontato, una maniera per immergersi nella gioia del sapere, oltre che dei sapori.
Uccello ha chiamato a raccolta firme illustri e competenti che hanno enunciato ricette prelibate: Giuseppe Addamo, Luigi Bernabò Brea, Sylvano Bussotti, Teresa Carpinteri, Laura Di Falco, Giuseppe Fava, Gioacchino Gargallo di Castellentini, Margaret Guido, Giuseppe Pitrè, Irene Reitano Mauceri, Gioacchino Lentini, Leonardo Sciascia, Enzo Siena, Edvige Spagna, solo per citarne alcuni. E scusate se è poco.
L’idea del direttore Oddo di pubblicare sulla “Civetta”, ancorché periodicamente, alcune delle ricette tratte dal libro di Uccello, è da ritenersi non soltanto gradevole al gusto ma anche culturalmente percorribile. Ex abrupto, quindi, l’apertura della serie spetta proprio alla Siracusana, descritta da Michele di Linguaglossa. Così come è stata presentata.
Pasta fritta alla Siracusana
Fra le leggende vere che si tramandano nella mia famiglia si racconta che Don Francesco Bonanno Principe di Cattolica e Roccafiorita (1735) allorquando era consigliere aulico di Vittorio Amedeo di Savoia e di Carlo VI e prender doveva un’importante decisione per consigliare il sovrano, ordinasse al suo monsù (cuoco) un piatto di pasta fritta alla siracusana.
Questa pietanza, leggera alla digestione, eccitante al cervello e con qualità divinatorie, faceva si che i consigli dati erano fra i migliori. Eccone la ricetta.
Una congrua quantità di «capelli d’angelo» cotti a fuoco lento da raggiungere appena lo scotto. Indi, girando e rigirando con un forchettone, si fanno delle polpette di pasta non troppo grandi.
Le polpette si friggono con la sugna finché la parte esteriore diventi dorata, caramellata, e l’interiore morbida. Le cosi dette polpette s’innaffiano con miele nero e caldo dei monti Iblei.
Questo cibo, che fu creato da un diplomatico per dare al sovrano consigli certo a favore del suo popolo, senza convergenze machiavelliche, sino a trenta o quarant’anni fa fu il mangiare igienico e vitaminico usato dai siracusani nei momenti di maggior gioia o di carestia e dava forza ai poveri e ai ricchi.

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