TORNANZA E RESTANZA a Siracusa: 6 donne raccontano come, dopo aver studiato fuori, decidono di tornare

Tornanza e restanza a Siracusa: come spiegare, apprezzare e capire il movimento dei giovani che dopo aver studiato fuori decidono di “provare a tornare.” Ecco cosa possiamo imparare dalla resistenza giovane, cosciente e siciliana di oggi.

Ma come è possibile che, a volte, sento l’obbligo di restare fuori solo per poter dire: sono di successo? Certo, non solo, anche per il piacere di poter essere così come sono (o almeno pensarlo) per il piacere di avere il diritto, se non il permesso, di esprimermi, di essere, di confrontarmi con un mondo diverso, lontano dal mio. È certo che non sarei diventata chi sono se non grazie al fatto di aver viaggiato, di aver visto, di essermi confrontata – che è stata una scelta, un atto di coraggio e di dolore, indubbiamente anche un privilegio. Perché tanto gli amici che conto sulle dita di una mano e le amiche di amici e gli amici di amiche di amiche per lo più hanno tutte avuto un percorso simile: partire, lasciarsi la città alle spalle ben prima – per la maggior parte e sicuramente per me – aver capito quale fosse il motivo reale. Spinte dalla credenza generale che per realizzarsi, per fare qualcosa, per sopravvivere, si deve andare via. Ma perché?

Certo che la provincia diventa stretta, soprattutto quando hai 18 anni e uno smartphone in mano. La promessa di un mondo grande e spazioso che ti può dare tutto, ti può dare chi sei, le chiavi e gli ingredienti giusti per ‘farcela’. Però noi siamo partiti, oltre che spinte dal desiderio del nuovo e del diverso, anche perchè ci è stato insegnato che partire è una prerogativa per trovare il benessere da qualche altra parte, perché qui non esiste, non è pensabile, inventabile, realistico. È certo che la nostra città non ci avrebbe potuto offrire tante cose a cominciare da un’ampia scelta di corsi universitari. Ma c’è anche che ci hanno detto sempre, chiaro e tondo: vai via. Perché sprecare tanto potenziale qui? Come se qui fosse un luogo di scarti e rifiuti, di persone arrese, di noia e malcontento generale, senza speranza. Ma il cuore non può dimenticarsi il calore, la bellezza estatica del nostro mare, la saggezza di certe tradizioni, la resilienza delle storie delle persone che sono cresciute prima di noi su questa terra.

In un ampio discorso sul processo di interiorizzazione dell’antimeridionalismo a cui siamo comunemente e inconsciamente sottoposte, Valentina Amenta e Claudia Fauzia in Femminismo Terrone, analizzano con sguardo critico la provenienza storica delle credenze culturali e dei contesti socio-materiali che spingono giovani del Sud a emigrare in città del Nord Italia o all’estero. L’antimeridionalismo è una pratica fiorita tristemente e sistemicamente sui capisaldi della supremazia coloniale europea. Si interiorizza, come si interiorizzano il razzismo, la misoginia, l’omotransfobia.1 Siccome il nostro Sud è raccontato, dilaniato, categorizzato come un margine a tutti gli effetti, un luogo di scarti e rifiuti, non c’è da meravigliarsi se i nostri genitori e familiari, nonché la cultura tardocapitalista in cui siamo immersi, ci abbiano indirizzato verso altri luoghi dove trovare lavoro, dignità, e forse poter lavare via un po’ di questa caratteristica che abbiamo imparato, nostro malgrado, a disprezzare: essere nate al Sud, con il nostro accento ed il nostro dialetto. E sulla scia anche del femminismo liberale bianco, che con grande sforzo collettivo stiamo imparando a decolonizzare, abbiamo anche introitato il messaggio che per essere donne libere bisogna andare via. Questa è sicuramente una questione complessa: veritiera e non. Ma è proprio vero che non è possibile emanciparsi in un luogo come la Sicilia? O è ancora più vero che questo è quello che abbiamo creduto e che non necessariamente abbiamo incontrato realtà meno machiste e oggettificanti altrove? Domande sacre, domande da porsi.

C’è un bel movimento oppure fenomeno di cui vorrei parlare: Vito Teti, nel suo libro, lo definisce la restanza2. Ovvero il diritto di restare, con tutte le sue tensioni malinconiche e liriche, antiche quanto la storia dell’umanità. L’atto di tornare e di restare, rischioso quanto radicale, non è di certo una novità. Si pensi a qualsiasi flusso migratorio nella storia: a quello per esempio di noi meridionali, che salpavamo alla volta del nuovo mondo sin dalla fine dell’Ottocento per sfuggire alla stessa stigmatizzazione, alla povertà già sistemica all’epoca, così come i flussi migratori più recenti, oggetto manipolato da discorsi neofascisti e propagande barbariche, che dai mondi non occidentali partono alla volta del benessere estremo che oggi promette l’Occidente (promesse sempre più vacillanti, sempre meno appetibili, smascherate ogni giorno di più dal movimento giovanile contemporaneo che nel sogno consumeristico americano delirante ha smesso di credere—ma questo è un altro discorso).

Ecco, è comune alle persone che hanno migrato, di scegliere poi di tornare per restare. Certo non è possibile fare generalizzazioni in merito, per questo mi concentro soltanto sulle giovani siracusane della mia generazione che sono partite per guadagnarsi un’istruzione, sicurezza in se stesse, esperienze lavorative, una più ampia comprensione del mondo, per poi scegliere di tornare, against all odds, e riappropriarsi dei luoghi vissuti da bambine, della comunità, del ritmo di vita che si erano lasciate alle spalle.

Per comprendere meglio questo moto controcorrente, da alcuni non capito, da alcune ignorato, da alcuni molto ammirato, ho chiesto a sei giovani donne Siracusane di parlarmi della loro esperienza di tornanza e della loro rivendicata restanza:

Michela Messina, project manager al CIAO

 Valeria Messina, esperta in business e data science

Lidia Ginestra, giornalista freelance collaboratrice dell’Espresso ed Al Jazeera English

Bianca Burgo, artista visiva

 Leucò ((Leucotea) Andriolo, designer

 Carlotta Cutrale, scrittrice accademica

Potresti condividere perché sei voluta andare via? Per ragioni personali, di studio, di lavoro, o altro?

Lidia: “Sono stata costretta ad andare via per motivi di studio, perché l’università che volevo fare non c’era in Sicilia, e poi costretta da un’adolescenza molto sofferta, in quanto giovane donna in una Sicilia che purtroppo è ancora molto retrograda e patriarcale. E quindi sono andata via anche per poter essere libera di essere me stessa.”

Anche Michela riflette sulla carenza di opportunità universitarie a Siracusa: “Sono andata via a 18 anni compiuti. Più che una scelta pienamente voluta e desiderata, in quel momento l’ho vissuta come una necessità, quasi come una tappa inevitabile del mio percorso. Ho lasciato la mia terra principalmente per motivi di studio. Siracusa, purtroppo, non offre reali opportunità universitarie (…). Purtroppo, non è una città pensata per chi, finito il liceo, cerca stimoli nuovi, spazi di crescita e confronto o, più in generale, per chi vuol rimanere senza investire nel settore del turismo. Oltre alla motivazione accademica sentivo che la dimensione di provincia iniziava a starmi troppo stretta. Sentivo il bisogno di nuovi orizzonti, di entrare in contatto con modi diversi di pensare e vivere, di uscire dalla mia zona di comfort.”

Carlotta invece racconta di essere partita anche prima di avere finito le scuole superiori: “Avevo 16 anni, era il 2011, e una voglia matta e irrefrenabile di conoscere, scoprire, vedere cosa ci fosse al di là di quella quotidianità offerta da uno scenario giovanile siracusano che non riusciva a soddisfarmi. Avevo sentito per la prima volta parlare di quarto anno all’estero in prima liceo e con una mia amica avevamo un chiodo fisso: poterlo fare – riuscire a farlo. Quindi, mi verrebbe da dire che fosse più una combinazione di motivazioni: la scuola, l’adolescenza, la voglia di scappare, la voglia di scoprire, la voglia di fare. La fame forse.

Anche Valeria racconta delle ragioni che l’hanno spinta, già da piccola, a voler andare via: “La prima volta che sono andata via avevo solo 16 anni, quindi la scelta non era legata né allo studio né al lavoro. Era più una voglia di scoperta: sentivo il bisogno di vedere qualcosa di nuovo, di uscire un po’ dal mio giro di amici a Siracusa e conoscere persone diverse. Ho fatto un’esperienza interculturale in Belgio, ma in realtà lo stato in sé contava poco: nella mia lista c’erano anche Canada, Spagna e Grecia. Quello che cercavo era davvero andare via.” E aggiunge, riflettendo sulle opportunità di lavoro: “Lo dico sinceramente, facendo un lavoro nel campo digitale, sapevo che al Sud — e in particolare in Sicilia — le opportunità sarebbero state quasi nulle. Anche oggi, pur avendo una posizione interessante nel campo della Data Science e della Business Intelligence, non potrei mai svolgerla a Siracusa (fisicamente): le aziende che investono in questo ambito sono davvero poche.”

Qual è stata la riflessione che ti ha fatto scegliere di tornare? E come ti senti adesso?

Leucò: “Il motivo per cui sono tornata è stato dovuto al fatto che dopo aver passato quasi un decennio fuori dall’Italia ed essendomi adattata, ambientata e fusa con la cultura inglese, ho sentito il bisogno di tornare alle origini. Di ritrovare la me italiana. Uno dei motivi in particolare di scelta nel tornare a Siracusa è stato prendere in considerazione di avere già una casa dove poter abitare, una città sul mare da vivere, e un gruppo di amici d’infanzia che piano piano rientrava. E mi ritengo privilegiata e fortunata ad avere la possibilità di poter vivere in questo posto e di aver trovato qua un lavoro.

Anche Bianca riflette sul suo processo interiore: “Sentivo un forte senso di insoddisfazione lontana da casa, ero costantemente alla ricerca del lavoro giusto, vivevo nella speranza che questo avrebbe cambiato il mio senso di vuoto. Poi ho capito che quella sensazione era mancanza. Una mancanza che ho negato a me stessa di provare per anni, perché pensavo che il desiderio di tornare potesse coincidere con il fallimento di tutti i miei sogni. Che assurdità essere portati a pensare una cosa simile, rendersi conto di quanto siamo vittime di questo sistema malsano. Ho ascoltato il mio desiderio di tornare, ho accolto la paura e ad oggi sono così felice di aver preso questa decisione. Ho trovato lavoro in poco più di un mese, ho di nuovo una routine familiare e mi sento a casa come non succedeva da tempo.

E Lidia racconta: “Dal punto di vista filosofico e romantico, è che, dopo essere stata in Palestina per la prima volta, feci un lavoro sulla turistificazione di Ortigia, e per la prima volta mi capitò di parlare con uno dei ragazzi che fu mandato via dalle case popolari in Ortigia negli anni ’90 e che mi disse che lui lavorava per il diritto al ritorno, insomma per poter ricomprare la casa da cui la madre era stata sfrattata. E questo mi fece tornare in mente tanto altro che avevo vissuto in Palestina qualche mese prima, e mi ha fatto aprire diverse riflessioni sul fatto che io mi fossi concentrata tanto e per il mio periodo di università e di studi su ciò che avviene al di là del Mediterraneo, ed è quello che ancora faccio occupandomi di migrazioni, Medioriente, tratta del Mediterraneo. Realizzai che non mi ero mai soffermata su quello che avveniva nel mio luogo, nella mia casa. E questa è stata la riflessione romantica che mi ha spinto a tornare. Quella invece meno romantica ma che secondo me ha anche un suo valore è quella economica: non potevo più permettermi di mantenere una casa a Roma e poi ero molto, molto stanca di vivere fuori dal mio luogo, e pensavo che potessi portare qualcosa, avendo appreso e maturato quella che sono grazie all’esperienza fuori. Volevo e voglio restituire.”

La stanchezza di essere lontane emerge come un comune denominatore. Carlotta la definisce: “La stanchezza dettata dall’accollarsi numerosi traslochi ogni volta, la stanchezza di dover ricreare un tessuto sociale nuovo mentre quello che hai lasciato giù va avanti e tu ti perdi pezzi (non potendo ancora essere in due posti nello stesso momento), la stanchezza di avere il tempo contato ogni volta.” E riflette sul fatto che “Tornare è una necessità. Dopo tutti quegli anni passati a non avere radici fisiche ma a idolatrare e quasi gelosamente custodire il ricordo del Sud, di casa, quella primaria, quella che ti ha costretto poi ad andare via, voler tornare è inevitabile. È un sentimento ancestrale, atavico, un ritorno che sa di futuro per realmente cercare di capire quanto delle mie conoscenze acquisite, capacità e millantate esperienze posso traslare in questo posto da cui tutto è partito. È difficile per me capire come mi sento, perché è contraddittorio come sempre quando parlo o penso a Siracusa. Da un lato, sono entusiasta perché sto tornando: lascio le valigie, provo a dare a questo posto una chance per davvero. Dall’altro non si possono ignorare alcuni campanelli d’allarme sociali o economici che influenzano la volontà e stanno lì a dire: ‘ma cu tu fa fari?’ Però, la voglia di riscatto, la curiosità verso un posto che io penso di conoscere.”

Michela: “Nell’ultimo anno prima del mio rientro ho iniziato a sentire un desiderio profondo di tornare nella mia terra, ma non solo per le tre settimane d’estate o i dieci giorni di Natale. Proprio come a 18 anni avevo sentito il bisogno di andare via. A un certo punto mentre vivevo a Barcellona ho sentito l’urgenza di tornare, stavolta per un tempo più lungo.” E aggiunge: “Quasi come se fosse un segno del destino è stata proprio la Sicilia a chiamarmi indietro, offrendomi un’opportunità lavorativa in un centro interculturale, che ancora va oltre le mie aspettative. Un lavoro che sento ancora oggi come una missione e una priorità, non solo professionale, ma umana. In una regione da cui ogni anno emigrano circa 15.000 persone, tornare per me rappresenta un atto rivoluzionario. O comunque io vivo questa decisione come scelta (anche) politica. In questi anni di restanza qui sto assistendo a un bel fermento: giovani che tornano e persone di fuori che, invece, decidono di investire tempo, risorse ed energie non per sfruttare e lucrare su questa terra, ma per rigenerare.”

Pensi che sia stato necessario andare via per comprendere meglio il luogo da cui vieni?

Valeria: “Assolutamente sì. Se non fossi andata via probabilmente sarei rimasta arrabbiata con la mia città, con tutto quello che non funzionava e che da adolescenti sembra insopportabile. Stare fuori mi ha fatto apprezzare cose che prima davo per scontate o che nemmeno notavo. Mi sono resa conto che certe emozioni, una certa serenità, solo qui riesco a provarle davvero. Ma per capirlo dovevo allontanarmi. Adesso vedo con occhi diversi tutto quello che questa terra ha da offrire: il mare, i legami familiari, il calore umano, anche solo camminare per strada e avere ricordi ad ogni angolo, incontrare qualcuno per caso… Poter vedere i miei genitori o mia sorella senza dover pianificare tutto mesi prima è un lusso. E non me ne sarei resa conto se non avessi vissuto altrove.

Sulla stessa scia, Leucò osserva: “È stato assolutamente necessario essere partita per poi essere rientrata e rendermi conto della bellezza e delle energie che questa terra emana. Della rarità della sua natura e della sua storia. Sono molto felice di vivere qua. Penso di aver trovato un giusto balance anche se questa città delle volte non si rende conto del potenziale che ha e spesso mancano infrastrutture come musei contemporanei, cinema in lingua originale, centri culturali ed eventi. Credo si stia risvegliando anche grazie al rientro di tanti di noi e questo mi rende felice.”

Anche Lidia fa appello al concetto di necessità: “Per me è stato necessario andare via per capire meglio me stessa. Il posto da cui provenivo lo conoscevo già molto bene. Il problema è che questo luogo ti tarpa un po’ le ali, soprattutto se sei donna. E quindi in questi termini avevo bisogno di andarmene per conoscere me stessa e quindi poi poter tornare qua con una diversa consapevolezza.

Bianca: “Credo che avere la possibilità di fare un’esperienza fuori, anche breve, aiuti sotto tanti punti di vista. Come ogni cosa, anche la propria terra andrebbe osservata dall’esterno per poter avere uno sguardo più lucido e distaccato su pregi e difetti che la contraddistinguono. Non penso però sia necessario, ma consigliabile per avere la capacità di elaborare un pensiero più ampio sulle cose.”

Su una nota simile la risposta di Michela: “Se si ha la possibilità, penso che allontanarsi dal luogo in cui si è cresciuti— anche solo per un periodo — sia un’esperienza utile. E solo conoscendo ciò che è altro rispetto a noi, possiamo davvero comprendere chi siamo.” E aggiunge una riflessione importante: “Ho studiato cooperazione internazionale durante la triennale e poi migrazioni internazionali alla magistrale. All’inizio mi immaginavo in qualche periferia del mondo, in prima linea con qualche ONG. Col tempo e tanta decostruzione mi sono resa conto che non era necessario andare per forza a fare la white savior3 in Africa o in Asia per poter essere d’aiuto a una determinata causa. Anche qui, in Sicilia, una delle tante frontiere d’Europa, c’è molto, troppo, da fare e purtroppo pochi sono quelli che rimangono. Paradossalmente penso di aver iniziato a comprendere davvero il posto da cui vengo non tanto quando ero via ma da quando sono tornata. Ho iniziato a leggere e riconoscere la Sicilia come margine, certo più privilegiato di altri, ma pur sempre periferia d’Europa. E come ci insegna Bell Hooks, il margine non è solo uno spazio di esclusione, ma anche uno spazio di resistenza, un punto di osservazione radicale da cui è possibile immaginare alternative.4

Per considerarsi una ‘donna libera’ è necessario lasciarsi il Sud alle spalle? 

A quest’ultima domanda, Carlotta dichiara: “Non penso. Io ho la convinzione che le donne meridionali portino con loro e dentro di loro quel fuoco, quel magma, quella forza esplosiva di potersi definire libere e di lottare ancora di più contro quello stereotipo di clausura meridionale.

Bianca: “Io parlo da una posizione privilegiata, libera già in partenza. Vengo da una famiglia che mi ha dato la possibilità di studiare, di scegliere per il mio futuro. Credo che per avere una risposta a questa domanda serva chi davvero non ha potuto scegliere di andare via. Penso però che ‘dover lasciare il sud alle spalle’ sia un’estremizzazione ormai non più necessaria.

Valeria: “Se non avessi avuto la possibilità di lavorare da remoto, la mia libertà – intesa come indipendenza economica – sarebbe stata sicuramente limitata. Purtroppo, questa forma di libertà non è ancora così facile da conquistare al Sud. Fatta questa premessa, però, mi sento di dire con forza che no, non è affatto necessario lasciare il Sud per sentirsi libere. Da un punto di vista sociale, certo, qui ci sono ancora molte barriere e pregiudizi, spesso più radicati che altrove. Ma proprio per questo sento che vivere qui mi permette di contribuire in modo concreto: dal confronto quotidiano con tecnici, operai, architetti per la ristrutturazione della mia casa, al dialogo con il commercialista o altri professionisti. Ogni interazione diventa anche un’occasione di scambio e a volte di piccola rivoluzione.

Leucò: “Io mi sento una donna libera per fortuna, che sia al Sud o al Nord o altrove. Credo che l’aver vissuto in posti diversi mi abbia formato come persona singola e all’interno di tanti contesti. Magari al Sud delle volte ci sono degli stereotipi ancora da scardinare, forse sentiti più fortemente che in luoghi come in UK, dove femminismo e politically correct sono più sviluppati, ma credo che se non siamo noi a portare questi cambiamenti, chi di meglio può farlo?

Michela: “Assolutamente no. Questa è una visione imposta dal femminismo egemonico, borghese, bianco e del Nord del mondo, che spesso ci fa credere che per essere davvero emancipate dobbiamo allontanarci dal Sud. Come se le donne del Sud non potessero essere libere, come se la libertà fosse possibile solo altrove o con altri schemi. È la stessa logica, con una narrazione diversa, che viene applicata nei confronti delle donne musulmane o di altri contesti subalterni ritenuti ‘arretrati’ da uno sguardo coloniale e paternalista. E invece no. (…) È stato proprio il Sud, e il processo di decostruzione dei valori patriarcali, capitalisti e coloniali che lo hanno storicamente oppresso, a permettermi di sentirmi una donna libera. Non ho dovuto lasciare il Sud alle spalle: ho dovuto, semmai, attraversarlo criticamente, comprenderlo, e da lì ripartire.” E le parole di Lidia, infine, riecheggiano: “Per considerarsi una donna libera, per la mia esperienza personale, bisogna anche avere il coraggio di tornare al Sud, di essere donne al Sud. Per me questo è stato un grande gesto di libertà: non avere paura di tornare. E per me è stata anche una rivendicazione: cioè, io torno, e torno per quella che sono. Quindi per me è questo, non è lasciarlo alle spalle, ma anzi… Prenderlo di petto.”

Francesca O. Giuliano è nata e cresciuta a Siracusa. È una scrittrice, sociologa, ricercatrice e formatrice. Vive tra Parigi e Siracusa, impegnata in progetti di scrittura e di ricerca all’intersezione tra gli studi postcoloniali, di genere e di migrazioni. Nel 2023, ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, Nostalgia eremita.

1 Claudia Fauzia e Valentina Amenta, Femminismo Terrone. Per un’alleanza dei margini, Edizioni Tlon, 2024.

2 Vito Teti, La restanza, Einaudi editore, 2022.

3 Si definisce white saviour una persona bianca che aiuta persone non bianche con ostentazione o per motivi considerati egoriferiti, per esempio l’essere ammirato.a, l’avanzare nella propria carriera, il considerare le persone non-bianche come inferiori o incapaci di evolvere se non grazie all’aiuto prestato da persone bianche.

4 Bell Hooks, Elogio del margine, Giangiacomo Feltrinelli, 1998.

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