“Io veramente volevo nascere scogghiu re ru frati” disse la sacra pietra.
Per me che vivo lontano da Siracusa e ritorno circa 2 volte l’anno per un paio di settimane, questa frase assume un significato profondo. Quello scoglio si assottiglia sempre più, tarsforma la sua struttura, diventa sempre più esile e impraticabile.
Un po’ come Siracusa, senz’acqua, senza luce, bucata, pisciata, sporcata e fritta. Eppure bella.
La quaglia, la quaglia l’hanno fritta tutta, signori e signore.
Latona e Asteria, l’isola vagante dove nacquero Artemide e Apollo, la quaglia. Fritta tutta e puzza di pisci scaffirutu.
Ma io cosa ho visto la sera del 27 luglio 2026? Le sacre pietre parlanti a chi parlavano ?
Marco Castello a chi parla?
Lui racconta storie e riporta nomi che io conosco avendoli vissuti. Lui li ha ascoltati e forse vissuti indirettamente e con maestria li intreccia nelle sue liriche.
Ma quel pubblico di 20enni che seduto sulle sacre pietre coperte dal legno, cercava rispettosamente di non ballare la sua musica che, mentre chiedeva di non saltare, sadico, propinava sonorità funky, latine e mediterranee nei bpm giusti, quelli per farti annacare e saltare. Ma loro no, si annacavano e rispettosi delle sacre pietre nun satavunu.
Ma chi sono loro? Dove sono ammucciati? Io pensavo che regnasse solo il neomelodico trap a Siracusa, quello che si spara il dj motorizzato a qualsiasi orario transitando per viale Zecchino.
Ma di quei giovani presenti chi sa cosa era la Fiera del Sud, non quella delle cronache, quell’altra piena di famiglie, artigiani, musica? Io, da moderatrice radiofonica, ho dei bei ricordi. Lì ne ho fatte di cose divertenti. Ma Marco e il suo pubblico, dovevano ancora nascere.
Eppure cantavano le canzoni, eppure ascoltavano le sacre pietre e in rigoroso silenzio la storia di Ortigia, la quaglia raccontata dallo zio Carlo, che di storie su Siracusa ne ha raccontate per 45 anni circa osservando la cavea.
Ma io sapevo che un siracusano non sostiene un altro siracusano nella sua città. Anzi se può lo smerdìa. E invece le nuove generazioni no, sono lì, riempiono il teatro greco, cantano le canzoni, illuminano il teatro con gioia.
Ma Castello, che è stu buddello, a cu appatteni? Ai siracusani giovani, ma non solo.
Io non so se quelli seduti accanto a me siano gli stessi che sfrecciano per strada smarmittati e incuranti delle minime regole del vivere civile, ma penso che la musica faccia la differenza. Quei siracusani andati lì per cantare di Scogghi e Ottiggia e Villaggi, erano diversi. Ci sono, esistono. Quindi c’è speranza, perchè lui gli racconta Siracusa, racconta persino la rabbia, che sgorga dalla muddura, i ribelli che si uniscono… e dice : “Brillando ci riprenderemo i sette scogli … E con le pietre spegneremo porcherie pubblicitarie… Che ci hanno tolto buio ed eleganza… Coi baracchini delle gite accenderemo un gran falò… Di l’Ape Calessini una mattanza… E ci riapproprieremo degli spazi e rifaremo bella la città”
Io ritorno, Marco Castello. Appoi cuntrollo.
Auguri Siracusa e malgrado tutto “Saraunana jè” si addice anche a me, pur non chiamandomi Lucia.

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